0*K36d OOJ Ohn Pq Ml OU
Innovazione

Job Hopping, i pro e i contro di chi cambia spesso lavoro

21 Dicembre Dic 2018 1730 21 dicembre 2018
  • ...

C’è chi punta sul passaggio da un lavoro all’altro come leva per migliorare il proprio trattamento salariale. Il 64% dei lavoratori americani sono job hopper, soprattutto tra i Millennials

Alle latitudini italiane il job hopper potrebbe sembrare una figura mitologica. Una specie di unicorno che si aggira in un mercato del lavoro dove la disoccupazione è al 10% e tocca punte del 31% per quanto riguarda i giovani. In generale, sono circa 2,6 milioni gli Italiani senza lavoro (dati Istat relativi a settembre 2018). Fra questi, c’è anche chi punta sul passaggio da un lavoro all’altro come leva per migliorare il proprio trattamento salariale. Pochi, a dire il vero, perché il job hopping (letteralmente “saltare da un lavoro all’altro”) funziona meglio laddove il tasso di disoccupazione è basso e c’è una manifesta mancanza di manodopera. Come negli Usa dove, a fronte di circa 6 milioni di persone in cerca di lavoro, ci sono 6,7 milioni di posti liberi. E passare da un impiego all’altro nel giro di poco tempo, solitamente un paio d’anni, può portare in dote un +30% sullo stipendio. Tanto che, secondo una rilevazione di HR Robert Half, il 64% dei lavoratori americani sarebbe job hopper.

Su 10.455 giovani della Generazione Y nati fra il 1983 e il 1994, il 43% è propenso a cambiare lavoro entro due anni dall’assunzione

In attesa di tempi migliori, quindi, quello che i job hopper nostrani condividono con quelli a stelle e strisce è una sorta di vocazione generazionale: sono i Millennials i più dediti a questa pratica. Secondo una ricerca Deloitte, su 10.455 giovani della Generazione Y nati fra il 1983 e il 1994, il 43% è propenso a cambiare lavoro entro due anni dall’assunzione, contro un 28% che vuole restare nella stessa azienda oltre i cinque anni dal primo giorno di lavoro. Alla base di questo desiderio non ci sarebbero, come si potrebbe pensare, solo delle motivazioni economiche; anche l’etica fa la differenza. Solo il 17% del campione crede che l’azienda per cui lavora persegua il proprio business in modo etico, mentre il 16% afferma che l’obiettivo è quello di fare esclusivamente il proprio tornaconto senza molto rispetto per la società...


Continua a leggere su Morning Future

Contenuti correlati