Sfratti

Con le ruspe non si va da nessuna parte

22 Dicembre Dic 2018 1313 22 dicembre 2018

È stato un anno segnato da una recrudescenza degli sgomberi. Nella sua rubrica su Vita Anna Detheridge denuncia: «Vengono buttati via non soltanto i cartoni e quelle poche cose che possiede chi si è adattato a vivere per strada, ma le persone»

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Baobab
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È stato un anno segnato da una recrudescenza degli sgomberi. Nella sua rubrica su Vita Anna Detheridge denuncia: «Vengono buttati via non soltanto i cartoni e quelle poche cose che possiede chi si è adattato a vivere per strada, ma le persone»

Nel giorno dello sgombero del Baobab, (insediamento di accoglienza per chi vive letteralmente per strada) a Roma, ho ricevuro da un’attivista e volontaria che ci lavora il seguente messaggio: «Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subìto, a mia memoria, 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero - quello della struttura di via Cupa - è diventato un'altra cosa, un’organizzazione agile e leggera che dà aiuto: l'aiuto base, minimo, una tenda, sacco a pelo, coperte, abiti, cibo, relazione, a chi non ha dove andare, gente che arriva, perché la gente arriva ancora, gente ricacciata indietro dai paesi europei, gente che non ha più la tutela umanitaria e così via. Volontari, sostenuti nel tempo dalla solidarietà diffusa, dalle persone comuni, dalle pizzerie, ai supermercati, sono riusciti in questi anni a dare pasti ogni giorno, a proporre visite guidate, corsi, aiuto a stendere curriculum, ma sono riusciti anche a giocare a calcio, a correre maratone, ad ascoltare musica insieme…»

In un mondo sempre più portato a respingere il prossimo, lo strumento dello “sgombero” utilizzato dalle istituzioni da lungo tempo mi sembra il più bieco, il più brutale e soprattutto il più controproducente. Il Baobab accoglie molti rifugiati, la popolazione più povera e più esposta in Italia, molti dei quali con regolare carta d’identità italiana e un qualche lavoro anche se spesso sottopagato o parziale. Ma nel richiamo a “fare pulizia”, a ristabilire l’ordine, la condizione dei singoli, i bisogni reali di chi non ha voce, non vengono percepiti, coperti dall’assordante richiamo all’energia “maschia” e taumaturgica delle “ruspe”.

Come scrive l’attivista del Baobab, «è vero, non è un posto dove desidereresti vivere. Ma le istituzioni che dovrebbero trovare posti migliori, tetti e possibilità, non lo fanno, non l'hanno fatto finora e sempre meno vogliono farlo. Il Baobab permette di trovare una socialità, non lascia le persone preda inerme dei pericoli della città, vittima dei delinquenti, senza speranza, con l'unica strada possibile per sfangare la giornata la delinquenza; permette persino di fare piani, visto che almeno non devi pensare ogni giorno a dove andrai a dormire. Avere la possibilità di fare piani, è la condizione per uscire dalla povertà, senza non puoi».

L’aspetto più tragico del rifiuto di approfondire e di provvedere è che con gli sgomberi vengono buttati via non soltanto i cartoni e quelle poche cose che possiede chi si è adattato a vivere per strada, ma le persone stesse. Quante volte ho ascoltato racconti addolorati proprio di quei volontari, dalle suore laiche del Nocetum a Milano che ha funzionato per anni come struttura di supporto per il vicino campo rom, insegnando ai bambini la musica e avvicinandoli a un universo più gentile, prima di perderli inghiottiti dal vortice dello sgombero senza soluzioni; o degli operatori sociali negli sprar centri di accoglienza per rifugiati, oppure delle volontarie che insegnano l’italiano agli stranieri: tutti coloro che stabiliscono rapporti di reciproco ascolto e di amicizia con queste popolazioni forzatamente itineranti, tutt’altro che vogliosi di esserlo, come qualche favola contemporanea vorrebbe ancora farci credere.

E quante volte sono andate a fuoco baracche rom per la mancanza di sicurezza degli impianti a volte uccidendo nel sonno famiglie intere, una vergogna che da tempo la Comunità Europea chiede a tutti i Paesi dell’Unione di chiudere, offrendo case sociali in alternativa.

Ciò che va realmente perduto oltre al rispetto delle persone è quella fievole speranza di integrazione, quella fiducia necessaria per stabilire uno scambio reciproco che tante persone, più di quante si potrebbe credere, cercano faticosamente di accendere e mantenere viva in questi tempi davvero bui.

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