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Dopo Genova riflettiamo sulla gestione di servizi pubblici e sulle concessioni. È ora di cambiare

23 Dicembre Dic 2018 1425 23 dicembre 2018
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Qual è il modello adeguato di concessione autostradale da adottare per il futuro: la gestione pubblica diretta o la regolamentazione severa del monopolista naturale privato? La gestione di un servizio pubblico come una autostrada è opportuno che venga affidata ad un’impresa for profit? Il caso di Genova conferma appieno come si attua nella pratica il fenomeno della diluizione della responsabilità. Le domande e le risposte di Stefano Zamagni

Ora che sgomento e indignazione, per i 43 morti nel crollo del ponte Morandi a Genova il 14 agosto scorso, sono diminuiti di intensità emotiva, è possibile sollevare il velo su un aspetto finora trascurato dall’ampio dibattito pubblico che ne è seguito. Sono tante e di varia rilevanza le problematiche che la tragedia di Genova suscita. Ne accenno solo alcune.

Qual è il modello adeguato di concessione autostradale da adottare per il futuro: la gestione pubblica diretta o la regolamentazione severa del monopolista naturale privato? (Se si leggono con attenzione gli articoli 2, 3 e 7 dell’Atto Aggiuntivo alla Convenzione unica sottoscritta il 12 ottobre 2007 tra MIT e ASPI (Autostrade per l’Italia) si trae che ai gestori venne concessa, di fatto, una delega in bianco; dunque, tutt’altro che severa). Una seconda questione è: mantenere in capo al MIT le funzioni di controllo, come finora è stato, oppure attribuire queste ad una Autorità indipendente per le infrastrutture autostradali dotata dei necessari poteri di enforcement? Ancora: la gestione di un servizio pubblico come una autostrada è opportuno che venga affidata ad un’impresa for profit, quando si consideri che in tale ambito i ricavi provengono dai pedaggi riscossi al casello, mentre i costi sono rappresentati dalle spese di manutenzione, ordinaria e straordinaria? Si presti attenzione: se la funzione obiettivo del gestore è la massimizzazione dello “shareholder value” , cioè del profitto che è la differenza tra ricavi e costi, e se, come è risaputo, l’espansione dei ricavi conosce in tale ramo di attività un tetto superiore, è evidente che il conseguimento dell’obiettivo da parte del gestore for profit passa attraverso la riduzione dei costi. È bensì vero - si dirà – che il regolatore pubblico può imporre vincoli stringenti nel contratto di concessione e vigilare poi per assicurarne il rispetto. Ma ecco la contraddizione pragmatica: se i funzionari statali sono ritenuti meno efficienti dei privati nella gestione (ragion per cui viene proposta la privatizzazione) come possono diventare efficienti nel controllo, considerato che quest’ultimo è assai più complesso e irto di difficoltà della gestione? (Ricordo, di sfuggita, che quello di Genova è il decimo caso di crollo di un ponte in dieci anni!). E così via.

In questa nota, il punto che intendo sollevare è il seguente. L’interpretazione tradizionale della responsabilità identifica questa con il dare conto, rendere ragione (accountability) di ciò che un soggetto, autonomo e libero, fa. Tale nozione di responsabilità come imputabilità postula dunque la capacità di un agente di essere causa dei suoi atti e dunque di essere tenuto a “pagare” per le conseguenze negative che ne derivano.

Tuttavia, nelle condizioni odierne, tale nozione è troppo debole per far fronte alle nuove sfide. La rapidità del cambiamento, infatti, costringe a prendere decisioni di cui non siamo mai in grado di calcolare tutte le conseguenze, in tempo reale. La capacità di risposta non può essere perciò solo riferita alle circostanze presenti, ma deve includere quelle dimensioni temporali che assicurino una continuità della risposta stessa. Ecco perché la responsabilità non può esaurirsi nella sola imputabilità. Occorre arrivare alla responsabilità come prendersi cura, farsi carico indipendentemente dai ruoli ricoperti o dalle mansioni fissate in un protocollo. Ricordiamoci del “I care” di don Milani. Nel caso di cui si discute, il gestore può certamente sostenere che vi sono stati ritardi nelle autorizzazioni ministeriali o addirittura assenza di risposte, ma ciò non esonera affatto dalla responsabilità se questa è concepita come farsi carico. Si sarebbero dovuti chiudere gli accessi ai caselli (rinunciando di conseguenza ad una certa quota di ricavi) in omaggio al principio di precauzione.

A cosa si deve la difficoltà di far accettare oggi dagli agenti economici la nozione forte di responsabilità? Alla crescente diffusione del fenomeno della adiaforizzazione dell’organizzazione sociale di mercato. Da ciò discende la preoccupante deresponsabilizzazione dei soggetti economici. La forma più nota in cui si manifesta tale fenomeno è quella dell’allungamento della distanza tra l’azione e le conseguenze derivanti. Suddividendo il processo lavorativo in una miriade di sottoprocessi, si riesce a nascondere a chi vi si dedica la rilevanza morale di ciò che va facendo. Il singolo non solo non si sente all’altezza del quantum di conoscenza incorporata nella catena di comando, ma soprattutto non si ritiene responsabile di quanto è generato dall’intero ciclo entro cui viene a collocarsi la sua azione: egli deve solo preoccuparsi di svolgere bene il compito che gli è stato assegnato. L’azione diventa così adiaforica e come tale valutata rispetto a parametri tecnici, non morali. (In origine, “adiaphoron” significava un atto dichiarato indifferente dalla Chiesa, un atto cioè né buono, né cattivo). Una volta resa adiaforica, l’azione non è più suscettibile del giudizio di responsabilità. (....)

Per leggere il seguito della riflessione del professor Stefano Zamagni andate qui

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