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Welfare

Quale nuova formazione per gli educatori professionali?

7 Gennaio Gen 2019 1100 07 gennaio 2019
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«In luogo di un drastica "reductio ad unum" si può pensare al mantenimento della formazione degli educatori professionali in entrambi i corsi di laurea (Sde e Snt2) ma con una base obbligatoria di crediti professionalizzanti che prepari ed autorizzi al lavoro in ogni ambito e una parte di esami vocazionali che arricchisca il pluralismo formativo. A seguire specialistiche che formino alte professionalità»

Sul finire dello scorso anno si sono finalmente riaccesi i riflettori sul mondo educativo, un universo di servizi, bisogni e professionalità da molto tempo privo e privato di una propria voce. Complice un riassetto normativo, figlio di visioni spesso contrapposte e poco dialoganti, è ripreso un dibattito sulla "questione educativa". Su chi - come gli educatori - i servizi li incarna quotidianamente, informandone la struttura e l’assetto a partire dalle proprie competenze professionali. Un set di conoscenze ed abilità che solo in parte deriva dal percorso formativo, per integrarsi con lo sviluppo professionale proprio delle pratiche quotidiane.

Il tema della pratica autoriflessiva, della ricognizione e della riappropriazione dei saperi esperienziali meriterebbe una riflessione a sé stante: in ragione della centralità degli apprendimenti esperienziali e del loro riflettersi sulla quotidianità del lavoro e dei servizi. È interessante porre l’accento su alcune questioni che parrebbero non ancora risolte, né affrontate da un punto di vista legislativo e prospettico in questo quadro di rilettura della professione.

La contaminazione di visioni e la coesistenza di saperi sarà garantita - nel settore sociosanitario e della salute - dalla compresenza di educatori professionali sociopedagogici e pedagogisti ed educatori professionali sociosanitari. Sarà previsto un suo corrispettivo di pari possibilità per gli EP provenienti dalla vecchia formazione regionale (pensata per preparare professionisti sia per il settore sociale ed extrascolastico che per quello sociosanitario e della salute) nel ridefinito settore sociopedagogico? Oppure verrà loro imposto l’obbligo di una formazione aggiuntiva (60 CFU), inizialmente pensata per chi esercita in assenza del titolo necessario? Gli EP usciti dalla originale e seminale formazione delle scuole regionali posseggono un background formativo che incrocia conoscenza teorica con prassi operativa. Molti docenti di quei corsi venivano direttamente dalla professione sul campo nei diversi settori: servizi sociali territoriali, terzo settore, sanità pubblica. Sarebbe paradossale che come contrappunto alla auspicata (e conseguita) equipollenza alla laurea abilitante in Snt2, si vedessero amputare la competenza nel settore sociale ed extrascolastico (ora identificato nella classificazione di sociopedagogico). Competenza prevista nel D.M. 520/98, ancora attivo, che definisce la figura di Educatore Professionale e che fa parte di una più ampia e complessa congerie di norme che debbono trovare un equilibrio. Questi operatori non sono responsabili della contrapposizione tra facoltà universitarie, della divaricazione posteriore delle qualifiche, della competizione eccessiva e talvolta astiosa tra associazioni di categoria: da molti vissute come troppo corporative.

Auspichiamo che, in una logica storico-processuale, si possa finalmente ipotizzare un percorso volto alla armonizzazione dei profili e delle funzioni delle professioni educative e pedagogiche, consentendo che vi sia continuità nei servizi, garantendo la comperesenza di educatori con formazioni differenti in ogni settore di lavoro educativo. Le ragioni sono molteplici e vanno dalla “semplice” tutela del posto di lavoro, all'assicurare la qualità e la continuità dei servizi, al garantire una pluralità di visioni e di capacità di dialogo con mondi differenti. La compresenza di professionisti della educazione con diversi background formativi potrebbe essere un elemento di arricchimento della pratica operativa, attraverso la contaminazione sul campo di saperi e statuti epistemologici plurali: messi alla prova dalla materialità di servizi sempre più complessi, necessitanti la integrazione dinamica di conoscenze e competenze molteplici.

L’approccio indivuduale dei singoli operatori (come il contesto dei singoli servizi) caratterizza l'operatività spesso più delle definizioni normative. Creando "mappe" teoriche ed operative originali, proprie di quel singolo contesto e del suo relazionarsi con la rete sociale, comunitaria e degli altri servizi. In questo senso è strategica la figura dei coordinatori, spesso sottostimata nel suo valore e poco definita dal quadro normativo. I coordinatori spesso si sono guadagnati i “galloni” sul campo, costruendo la loro competenza organizzativa sulla rilettura della propria esperienza professionale forse ancor più che con specifiche e specialistiche formazioni propedeutiche alle funzioni di coordinamento. La riflessione su queste figure è centrale nella vita dei servizi. Unitamente a ciò occorre pensare a manutenzioni pedagogiche dei contesti e dei processi educativi, che individuino un secondo livello, specialistico, di rilettura dell'agire educativo.

Superata la fase emergenziale, che abbiamo definito di "messa in sicurezza dell'edificio", si impone l'apertura di uno spazio di pensiero sulla riforma ed innovazione della formazione delle professioni educative. Accantonata l’ipotesi, praticata in isolate realtà, della formazione degli educatori in interfacoltà poste in capo alle facoltà di medicina, occorre trovare altre soluzioni. In luogo di un drastica "reductio ad unum" si può pensare al mantenimento della formazione degli EP in entrambi i corsi di laurea (Sde e Snt2) ma con una base obbligatoria di CFU professionalizzanti che prepari ed autorizzi al lavoro in ogni ambito e una parte di esami vocazionali che arricchisca il pluralismo formativo. A seguire specialistiche che formino alte professionalità. Professionalità che esplichino la loro competenza sia sul versante organizzativo (e manageriale/gestionale di coordinamento dei servizi), sia su quello consulenziale (e prettamente clinico, di manutenzione dei processi e dei contesti siano essi socio-educativi, sociopedagogici, socio-assistenziale, sanitari o sociosanitari). Una simile architettura, in parte già esistente, in parte in fieri, in parte tutta da immaginare, renderebbe osbolescenti polemiche e contrapposizioni sul dettaglio normativo contingente. Per allargare davvero lo sguardo sulla modernizzazione del welfare e della offerta dei servizi, che sovente appare ancora il prodotto di una società che oggi non esiste più. E che occorre aggiornare: con un software in grado di leggere le nuove domande ed emergenze sociali, prevedendo nuove forme di protezione, tutela delle fragilità e promozione dei soggetti.

Gli autori
Fabio Ruta è educatore professionale post 99 con circa 25 anni di servizio in tipologie di servizio e con utenze diverse. Laureato in Sde e Consulenza Pedagogica e Ricerca educativa. Attualmente lavora nel settore delle disabilità

Paolo Zuffinetti è educatore professionale post 99 e formatore, si occupa del coordinamento di attività di formazione professionale di adolescenti e giovani

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