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Idee

Chi è il mio prossimo? Rileggendo Martin Luther King e Francis Hallé

23 Gennaio Gen 2019 1656 23 gennaio 2019
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Guardiamo al mondo e agli altri con "categorie" troppo ristrette, giudichiamo con un repertorio limitato di informazioni e i nostri giudizi sono prevalentemente pregiudizi e falsi propositi. Le "qualità interiori" sono la vera base su cui costruire rapporti sani, rapporti di fiducia e relazioni di significato. Il pregiudizio alza muri dove si potrebbero costruire ponti

Il silenzio di fronte al dolore degli altri

In questi giorni provo un "soffocato dolore" che mi costringe al più pensoso dei silenzi. Non riesco più a sopportare né le immagini dei naufragi nel Mediterraneo né la retorica che le accompagna. A dire il vero, non sopporto più nessuna scena di violenza, di sopruso, di disumanità che mi si presenta davanti agli occhi. Ho assorbito tanta di quella violenza in forma d'immagine che ogni minimo richiamo al gioco perverso del dolore medializzato mi ripugna.

Ma come possiamo accettare tutta questa perversa manipolazione della nostra mente e dei nostri sentimenti? Come possiamo pensare che esistano ragioni per nasconderci dalla vergogna di lasciare morire persone in mare?

Ogni "discorso" che cerca di "giustificare" l'orrore di queste morti violente mi sembra così puerile, così pietosamente ipocrita, che provo solo vergogna e rabbia. Credo che il vero potere di uno Stato sia il potere di aiuto. Il potere di dare, di soccorrere, di donare, di accogliere, di consolare. Il vero potere è quello che Sandro Pertini ha avuto - come pochi - il coraggio di farci intravedere: "L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire". Credo che bisognerebbe ripartire da questa idea di Paese per ritrovare in noi quei principi d'umanità che in questi anni sono diventati sempre più sbiaditi, sempre più inattuali. La vera crisi che sta logorando il nostro Paese è una crisi di valori, d'identità e di generosità. Sono questi i pensieri che coltivo nel mio silenzio, che non è un tirarsi indietro rispetto ai problemi del mondo ma un provare a ritrovare ragioni d'umanità, dove questa sembra essersi annichilita. Provo ad osservare, a mettere insieme frammenti. Mi appoggio a giganti che con i loro libri sanno ancora indicare un cammino.

Perché non possiamo aspettare

Dentro questo silenzio, risuonano in me le parole di profonda umanità del reverendo Martin Luther King nel suo Strenght to love, tradotto da Ernesto Balducci e ristampato da una piccola casa editrice: Chi è il mio prossimo? (Giovane Africa Edizioni, Pontedera 2012). Martin Luther King il cui "sogno" veniva spezzato il 4 aprile 1968 a Memphis scrive: "Una delle più grandi tragedie del lungo viaggio dell'uomo sulle vie della storia è stata la limitazione del prossimo alla tribù, alla razza, alla classe e alla nazione. [...] Una miopia spirituale limita la nostra visione agli accidenti esterni: vediamo gli uomini come giudei o gentili, cattolici o protestanti, cinesi o americani, neri o bianchi, non pensiamo a loro come a esseri umani simili a noi, fatti della nostra stessa sostanza fondamentale, modellati sulla stessa immagine divina [...] Il buon prossimo guarda oltre gli accidenti esterni e scorge quelle qualità interiori che rendono tutti gli uomini umani e, perciò, fratelli (pp. 11-14).

È proprio questa attitudine che non riusciamo a coltivare. Guardiamo al mondo e agli altri con "categorie" troppo ristrette, giudichiamo con un repertorio limitato di informazioni e i nostri giudizi sono prevalentemente pregiudizi e falsi propositi. Le "qualità interiori" sono la vera base su cui costruire rapporti sani, rapporti di fiducia e relazioni di significato. Il pregiudizio alza muri dove si potrebbero costruire ponti. Muri che tutelano il nostro "vivere comodi" la nostra "serenità" che sempre più somiglia a quella dei cimiteri. Se non usciamo dalla comfort zone dove crediamo di essere al riparo dalle intemperie della vita, rischiamo di non riuscire più ad accorgerci della presenza dell'altro.

Scrive infatti King: "La misura definitiva di un uomo non la si trova là dove egli sta nei momenti di tranquillità e di convenienza, ma là dove egli sta nei momenti di difficoltà e di controversia. Il vero prossimo rischierà la posizione, il prestigio e anche la vita per il benessere degli altri. Attraverso vallate pericolose e su rischiosi sentieri, egli solleverà qualche fratello oppresso e schiacciato ad una vita più alta e più nobile" (p.17).

Oggi, sembriamo accecati dalla ricerca del privilegio, dal potere di controllo. Anche chi si presenta sulla scena politica sbandierando il nuovo e la lotta contro il privilegio dopo pochi mesi ricade nei vizi di chi criticava con la violenza dei puri mai sottoposti alla prova. Il motivo sembra abbastanza semplice: si giunge al potere senza passare da esperienze particolarmente importanti di aiuto, di cooperazione, di vicinanza agli oppressi."L'interessamento personale che esige il dono della propri anima" (p. 18) sembra essere motivato da altre "ragioni" meno nobili e più centrate sul tornaconto economico e sulla ricerca ossessiva del prestigio (forse potrebbe essere utile rileggere I cacciatori di prestigio di Vance Packard).

Martin Luther King era risuscito a guardare in fondo alle anime dei suoi contemporanei e, da profeta, indicare il vero cammino da percorrere per superare segregazione razziale e il pregiudizio: "La soluzione definitiva del problema razziale sta nella disposizione degli uomini ad obbedire a leggi non coercitive. Gli ordini dei tribunali e le forze di polizia sono di inestimabile valore per mettere fine alla segregazione, ma la fine della segregazione è solo un passo parziale, sebbene necessario, verso la meta finale che noi cerchiamo di realizzare, una forma di vita veramente intergruppale e interpersonale. La fine della segregazione abbatterà le barriere legali e avvicinerà gli uomini fisicamente, ma qualche cosa deve toccare il cuore e l'anima degli uomini così che essi vogliano stare insieme spiritualmente, perché questo è naturale e giusto. Un vigoroso rafforzamento delle leggi sui diritti civili metterà fine alla segregazione nei pubblici servizi, che è una barriera contro una società veramente disgregata, ma non può mettere fine a timori, pregiudizi, orgoglio e irrazionalità, che sbarrano l'accesso ad una società veramente integrata. Questi ostacoli oscuri e demoniaci saranno rimossi solo quando gli uomini saranno dominati dall'invisibile legge interiore che scolpisce nei loro cuori la convinzione che tutti gli uomini sono fratelli e che l'amore è lo strumento più potente dell'umanità in vista di una trasformazione personale e sociale. La vera integrazione sarà compiuta da uomini che siano veramente 'prossimo' e obbediscano di buon grado a ordini non coercitivi" (pp. 21-22).

C'è, purtroppo, ancora oggi, chi è convinto che la convivenza sociale si costruisce con "forza di legge" o aumentando gli apparati di sicurezza, riempiendo ogni angolo di telecamere e sensori, mettendo in perenne allarme droni volanti, aumentando la presenza di forze dell'ordine.

Oppure ancora, ed è forse ancora più folle, favorendo la delazione, il sospetto, la diffidenza.

Ha detto bene Mattarella nel suo discorso di fine anno: "La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza. Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l'un l'altro".

L'unica vera strada da percorrere è quella indicata da Martin Luther King: farsi prossimo senza coercizione, senza paure, per costruire insieme la gioia.

Il recupero di un esistenza bella e buona è legata ad una pratica di gratitudine nella nostra vita

Ivan Illich

Ci vuole un albero

Un altro libro accompagna il mio silenzio. Scritto da Francis Hallé botanico e dendrologo francese, Ci vuole un albero per salvare la città, Salani, Milano 2018. Libro dolce e poetico scritto con l'animo di chi ama veramente l'oggetto del suo studio ma che è anche un profondo attacco al nostro stupido modo di vivere distruggendo l'ambiente che ci ospita con generosità e pazienza. C'è una domanda che Hallé si pone e che riguarda direttamente la "morale": "Gli alberi meritano di più della scarsa considerazione che gli concediamo perché sono vivi, belli, utili, discreti, robusti, silenziosi, autonomi, rassicuranti, facili da soddisfare e completamente non violenti. Per questo mi permetto di domandare: tra voi, politici e amministratori pubblici, chi può dire altrettanto?" (p. 21). Chi di noi può dire di essere utile e autonomo come un albero? Eppure, facciamo di tutto per distruggere questo altro grande e silenzioso che abita accanto a noi e che abbiamo ridotto a un "bene da consumare" a nostro piacimento.

Per Hallé; "non abbiamo più diritto di ignorare che questi esseri viventi e silenziosi sono i nostri migliori alleati e si battono da sempre al nostro fianco". (pp. 25-26). Quello di Hallé è un invito ad allargare la nostra percezione dell'altro non solo alle persone ma anche agli alberi e a tutto l'ecosistema. Ecosistema che continuamente dialoga e scambia informazioni e nel quale - il più delle volte - l'uomo si muove come un estraneo predatore, senza prestare attenzione alle esigenze dell'altro naturale: "Viviamo così senza prestare attenzione, circondati da alberi giunti da tutto il mondo per fornirci innumerevoli servizi senza chiedere nulla in cambio perché sono umili e silenziosi e hanno costruito un intero mondo sulla loro naturale discrezione (p. 95).

È proprio il silenzio degli alberi che ci ricorda come un monito che noi non possiamo vivere senza di loro ed esercitare a pieno la nostra condizione umana. Nessuno può maltrattarli o distruggerli senza infliggere a tutta l'umanità una grave perdita. Ogni foglia ci chiede rispetto e amore. Ed espande ancora di più la nostra coscienza verso una dimensione di ecologia profonda dove tutto trova il suo posto e la sua "ragione d'essere".

Gratitudine necessaria

Per vivere abbiamo bisogno di molto di più di quello che crediamo. Non si tratta solo di denaro. Abbiamo di bisogno di acqua pulita, di aria buona, di cibo fresco, di rapporti sereni, di vicinanza e di parentela. Di accoglienza, di rispetto, di solidarietà. Abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli di fronte all'indifferenza del mondo. Abbiamo bisogno di sapere che se naufraghiamo qualcuno verrà a salvarci. Indipendentemente dal colore della nostra pelle o dal porto da cui siamo partiti. Perché è la speranza dell'accoglienza che ci mette in cammino ed è proprio questa speranza di trovare altrove "buona terra" che ha permesso all'umanità di sopravvivere.

Chi non comprende che salvare un naufrago significa salvare tutta l'umanità, il suo principio speranza, non ha ancora capito nulla. Dovrebbe sedersi sotto un grande albero e ascoltare il canto glorioso delle foglie quando si donano alla luce. Ma forse non capirebbe ancora.

E allora, nell'attesa che si mostrino i segni, è necessario per me tornare ad abitare questo mio silenzio, come foglia, o fiore o alito di vento.

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