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Rapporto Oxfam: per curare le diseguaglianze un fisco più equo e più pensiero

25 Gennaio Gen 2019 1739 25 gennaio 2019

Se l’1% dei più ricchi del pianeta pagasse l’1% in più di imposte sul patrimonio, ci sarebbero risorse per l’educazione e la salute di intere popolazioni e si potrebbe curare una diseguaglianza insostenibile. poi occorre pensiero come strumento di relazione umana educativa, formativa e inclusiva; pensiero come amore per l’essere comune

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Rapporto Oxfam 2
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Se l’1% dei più ricchi del pianeta pagasse l’1% in più di imposte sul patrimonio, ci sarebbero risorse per l’educazione e la salute di intere popolazioni e si potrebbe curare una diseguaglianza insostenibile. poi occorre pensiero come strumento di relazione umana educativa, formativa e inclusiva; pensiero come amore per l’essere comune

Prendo spunto da un articolo di Marco Dotti su Vita (23 gennaio 2019) a proposito del Rapporto Oxfam 2019 dedicato a “Public good or private wealth?”, portato al Forum economico mondiale di Davos del gennaio 2019, “Le disuguaglianze sono una scelta politica”.

Il dato sulla crescita delle disuguaglianze economiche e sociali rilevato dall'ultimo Rapporto Oxfam evidenzia che, nel mondo, i 26 individui più ricchi possiedono più risorse della metà più povera del pianeta. Il rapporto non evidenzia su quale fetta dell’economia mondiale tale ricchezza eserciti un’influenza dominante e di controllo: lo si può immaginare osservando il funzionamento delle catene di controllo. Lo stesso rapporto evidenzia che 3,8 miliardi di persone,che corrispondono alla metà più povera degli abitanti del mondo, possono contare solo sullo 0,4 per cento della ricchezza globale.

In altre parole: 26 individui possiedono il 50% 3.8 miliardi (meno 26unità) possiedono il 49,6% 3.8 miliardi possiedono lo 0,4%. In Italia il 5% più ricco detiene ricchezza pari a quella posseduta dal 90% più povero della popolazione.

La forbice si allarga nei periodi di crisi e negli anni successivi: maggiore e più lunga è la crisi, maggiore è la concentrazione della ricchezza a spese della povertà crescente. Il divario si riflette su tutti gli ambiti della vita; primi fra tutti: fame, alloggio, istruzione, salute.

Togliere a intere popolazioni la capacità di produrre e di consumare, genera una sacca di umanità che non serve alla produzione di ulteriore ricchezza, quindi che non serve e basta. Ricordava John Steinbeck quasi un secolo fa: un uomo che ha fame può essere pericoloso, ma è debole; un uomo il cui figlio abbia fame, trova la forza per fare qualunque cosa pur di cercare di sfamarlo.

Il Rapporto Oxfam tocca anche il tema della rabbia sociale generata dalle crescenti disuguaglianze locali e globali. L’espressione di questa rabbia porta le popolazioni povere, le popolazioni che non “servono”, all’autodistruzione: sarà un caso, ma è sotto gli occhi di tutti che la parte ricca del mondo finanzia ai popoli poveri l’acquisto delle armi e non l’istruzione, le infrastrutture locali, la sanità ...; se non servono, tanto vale che si autodistruggano; la loro autodistruzione è un investimento che concorre ad alimentare l’industria delle armi convenzionali. In altre parole, la concentrazione delle guerre nelle zone più povere del pianeta dove l’apporto più significativo sono le armi fornite dalla parte ricca del mondo “serve” a togliere di mezzo l’umanità che non “serve”.

Se l’1% dei più ricchi del pianeta pagasse l’1% in più di imposte sul patrimonio, ci sarebbero risorse per l’educazione e la salute di intere popolazioni. Immaginiamo di espandere questo un 1% alla metà della popolazione mondiale che detiene il 99,6 della ricchezza...Un sacrificio irrisorio per la metà della popolazione, darebbe dignità all’altra metà.

Ma non accade. E le disuguaglianze si accentuano con la ricchezza di alcuni che continua a crescere sulla altrettanto crescente povertà di altri. Dotti ricorda l’eclatante caso di Jeff Bezos, fondatore di Amazon, in cima alla lista dei ricchi grazie a un patrimonio personale di più di 112 miliardi di dollari. Dal Rapporto Oxfam si rileva che il bilancio sanitario dell’intera Etiopia è pari all’1% di tale ammontare. La ricchezza di Bezos si è nutrita ed è costantemente alimentata dalla progressiva distruzione di infinite economie locali: lo tocchiamo con mano guardandoci attorno.

Riferisce Dotti nell’articolo su Vita che Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International, in un’intervista a Libération, si sofferma sul progetto di Bezos di investire in un viaggio spaziale: “non ha senso: il mondo ha bisogno di più scuole, non di mega-yacht o razzi privati”.

La concentrazione esponenziale di ricchezza esasperatasi dalla crisi finanziaria del 2008 ad oggi è sostenuta da una politica fiscale iniqua e di visioni politiche scellerate: ad una crescente concentrazione di ricchezza, corrispondono i più bassi livelli di tassazione degli ultimi decenni. Se solo la tendenza fiscale fosse invertita, la maggior parte dei governi disporrebbe di risorse sufficienti per finanziare i servizi pubblici infrastrutturali, la sanità e l’istruzione.

Ma questo non interessa a chi detiene la ricchezza: alla concentrazione della ricchezza corrisponde la concentrazione del controllo delle risorse globali e della quantità di umani che non servono e che possono essere abbandonati all’autodistruzione.

Quale difesa? L’educazione all’inclusione, l’educazione al pensiero critico ed all’osservazione, partendo dallo studio del pensiero nei diversi periodi e contesti geopolitici della storia; partendo dal ruolo giocato nella storia dalla coesistenza tra economia e pensiero; economia pubblica e pensiero, economia sociale e pensiero; pensiero come strumento di relazione umana educativa, formativa e inclusiva; pensiero come amore per l’essere comune; pensiero come principale strumento di antagonismo al potere, più efficace di qualunque sanguinaria rivoluzione.

Attenzione: il pensiero richiede tempo; il pensiero è analogico; non sta in un tweet né si può esprimere dando il cervello in outsourcing al mondo digitale o a uno smartphone. Il pensiero si sviluppa tra le persone che sanno cogliere nell’alterità, ovvero nell’altro, un’opportunità e non un limite. Resistere all’accelerazione ed all’esasperazione del fare dà spazio al pensiero, perché il pensiero richiede tempo. Il tempo è il bene più prezioso che ci è dato alla nascita: il tempo investito nel pensiero ridà dignità all’uomo e alle relazioni umane.

*Avvocato, Autore di numerose pubblicazioni su riviste di settore (Giurisprudenza Italiana, Rivista di Diritto Civile, Diritto e Pratica del Lavoro) in materia civile e commerciale

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