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Il bambino capovolto. Educare subito alle cose grandi e belle

29 Gennaio Gen 2019 1721 29 gennaio 2019
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La lettura del recente volume di Giampaolo Nicolais, "ll bambino capovolto. Per una psicologia dello sviluppo umano" ci aiuta a riflettere con maggiore profondità sulla natura della relazione educativa. Una lettura in cui risuona l'eco della lezione di Romano Guardini

Le età della vita

Da pochi giorni abbiamo celebrato il Giorno della Memoria. Pensieri, immagini, cerimonie, film in TV, concerti in teatro. Un enorme apparato di segni, che dovrebbe riuscire a esorcizzare lo sgomento di un passato orribile e rassicurarci sul fatto che nulla di quel passato può e deve mai più ripetersi. Tuttavia, terminate le celebrazioni, siamo costretti ad un "ritorno nel quotidiano" che c'impone continuamente di fronteggiare una crescente disumanizzazione.

Nelle relazioni di ogni giorno siamo costretti a lottare contro un'organizzazione reticolare in cui razzismo, xenofobia, discriminazione, determinano sempre più l'ordine del discorso. Non è necessario rivolgere lo sguardo a fatti eclatanti e tragici per renderci conto che "il clima" è cambiato e che la politica al governo del Paese rappresenta solamente il referente istituzionale di un malessere ampio, diffuso, centrato sulla paura e su sentimenti elementari.

L'odio diffuso è il «brodo di coltura» che permette poi la proliferazione di gesti criminali. Per questo motivo, chiunque si dedichi a temi educativi e sociali deve sempre più fare uno sforzo per individuare dove si annidano "le ragioni" del malcontento e progettare azioni che siano in grado d'invertire la rotta e di motivare al cambiamento verso l'appartenenza alla comunità che resiste.

Sempre più necessaria appare, in questa prospettiva, una valutazione più attenta degli aspetti educativi che sviluppino nell'individuo il senso di appartenenza alla comunità umana intesa come un unico indivisibile.

Per ragionare in questa direzione, vorrei partire da un testo di struggente bellezza, scritto da Romano Guardini nel 1957 e rivolto alle tappe dell'evoluzione umana: Le età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e Pensiero, Milano 2006. Quali sono i compiti degli educatori nei confronti dei bambini? Citando il pedagogista Herman Nolh afferma: "l’educatore è il difensore degli interessi vitali del fanciullo di fronte agli interessi degli adulti; e certamente anche di fronte agli istinti del bambino stesso. Pertanto, egli deve provvedere a che il bambino possa veramente essere bambino. Ciò non significa che questi debba solo pensare a giocare, restando privo di educazione alla vita, bensì che questi due elementi, fondamentali per la crescita siano dosati nel modo giusto. L’educatore deve curare che il bambino impari a inserirsi, a disciplinare slanci e istinti, a fare ciò che la famiglia e la scuola esigono da lui ecc; ma, contemporaneamente, l’educatore deve preoccuparsi che il bambino debba vivere la propria vita e che gli si conceda spazio per il gioco" [...] ci sarebbe qui molto da dire; e al riguardo bisogna ricordare insistentemente quanto l'azione dell'adulto, che oramai non sa più giocare, sia nociva, con il suo falso opportunismo e con le sue manie calcolatrici [...] L'adulto non deve tormentare il bambino, bensì aiutarlo a prendere contatto con la propria capacità di determinare la vita, e ad acquistare il coraggio di essere se stesso [...] i valori centrali stanno in quel che si definisce carattere, cioè nelle istanze dell'amore per la verità, del senso dell'onore, della fedeltà, del coraggio e della costanza [...] Questi sono i valori di cui un giovane che acquista consapevolezza di se ha bisogno [...] Si tratta dei valori centrali della personalità; realizzandoli, si ha l'autentica costruzione dell'uomo morale [...] L'educatore deve avere ben chiaro al riguardo che a incidere maggiormente non è ciò che dice, bensì

ciò che egli stesso è e fa. Questo crea l’atmosfera; e il fanciullo, che non riflette o riflette poco, è soprattutto ricettivo dell’atmosfera. Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; solo il terzo è ciò che egli dice" (pp. 52-54).

Guardini ribalta l'intero approccio della "società dello spettacolo" che vorrebbe farci credere che "è vero solo ciò che appare" per ricordarci che il primo fattore educativo è ciò che siamo, poi ciò che facciamo e alla fine -forse- quello che diciamo. Cosa penserebbe Guardini di una società in cui il bambino è continuamente bombardato da stimoli che mirano a farlo diventare un perfetto consumatore, precocissimo tiranno desiderante, eternamente insoddisfatto e, allo stesso tempo, impossibilitato a vivere un sentimento così necessario come la noia perché impegnato in mille attività "formative"?

Essenzialmente, credo che ci metterebbe in guardia dall'azione d'indebolimento morale che stiamo attuando nei confronti delle nuove generazioni.

Guardini si spinge ancora più avanti e ci fornisce strumenti adatti a comprendere i "bisogni di sicurezza e di controllo" che tanto interessano l'uomo del nostro tempo: "Quanto più intenso diventa il potere di suggestione esercitato dal condizionamento anonimo dell'opinione, quanto più violentemente lo stato tenta di impadronirsi della persona e della sua vita, tanto più debole diventa l'ordine vero e proprio, poiché esso deriva dalla libertà e dalla responsabilità. La costrizione e la suggestione sono il contrario dell'ordine; creano un ordine di facciata. Esse in realtà rendono l'uomo sempre più caotico, incapace di acquisire una forma autentica. [...] L'organizzazione che, dappertutto, si incrementa nelle sue forme e nel suo potere di intervento, è in realtà apparenza e nasconde un caos, che, a sua volta, tende ad aumentare. Nell'uomo del nostro tempo c'è anarchia, e questa si va eccentuando sempre di più" (p. 57).

I bambini sono capaci di giocare, di creare personaggi, scene di vita, cerimonie. Dappertutto, invece, vediamo solo giocattoli che riproducono le realtà della tecnica, e che in verità sono pensati per un adulto. Se invece si verifica l’opportunità che prenda risalto qualche aspetto della natura del bambino, se, per esempio, si coglie la ricchezza di significati contenuti nei disegni dei bambini, allora si elaborano teorie al riguardo, si organizzano mostre, si conferiscono premi, e tutto si guasta

Romano Guardini

L'ossessione della sicurezza nasce dall'incapacità di stabilire un ordine morale interiore che metta al primo posto i valori più autentici: il discernimento, la pacatezza, il coraggio di fare il bene, il rispetto per sé e per gli altri, la valorizzazione della vita, il rispetto per l'opera compiuta, il superamento dell'invidia. Da questo "tradimento" derivano tristi conseguenze: "Il misconoscimento della vecchiaia e dell’infanzia vanno di pari passo: il fatto che l’uomo diventa vecchio viene rimosso, e nasce l’immagine idealizzata dell’uomo e della donna che hanno sempre vent’anni, una raffigurazione tanto stolta quanto vile. Dall’altra parte, il bambino viene meno; al suo posto compare il piccolo adulto, una creatura nella quale si è inaridita la fonte delle energie interiori. Questi due fenomeni rappresentano un impoverimento della vita" (p. 81).

Con le nostre ossessioni securitarie non facciamo altro che impoverire la vita, la rendiamo sempre più fragile e insicura e ci esponiamo a una visione del mondo apocalittica. Di questa Weltanschauung abbiamo ricoperto l'io dei nostri bambini. Sempre più narcisisti e sempre meno disposti all'ascolto dei bisogni dell'altro. Che adulti saranno domani?

Il bambino capovolto

La lettura del recente volume di Giampaolo Nicolais, ll bambino capovolto. Per una psicologia dello sviluppo umano (San Paolo, Cinisello Balsamo 2018), ci aiuta a riflettere con maggiore profondità sulla natura della relazione educativa.

La tesi di Nicolais è la seguente: "a ridosso del secolo che finalmente ci ha fatto scoprire il bambino e che tanta ricchezza di prospettiva sull’infanzia e le sue caratteristiche ci ha messo a disposizione, si stia diffondendo una sua visione distorta. Chiamo il bambino capovolto il risultato di questa distorsione. Un bambino tanto in apparenza celebrato quanto occultato nella sua reale natura, in un momento di dittatura della gerontocrazia in cui non c’è spazio perché la forza vitale dell’infanzia possa esprimersi in modo compiuto. Anzi: facendo suo un ideale di vitalismo esasperato, la quarta età sta di fatto fagocitando la prima. Con un culto diffuso dell’infantile – ossia di una prospettiva di vita tutta volta al superamento del limite, a partire da quello imposto dall’invecchiamento – che nulla ha a che fare con l’attenzione per l’infanzia. [...] Insomma: bambini non se ne fanno praticamente più. E quelli che nascono tendiamo a fraintenderli, capovolgendo nel loro contrario le verità fondamentali del loro sviluppo nella misura in cui facciamo di noi adulti dei (grotteschi) bambini, dimenticando di far diventare loro degli adulti" (pp. 12-14).

Nicolais attingendo a una grande mole di ricerche sperimentali nell'ambito della psicologia dello sviluppo ci pone di fronte ad alcune osservazioni decisive: "i bambini che ce la fanno, che sviluppano al meglio le proprie potenzialità, che affrontano le difficoltà e persino i traumi non soccombendo e anzi trovando occasione di crescita personale, sono quelli in grado di andare oltre il momento presente, di pensarsi in una prospettiva temporale ampia in cui la tensione verso ciò che verrà dopo è il reale propulsore della loro crescita. Ma come è possibile funzionare in questo modo se, come abbiamo visto, si hanno accanto genitori dominati dalla paura?

La paura congela, irrigidisce, favorisce meccanismi regressivi: l’esatto contrario di una fiduciosa apertura verso il futuro. Il pantraumatismo capovolge il bambino e la sua verità, perché, in essenza, rifiuta l’evidenza della vita: venire al mondo vuol dire avviare una lunga sequenza di adattamenti all’ambiente che ci garantiscono tanto la sopravvivenza quanto la possibilità di sviluppare la nostra intelligenza e le nostre disposizioni latenti" (p. 93).

La paura torna ad essere centrale nel nostro ragionamento e diventa uno strumento di limitazione della personalità. Un blocco che impedisce lo sviluppo delle facoltà di adattamento. Consonante con Guardini è il discorso sulla credibilità di Nicolais: "Il genitore che sostiene, tranquillizza, rassicura nel momento della difficoltà diviene affidabile agli occhi del bambino. Quello che, al contrario, non è disponibile o si attiva in modo non efficace quando la paura del bambino lo chiama in causa, viene vissuto come inaffidabile e imprevedibile, ingenerando un dubbio sistematico sul suo reale valore. In questo senso, il frutto di un legame di attaccamento “sicuro” è la credibilità di un genitore che si è guadagnato sul campo la stima del proprio bambino. Tale credibilità diviene il principale attivatore dello sviluppo di una coscienza morale: il genitore dà indicazioni di comportamento e indica divieti e norme da rispettare che il piccolo tenderà ad accettare, giacché si fida" (p. 108). Nicolais ci aiuta a comprendere come l'altruismo si basa su una modalità di relazione che si apprende primariamente nel rapporto con i propri genitori: "un bambino capace di regolarsi emotivamente – competenza appresa nel contesto di cure genitoriali adeguate – avrà due notevoli vantaggi. Da un lato, sarà difficilmente sopraffatto dalle proprie emozioni negative e sperimenterà raramente angoscia e senso di smarrimento. [...] Dall’altro, sarà più fiducioso e aperto nei confronti degli altri, come risultato di un effetto diffusivo della fiducia verso i propri genitori. Dunque, questo bambino non diverrà morale solo perché ben disposto a interiorizzare gli standard genitoriali, ma anche perché, così facendo, si disporrà ad agire in modo prosociale, potendo contare su un modello di relazione empatica sperimentato con i genitori e che può riproporre con gli altri. [...] Questo aspetto appare decisivo: conditio sine qua non per lo sviluppo morale è la possibilità di “uscire da sé”, di non rimanere intrappolati nella reattività e nella disregolazione emotiva che non lasciano spazio per l’instaurarsi di una relazione sintonizzata ed empatica con l’altro. Un bambino che fa esperienza di emozioni negative e che lo sopraffanno, per esempio, mostra tipicamente meno empatia nei confronti delle difficoltà altrui, e ciò come conseguenza di evitare in modo attivo il disagio dell’altro a causa dell’incapacità di regolare le proprie emozioni negative. In definitiva, esiste una correlazione diretta tra una buona regolazione emotiva e l’attivazione di un generale stato mentale di orientamento all’altro in termini di empatia e di condivisione del suo punto di vista, con il risultato di una più marcata tendenza alla condotta morale e all’azione prosociale. [...] La cooperazione è divenuta, così, una necessità ineludibile per la sopravvivenza e la riproduzione. In questo nuovo contesto, gli individui capaci di collaborare produttivamente con gli altri nell’ambito delle attività mutualistiche e di fornire loro aiuto in situazioni di difficoltà si trovarono ad avere un notevole vantaggio adattivo" (pp. 112-114).

Educare alle cose grandi

C'è un punto di convergenza forte fra il lavoro di Guardini teologo morale e Nicolais psicologo dell'educazione: la fiducia nelle capacità morali del bambino.

Scrive Nicolais - e a me paiono le pagine più belle e riuscite del suo volume - che: "I bambini sono pronti per le cose grandi", dunque, ma hanno bisogno che ci sia uno più grande di loro a mostrargliele. Con il proprio esempio, certo, ma ancora prima – giacché, senza di essa, nessuna reale relazione educativa è possibile – attraverso una ferma disposizione dell’adulto a non voler essere come quel bambino che pure tanto ama. È il bambino che deve volere essere come il suo modello, non viceversa. Una volta interiorizzato, in parte lo terrà, in parte lo rifiuterà, in parte lo sottoporrà a profonda revisione. Ma la direzione è dal bambino al genitore, non viceversa. [...] In ultima analisi, educare alle virtù è la migliore occasione che un genitore possa avere per sapere esattamente qual è il suo posto e la sua funzione: non appropriandosi del bambino, mostrandogli con la presenza e con l’esempio che i valori morali universali che ci rendono davvero umani sono desiderabili. Che vale la pena perseguirli, adottarli come stella polare delle proprie scelte e delle proprie azioni. [...] La rinuncia a un’educazione alle virtù, dunque, capovolge il bambino e la sua verità, perché non ne riconosce la precocissima propensione morale, abdicando alla complementare e necessaria funzione di guida ed esempio. Se guardiamo a noi stessi attraverso il bambino, non solo non lo vediamo, ma gli impediamo di costituirsi attraverso la relazione con noi. Rimaniamo schiacciati insieme a lui sul solo tempo presente, impedendo il cambiamento e la trasformazione che farebbero di lui un altro, e non una replica di noi stessi" (pp. 126- 132).

Grazie a queste osservazioni, possiamo ritornare a guardare ai bambini non come a giocattoli schiavi del nostro narcisismo e delle nostre terribili paure ma come soggetti capaci di autonomia la cui vita dipende soprattutto dalla nostra capacità di essere un esempio credibile.

La distrazione di massa

Molte persone di buona volontà si chiedono quale sia il modo più corretto per educare le generazioni future alla pace e alla cooperazione. Tuttavia, un enorme sistema di distrazione di massa cerca di convincerci continuamente che siamo assediati da barbari pronti a ucciderci e a rubarci quel minimo di sicurezza che ci siamo costruiti con tante fatiche. Questa opera di mistificazione della realtà ci allontana sempre di più dall'unico compito che come adulti dobbiamo provare a compiere: essere testimoni credibili delle idee che diciamo di professare. Solo il nostro agire coerente e responsabile crea quel presupposto, quel clima favorevole, in cui le parole servono solo a dare ragione di una speranza che è già vita, è già comunità. Altrimenti, e i bambini sono maestri in questo, saremo immediatamente catalogati nella categoria dei parolai.

Verbosi difensori di una morale che non hanno mai praticato. Il rischio è di finire come quei dottori della legge che caricano gli uomini di pesi insopportabili e che loro non toccano nemmeno con un dito.

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