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Migranti

Care famiglie, volete accogliere? Fate come noi: mettetevi in rete

19 Febbraio Feb 2019 1436 19 febbraio 2019
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Un gruppo di famiglie, una cooperativa sociale e una parrocchia. A Milano un modello di accoglienza con una forte componente di innovazione sociale, che mette in rete attori diversi ed è facile da replicare

«In Africa dicono che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Noi abbiamo capito che per crescere un minore non accompagnato ci vuole un’intera città», racconta Elena Granata. Elena vive a Milano, è mamma di tre figli adolescenti e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano. Una vita piena di impegni, responsabilità e relazioni, dove però c’è spazio per accorgersi di chi è in difficoltà. Ed è così che oggi Elena è il motore di una rete di famiglie milanesi che ospitano quei ragazzi, non ancora maggiorenni (ma spesso l’esperienza di prolunga anche dopo il compimento dei 18 anni), che lasciano da soli l’Africa e che, sfidando il Mediterraneo, arrivano nel nostro Paese in cerca di un futuro.

Tutto partì quando...
«Siamo partite nel 2017» prosegue Elena. «Io e le mie sorelle, Anna e Chiara, con le nostre rispettive famiglie, abbiamo aderito a “Fare sistema oltre l’accoglienza”, programma promosso da Amu-Azione per un Mondo Unito, Afn-Azione per Famiglie Nuove e Fo.Co.-Formazione e Comunione. In particolare, abbiamo accolto per alcuni giorni, durante le vacanze di Pasqua, alcuni minori che erano ospitati in strutture di accoglienza in Sicilia». «Tutto è iniziato con quella vacanza e non è più finito», continua Anna, sorella di Elena.

«Da noi è arrivato Bakary, all’epoca 17enne, proveniente dal Gambia. La nostra casa non è grande, per ospitarlo abbiamo messo un letto in salotto, dietro a un paravento. Quei giorni di vacanza sono stati un tempo denso di condivisione e conoscenza. Abbiamo costruito una fiducia reciproca molto in fretta, perché le mura di casa accorciano i tempi. E così, l’ultimo giorno, gli abbiamo chiesto se era disponibile a lasciare la comunità di accoglienza e a venire a vivere da noi, appena compiuti i 18 anni. Ci siamo dati da fare e gli abbiamo trovato un lavoro in un orto alle porte di Milano. Ormai Bakary è parte integrante della famiglia». «Ricordo ancora quella sera in cui Sekou, che arriva dalla Guinea, mi ha chiesto: “Perché mi ospiti?”» dice Elena. «La risposta non me l’ha suggerita la fede, né la cultura, ma solo l’umanità: “perché se uno dei miei figli fosse da solo al di là del Mediterraneo, vorrei che qualcuno lo accogliesse come faccio con te”».

Elena, Anna e Chiara

Alpha ha 20 anni, ha lasciato da solo il Ghana a 13 anni, oggi lavora come aiuto cuoco e vive ormai da un anno e mezzo a casa di Emiliano e di Chiara, l’altra sorella di Elena. Al mattino, spesso, accompagna a scuola Sara e Gabriele, i bambini di Anna e Diego. Non parla molto, ma quando lo fa si capisce quanto sia intenso il suo vissuto: «La famiglia non sono i legami di sangue, sono le relazioni che si creano». «Pian piano abbiamo sentito l’esigenza di coinvolgere in questa esperienza altre famiglie, per aiutare quanti più ragazzi possibile» racconta Chiara. «Abbiamo telefonato ad amici e conoscenti. Oggi le famiglie della nostra rete che accolgono stabilmente un minore a Milano sono circa 25, poi ce ne sono altrettante che hanno aperto la loro casa per un periodo più breve, durante le vacanze di Natale».

Divisione dei compiti
Tra queste, c’è quella di Paolo e Lucia. L’anno scorso, dopo aver accolto per alcuni giorni Kanjura, erano molto dispiaciuti di lasciarlo andare, ma vivendo in una casa piccola, non avevano spazio dove ospitarlo. Si sono così rivolti alla parrocchia milanese di San Luigi, che ha messo a disposizione un appartamento, chiamato con affetto “la casetta”. Qui, al momento vivono sette ragazzi africani ormai maggiorenni, tutti con un lavoro, spesso trovato con l’aiuto delle famiglie. «Del resto il nostro obiettivo non era quello di creare un rapporto esclusivo, con questi ragazzi, ma di aiutarli nel loro percorso verso l’autonomia», spiega Elena. «I ragazzi si occupano di cucinare e di fare le pulizie. Ognuno di loro ha poi la sua famiglia di riferimento, che lo supporta in tutto quello di cui ha bisogno. Fondamentale è stato anche l’aiuto della cooperativa Spazio Aperto Servizi, che si è resa disponibile a pagare l’affitto calmierato alla parrocchia e le utenze domestiche». Tutto questo non sarebbe stato possibile se le famiglie coinvolte non fossero diventate una squadra capace di suddividersi i compiti. C’è chi si occupa di aiutare i ragazzi a sbrigare le numerose pratiche burocratiche, chi insegna loro l’italiano, chi li accompagna con l’auto… «C’è una dimensione di maternità e paternità allargate, che ci ha resi tutti più aperti e più felici, ha cambiato il nostro modo di vedere la vita. Questo modello di accoglienza ha una forte componente di innovazione sociale, perché mette in rete attori diversi ed è facile da replicare», conclude Elena. E il bisogno è davvero grande, se si considera che, secondo il report della Direzione generale dell’immigrazione e della Politiche di Integrazione, al 30 novembre 2018, i minori non accompagnati, presenti in Italia e censiti, erano ben 11.339.

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