Editoriale

#PrimaLePersone: un trampolino da non sprecare

3 Marzo Mar 2019 1444 03 marzo 2019

Ieri a Milano è successo qualcosa di importante: è comparso sulla scena un grande movimento civico: 1.200 sigle sociali non hanno messo in piedi solo una manifestazione di piazza, ma hanno indicato un metodo e avviato un processo. Che ora va alimentato. Ma come e con quali obiettivi? Da oggi bisogna ripartire provando a rispondere a questi due interrogativi

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#Primale Persone
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Ieri a Milano è successo qualcosa di importante: è comparso sulla scena un grande movimento civico: 1.200 sigle sociali non hanno messo in piedi solo una manifestazione di piazza, ma hanno indicato un metodo e avviato un processo. Che ora va alimentato. Ma come e con quali obiettivi? Da oggi bisogna ripartire provando a rispondere a questi due interrogativi

È successo qualcosa di rilevante ieri a Milano. Qualcosa che non ha ancora (se mai lo avrà) una definizione e una forma, ma qualcosa che oggi non può essere ignorato né rubricato semplicemente nella lista delle grandi manifestazioni di piazza (200mila persone in carne ed ossa sono davvero tante). “Prima le persone” non è stata semplicemente l’antitesi al “prima gli italiani” salviniano, marchio di fabbrica dei sovranisti nostrani. “Prima le persone” non è stato fino ad ora e non dovrà trasformarsi in un prodotto da vendere sul mercato del merchandising dell’offerta politica italiana. E vale la pena sottolinearlo proprio nel giorno delle primarie del Partito Democratico. “Prima le persone” è stato innanzitutto un metodo e un processo guidato e accompagnato dalle 1.200 sigle civiche che ieri hanno riempito i pochi chilometri che separano Porta Venezia, da piazza Duomo.

“Gli attori civici sono andati oltre la funzione suppletiva del welfare pubblico in crisi e sono diventati un soggetto politico capace di fare non solo proposte, ma anche un gran bel casino. È un cambio di passo molto forte. Non so se regge, ma oggi mi è parsa una cosa davvero nuova”, mi ha scritto ieri sera tornando a Roma, Marco De Ponte, segretario generale di Action Aid, una delle sigle che maggiormente si sono spese per l’organizzazione di People. Ha ragione De Ponte. E soprattutto fa bene a porre subito la sfida: come questo metodo e questo processo possono reggere? Due condizioni sono preliminari. La prima: le relazioni e la condivisione contano più delle appartenenze. Il mondo della cittadinanza attiva, di chi guarda all’interesse generale, il mondo dell’associazionismo e del Terzo settore dopo la giornata di ieri non può avere timidezze o pigrizie per compiere questo passo una volta per tutte. Non è per nulla scontato che lo faccia, ma non farlo sarebbe irresponsabile.

Secondo prerequisito: la politica dei partiti, che pure sono uno strumento necessario, viene dopo. Bene che ieri ci fossero in piazza anche rappresentanti di partito. Bene che abbiamo visto e ascoltato. Bene che abbiano partecipato. Ma sul popolo di “Prima le persone” e sui contenuti che esprime non vanno messe etichette partitiche di alcun genere. Ieri nelle tre ore che ho passato in corteo non ho sentito un coro anti-Salvini o anti-Governo. Non ce ne era bisogno. La manifestazione aveva una straordinaria forza in se stessa, senza dover impallinare il nemico di turno. Un grande segno di maturità. E una grande segno distintivo.

Come insegna uno degli studiosi contemporanei dell’economia civile più fervidi come Luigino Bruni: “La sola umiliazione buona è quella che ci arriva dalla vita senza che nessuno ce la procuri intenzionalmente”. Si sta insieme per costruire, per federare, per immaginare qualcosa di nuovo e di migliore. “Prima le persone” può essere un formidabile trampolino per invertire la rotta. Non sprechiamolo.

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