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Lorenzo Fontana: ministro della famiglia o agente provocatore?

28 Marzo Mar 2019 1138 28 marzo 2019

Mentre a Verona si apre fra le polemiche il congresso delle famiglie, proprio le famiglie e le fasce più deboli della popolazione stanno già iniziando a pagare una nuova recessione economica a cui il governo gialloverde risponde con promesse a lunga gittata. Poco efficaci nella pratica, ma perfettamente funzionanti all’interno della macchina propagandistica della Lega.

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Mentre a Verona si apre fra le polemiche il congresso delle famiglie, proprio le famiglie e le fasce più deboli della popolazione stanno già iniziando a pagare una nuova recessione economica a cui il governo gialloverde risponde con promesse a lunga gittata. Poco efficaci nella pratica, ma perfettamente funzionanti all’interno della macchina propagandistica della Lega.

Giuso tra i mortali, di vera pace non è esattamente Fontana vivace. Chissà se Dante piace, ai leghisti, ma a parte i giochi di parole, in effetti no: Lorenzo Fontana, quarantenne leghista veronese di obbedienza salviniana, ministro della Famiglia e le Disabilità, un pacificatore non è. E' un dogmatico irruento, non particolarmente avvezzo alla dialettica politica, e nel governo gialloverde ha un ruolo – non centralissimo ma ben individuato – di agente provocatore. Perché i temi di cui si occupa, per passione naturale, da cattolico intransigente, sono quelli più divisivi a livello pubblico. Ma anche divisivi all’interno del governo (Gigino Di Maio è arrivato all’insulto, contro il convegno “medievale” organizzato da Fontana a Verona a fine marzo). Ma divisivo anche nella stessa Lega di Matteo Salvini che, a parte i rosari agitati in piazza, è un laico agnostico e tale si è sempre considerato. Però il Capitano lo lascia fare e strafare: sa che su quel fronte Fontana è una calamita di consensi.

“Se non servo posso lasciare”, aveva dichiarato nell’agosto scorso, due mesi dopo essere diventato ministro, con l’aria di chi è lì per spirito di servizio e non fa sconti a nessuno. Era arrivato presentando un programma ambizioso, e anche costoso, ideologicamente senza se e senza ma nel nome della difesa della famiglia “tradizionale” (qualsiasi cosa l’abusata espressione voglia dire) come baluardo contro la fine dell’occidente e il suo cupo declino demografico condito dalla “sostituzione etnica”, il nuovo spauracchio della destra religiosa e suprematista. Una sua fissa, la demografia: ci ha scritto un libro, “La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi”, assieme a Ettore Gotti Tedeschi, l’ex banchiere che vede una chiara equazione tra crisi economica e crisi demografica. Il programma di Fontana era ricco: dagli asili gratis all’incremento della indennità di maternità, il rimborsi per le babysitter, via l’Iva sui pannolini, rilancio dei consultori e sgravi fiscali alle aziende che mantengono le madri al lavoro. Il tutto sostenuto da dichiarazioni roboanti contro l’aborto (“diritto umano al contrario”) e la “deriva nichilista”.

Passato quasi un anno del governo più inconcludente della storia repubblicana, il ministro Fontana zampilla in realtà in cima alla classifica degli inconcludenti (anche se è uno di quelli con lo staff più nutrito), forse battuto soltanto da Barbara Lezzi, la ministra per il Meridione perso di vista. A novembre 2018 aveva dettagliato in Parlamento che il suo programma prevede un investimento di 300 milioni, tra cui 120 per le politiche sociali e 100 per il fondo per le non autosufficienze: però spalmati in tre anni, con i primi soldi cantierati entro il 2019.

La Famiglia è una bella idea, e l’importante per Fontana è far prendere aria alle belle idee

Nel governo delle apparenze, e che sta provocando una recessione economica che proprio le famiglie e le fasce più deboli della popolazione stanno già iniziando a pagare, le promesse a lungo termine del ministro per la Famiglia non sono un eccessivo problema. Anche perché funzionano, all’interno della macchina propagandistica della Lega. Soprattutto nel bacino elettorale genericamente definibile come “cattolico”. Fontana, al pari del suo collega di fede e partito, il senatore Simone Pillon autore del progetto di legge sulla revisione dell’affido dei minori che ha fatto storcere il naso in primo luogo al Forum delle associazioni familiari, è innanzitutto un propagandista. E i suoi programmi, le sue parole d’ordine, hanno fatto breccia da tempo in un elettorato cattolico orfano e senza più una casa politica dopo l’autodissoluzione di Forza Italia, che per un ventennio aveva fatto (anche) le veci della scomparsa Dc. Il 4 marzo 2018 sono stati milioni i cattolici che, ignorando completamente gli appelli (per quanto blandi e confusi) dei vescovi, hanno scelto la Lega di Matteo Salvini con più convinzione di quanta molti cattolici mettessero nel votare la Lega di Bossi.

Dopo un anno, tutti i rilievi demoscopici confermano che la Lega è sempre più il “partito dei cattolici”, che considerano Salvini un leader salvifico, un De Gasperi dei nuovi tempi. E alla base di tutto questo c’è il definitivo abbandono, da parte della Lega, delle mitologie padane per passare alle parole d’ordine care alla destra religiosa internazionale. Quella di Steve Bannon, quella che si riunirà da domani per il Congresso delle famiglie di Verona, non a caso organizzato a casa del ministro Fontana.

Che poi in Parlamento il comportamento concreto della Lega sia molto distante dalle parole d’ordine di Verona, a partire dall’aborto e dall’eutanasia su cui prevale il pragmatismo e il laissez-faire, poco importa. La Famiglia è una bella idea, e l’importante per Fontana è far prendere aria alle belle idee.

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