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Immigrazione

"Oltre il Mare", ecco perché i corridoi umanitari sono la soluzione migliore

5 Aprile Apr 2019 1128 05 aprile 2019
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Pubblicato il primo rapporto sui corridoi umanitari. Dal 2017 sono state 500 le persone accolte, fra cui 200 bambini. 47 le diocesi impegnate. Oltre 700 tra operatori, famiglie e volontari coinvolti. I corridoi umanitari sono la via più sicura perché evitano le morti in mare, il ricorso ai trafficanti di uomini e garantiscono un ingresso legale in Europa

In due anni 500 richiedenti asilo, tra i quali 200 bambini per le metà sotto i 10 anni, sono stati salvati dai trafficanti e aiutati da comunità accoglienti ad integrarsi, attraverso formazione professionale e lavoro. Sono i primi risultati dei corridoi umanitari aperti dalla Conferenza episcopale italiana e il governo italiano contenuti nel rapporto “Oltre il mare”, presentato venerdì 5 aprile all’Università cattolica, nel convegno promosso da Caritas Italiana e Caritas Ambrosiana.

Il programma umanitario, avviato in virtù di un protocollo d’intesa, sottoscritto nel 2017, tra la Cei e i ministeri degli Affari Esteri e dell’Interno, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, ha consentito fino ad ora l’arrivo in sicurezza in Italia di 500 richiedenti protezione internazionale che vivevano nei campi profughi dell’Etiopia, Giordania e in Turchia. Individuati tra i più vulnerabili, i beneficiari sono stati complessivamente 107 famiglie, nelle quali sono inseriti 200 minori, il 58% dei quali bambini sotto i 10 anni. Giunti in Italia, hanno trovato accoglienza in 47 Caritas diocesane di 17 regioni, in strutture, per lo più appartamenti di parrocchie, istituti religiosi o privati cittadini, presenti in 87 comuni, secondo un modello già sperimentato nella rete diocesana (attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia” lanciato dopo l’appello del Papa nel 2015), e volto a coinvolgere nell’accoglienza le diocesi, le famiglie, singoli cittadini, le comunità locali, attraverso la messa a disposizione di vitto, alloggio, corsi di lingua, iscrizione scolastica, dei minori, assistenza sanitaria e psicologica nei casi di vulnerabilità rilevati, assistenza legale/amministrativa, avviamento all’inserimento lavorativo.

A due anni dai primi ingressi, (il programma terminerà ufficialmente a fine gennaio 2020) il 97% dei richiedenti asilo giunti attraverso il corridoio umanitario ha ottenuto lo status di rifugiato e il 3% la protezione sussidiaria; tutti i minori in età scolare sono stati inseriti a scuola; il 30% dei beneficiari è inserito in corsi di formazione professionale e 24 beneficiari hannogià trovato un impiego.

I risultati (al momento ancora parziali) sono stati resi possibili dal coinvolgimento di 58 famiglie tutor, 574 volontari, 101 operatori: il loro contributo ha permesso di costruire una rete sociale, di sensibilizzare istituzioni locali, scuole, verso le condizioni e i contesti di vita dai quali i rifugiati stessi provengono; di rendere l’esperienza condivisa a livello comunitario, al fine di accelerare e facilitare i percorsi individuali e familiari di inclusione in Italia.

Secondo gli autori del Rapporto, la chiave vincente per favorire i percorsi di integrazione delle persone è stata la partnership fra soggetti coinvolti a livello locale, a livello politico nazionale e sovranazionale.

Il Rapporto passa in rassegna anche le diverse esperienze di accoglienza attivate con il coinvolgimento delle comunità in altri Paesi dell’UE e fuori (ad es, in Canada), per mostrare come, ovunque siano state implementate queste esperienze, hanno riportato risultati soddisfacenti in termini di integrazione dei beneficiari ed hanno evitato i consueti movimenti secondari che spingono i richiedenti protezione internazionale a muoversi all’interno dei paesi europei per raggiungere destinazioni altre da quella di prima arrivo.

Gli esiti ottenuti incoraggiano a concludere che un’Europa che voglia affrontare il complesso fenomeno migratorio attuale non può fermarsi a consegnare la questione nelle mani dei paesi di origine o di transito: sono invece quanto mai necessarie alternative davvero credibili ai viaggi illegali e che garantiscano la sostenibilità dell’accoglienza attraverso il coinvolgimento delle comunità locali per puntare all’autonomia dei beneficiari e alla coesione sociale.

In allegato il rapporto completo

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