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Ucraina

La vittoria di Zelensky? È più che altro una grande sconfitta di Poroschenko

24 Aprile Apr 2019 1107 24 aprile 2019
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L'ormai ex premier è andato incontro ad una sconfitta rovinosa. Per gli analisti è evidente che la maggioranza dei cittadini ucraini che hanno partecipato a queste elezioni presidenziali non ha votato “per” Zelensky ma “contro” il capo dello Stato in carica. La causa? Uno scollamento tra le politiche del presidente, filo americane, e l’orientamento del popolo ucraino, filo russo

Le tanto attese elezioni presidenziali ucraine hanno avuto luogo. L’esito finale, uscito solo al secondo turno nella giornata del 21 aprile, ha decretato con vastissima approvazione popolare la vittoria dello showman Vladimir Zelensky con un risultato pari al 73% dei voti sul presidente uscente Petro Poroshenko rimasto solo al 24,5%. Una vittoria abbastanza prevedibile considerando l’ampio consenso ricevuto da Zelensky già al primo turno, il 31 marzo, col 30.24% dei voti, rispetto al 15,95% di Poroshenko.

Il risultati del primo turno elettorale. In verde le regioni per Zelensky in marrone quelle per Poroshenko

La prima valutazione del risultato è lo schianto clamoroso di Poroshenko, i numeri parlano da soli, si tratta di una sconfitta cocente, per alcuni versi addirittura prevedibile.

Come sostenuto anche da Jury Bojko leader del Partito “Piattaforma di opposizione” escluso al primo turno, è evidente che la maggioranza dei cittadini ucraini che hanno partecipato a queste elezioni presidenziali non hanno votato “per” Zelensky ma “contro” il capo dello Stato in carica Poroshenko.

Petro Poroshenko

Che ci fosse uno scollamento tra le politiche del presidente e l’orientamento del popolo ucraino, già dall’anno scorso era indicato dalle previsioni d’importanti centri ucraini d’indagine sociologica come il Centro Razumkov. Tra i dati acquisiti, ad esempio, eclatante risultava quello relativo alla guerra civile nell’est dell’Ucraina: l’opinione degli ucraini indicava un trend verso le soluzioni pacifiche del conflitto, col 66% degli intervistati a favore della cessazione della guerra. Sempre la stessa indagine rilevava che per la maggior parte degli intervistati (64%), “la pace” era ciò che soprattutto mancava in Ucraina, con ben il 78% di persone convinte che il paese fosse nella direzione sbagliata. Inoltre, sempre il conflitto militare nell’Est del Paese (66%) e la corruzione dilagante (43%) venivano visti, a livello nazionale, come i due problemi principali.

Nonostante questi dati il presidente Poroshenko ha continuato irremovibile sulle sue posizioni. Posizioni sostanzialmente basate su una russofobia incondizionata, incomprensibile e antistorica e sulla mancanza di volontà nel risolvere pacificamente la guerra civile che da cinque anni insanguina l’Ucraina. Una guerra che ha spaccato il Paese e ha già provocato decine di migliaia di lutti, sofferenze, distruzioni...

Il presidente ucraino, negando l’evidenza, ha sempre sostenuto che il conflitto nel Donbass fosse dovuto all’arrivo nella regione di truppe d’occupazioni russe, continuando a definire i russi “occupanti” e la Russia “Paese-aggressore” ignorando, invece, il fattore identitario della popolazione russo-etnica presente nell’Ucraina orientale, senza mai cercar di capire le ragioni delle loro istanze di autodeterminazione.

Al contrario, da un punto di visto identitario, Poroshenko a tappe forzate ha cercato di trasformare l’Ucraina, un paese per sua natura armonicamente multietnico e russofono, in un paese appiattito etnicamente e linguisticamente sulle rigide posizioni del nazionalismo ucraino di matrice galiziana.

Il paradosso di questo risultato, dai risvolti ironici, è che, in effetti, Poroshenko alla fine è riuscito a compattare l’Ucraina, ma solo su ciò che non voleva, in altre parole verso la piena bocciatura del suo operato presidenziale, attraverso i seggi elettorali, da parte dei cittadini ucraini in disaccordo con le sue scelte politiche.

Di fatto, nella storia dell’Ucraina indipendente gli elettori ucraini non sono mai stati così uniti come in queste ultime elezioni. Tranne che in Galizia, l’epicentro storico del nazionalismo ucraino, dove Poroshenko ha preso il 62% dei consensi rispetto al 34% di Zelensky, non ha vinto da nessuna parte, in nessun altro distretto del Paese, compresa la sua regione nativa di Odessa. Dal risultato dei voti si osserva come le politiche del presidente ucraino siano state premiate solo dai galiziani; ma la Galizia non è tutta l’Ucraina. Il tentativo d’imporre la visione galiziana di un’Ucraina monoblocco, russofoba e orientata solo ad Ovest su tutto il resto del Paese ha subito un fallimento clamoroso.

Questa sconfitta, certamente, non è da imputare solo al presidente ucraino ma anche a tutto il suo entourage: funzionari, deputati e comandanti militari, che hanno generato all’interno del Paese una tal reazione di rigetto nei loro confronti. Dopo questa pessima figura, quantomeno, molti dovrebbero allontanarsi dalla scena politica del paese.

Anche il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, Kurt Volker informalmente ne esce sconfitto: sebbene Washington abbiano sempre potuto contare su Poroshenko come un diligente esecutore, con la loro influenza gli USA in Ucraina non sono però riusciti nel compito più importante, quello cioè di “conquistare i cuori e le menti” degli ucraini.

Kurt Volker, sembra, non abbia realizzato quali siano gli orientamenti attuali del popolo ucraino; porgendo a Zelensky le congratulazioni da parte di Donald Trump ha aggiunto: “Continueremo a sostenere gli sforzi dell’Ucraina nel ripristinare l’integrità territoriale e respingere l’aggressione”.

Deducendo che per “aggressione” intende le azioni della Russia, le sue parole andrebbero dunque lette: “l’America continuerà a sostenere la guerra nel Donbass”. Il fatto che il popolo ucraino sia stanco della guerra, naturalmente, non interessa a Volker.

Andrebbe invece realizzato che la democrazia che l’Occidente per la seconda volta impone all’Ucraina è fallita (la prima volta con la cosiddetta “rivoluzione arancione” scoppiata a Kiev quando alle elezioni presidenziali del 2004, dopo il vantaggio di Viktor Janukovich sul candidato filo-occidentale Viktor Jushenko si arrivò a invalidare il primo risultato elettorale, per ripetere le elezioni, vinte di seguito da Jushenko). La lezione da trarne è che i “leader” che gli americani e in generale gli europei pongono sulla poltrona presidenziale con i disordini di piazza, perdono rapidamente il loro sostegno popolare, pompato artificiosamente. In Ucraina la democrazia promossa dall’Occidente, si è trasforma in “anti-democrazia” nel momento in cui il presidente favorito dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea è stato disdegnato dalla sua gente perdendo clamorosamente consenso.

Per quanto riguarda le prime dichiarazioni di Zelensky, subito dopo la sua vittoria, puntando subito alla questione della guerra in Donbass ha dichiarato: «In ogni caso agiremo nel formato Normandia, continueremo il processo di Minsk, lo riavvieremo, penso, avremo delle sostituzioni nei quadri (del personale)», aggiungendo: «Andremo fino in fondo per arrivare a un cessate il fuoco».

Da parte russa, Valentina Matvienko, il portavoce del Consiglio della Federazione, già il giorno successivo alle elezioni ha riferito che la Russia è pronta a un “dialogo costruttivo” con il neo-presidente ucraino. Apprezzando particolarmente la dichiarazione di Zelensky sul desiderio di risolvere al più presto la guerra in Donbass seguendo gli accordi di Minsk la Matvienko ha rimarcato: “Siamo interessati a normalizzare le relazioni, siamo interessati che il conflitto interno ucraino tra il sud-est del paese e il governo possa al più presto sistemarsi, affinché in Ucraina arrivi la pace e la stabilità”.

Il Cremlino, tuttavia, per il momento non ha fretta nel congratularsi con Zelensky per la sua vittoria. Come spiegato da Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo: “Mosca rispetta la scelta del popolo ucraino, soprattutto perché questa scelta è assai ovvia”, ciò nondimeno: “la legittimità di queste elezioni nel suo complesso è stata messa in discussione quando non è stata data la possibilità di votare a 3 milioni di cittadini ucraini che vivono in Russia”.

Probabilmente, in effetti, è prematuro fare previsioni sul nuovo presidente Zelensky, non avendo una carriera politica alle spalle nessuno sa ancora chi sia realmente, politicamente parlando. Difficile per ora valutare se avrà la forza e la coerenza di mantenere quanto promesso e soprattutto se riuscirà a soddisfare il grande desiderio di cambiamento espresso dall’elettorato ucraino che nelle sue mani ha riposto l’unica grande speranza che oggi anima l’Ucraina: un futuro migliore e necessariamente di pace.

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