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Feder: «La retorica sulla marijuana light è un disastro culturale»

30 Aprile Apr 2019 1424 30 aprile 2019
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La polemica sulla Fiera della cannabis di Milano, il cui manifesto raffigura una foglia di canapa con la scritta “Io non sono una droga“, riapre il dibattito sul tema dell'erba legale. Lo psicologo della comunità Casa del Giovane di Pavia attacca, «non c'è nulla di peggio della normalizzazione di qualcosa che crea danni devastanti»

Dal 3 al 5 maggio si terrà a Milano la “4.20 Hemp Fest”, la Fiera internazionale della cannabis. Per pubblicizzare l'evento gli organizzatori hanno tappezzato le strade di Milano con manifesti che raffigurano una grande foglia della pianta e la scritta: “Io non sono una droga”. Ed è proprio questo ad aver scatenato la polemica che ha portato il Comune a richiedere la rimozione dei manifesti. Si è così riacceso il dibattito sulla cannabis light e sulla legalizzazione della marijuana depotenziata. Ne abbiamo parlato con Simone Feder, psicologo della Casa del Giovane di Pavia.


Simone Feder

In molti non capiscono perché quei manifesti siano così gravi...
Quello che è inacettabile, e che traspare chiaramente da quei manifesti, è il creare e veicolare un brand. Solo che è un brand che fa riferimento ad un prodotto che tutti gli studi, compreso quello recentemente pubblicato da Lancet Psychiatry e rilanciato da Fondazione Veronesi, dimostrano che chi fuma cannabis e derivati in età dello sviluppo, con Thc in concentrazioni del 10% e superiori, c'è un aumento del rischio di espisodi psicotici. È importante ricordare che delirio, allucinazioni e schizofrenia sono frutto di danni irrecuperabili. Si chiama danno organico.

La cannabis light però ha concentrazioni di Thc, stabilite per legge, al massimo dello 0,6%, quindi non a rischio...
Per quello che riguarda il mercato illegale le concentrazioni sono sempre più alte e infinitamente più alte deò 10%. A dirlo sono i controlli della Polizia. Detto questo per quello che riguarda la cannabis light, se si andasse a leggere le leggi e i dispositivi si scoprirebbe che non c'è modo per verificare se effettivamente quelle sostanze in vendita abbiano davvero i livelli di Thc stabiliti per legge. In ogni caso il problema non è questo...

E qual è?
È culturale ed educativo. Abbiamo una cultura basata sullo spontaneismo e sul relativismo in cui i genitori vanno in difficoltà. Solo oggi ho già ricevuto quattro chiamate di madri disperate. Questo perché mentre in famiglia si vivono drammi la società racconta che il problema non c'è. Un conto è avere, com'è sempre stato, un mercato illegale con cui fare i conti, altro è avere la società che veicola e promuove la devianza a norma di legge. Oggi stiamo assistendo alla normalizzazione del consumo di sostanze. Oggi in questo modo siamo in una situazione molto peggiore di quella degli anni 80.

Cioè il dilagare delll'eroina era meno pericoloso della situazione odierna?
Certo. Anche negli anni 80 e nei 90 i ragazzini si fumavano le canne. Ma non sono mai state nelle comunità perché le famiglie e la comunità riuscivano a contenere e gestire la situazione. E questo era dovuto al fatto che da una parte c'era una struttura sociale forte e dall'altro c'era la sensibilizzazione rispetto alle siringhe e ai danni delle droghe pesanti, compresa l'hiv. Oggi il tessuto sociale si è sfaldato e i ragazzi non hanno memoria di quel periodo. Ecco che oggi abbiamo ragazzini di 15 anni devastati dalle droghe, anche dall'eroina. Non era mai successo.

Quindi il problema della Fiera è di messaggio...
Sì, che razza di messaggi veicoliamo? Quella fiera rappresenta il nostro fallimento. Il fallimento di un sistema. E non parlo solo di società, famiglia scuola. Penso anche alla rete di servizi, comunità terapeutiche e sert, che nacquero proprio negli anni '80 per far fronte a quella piaga e che oggi si dimostrano inadatte a far fronte alla nuova emergenza. Dobbiamo ripensare il sistema dei servizi, che significa fare un discorso culturale ed educastivo. Dobbiamo rivedere le competenze a livello di didattica accademica. Le figure professionali che formiamo in Università devono essere soggetti in gradi id reggere questo urto del disagio giovanile. Non possiamo più aspettare che arrivino qui, ma dobbiamo andare a prenderli, come stiamo facendo al Bosco di Rogoredo, dove c'è il disagio. Anche in casa se fosse necessario.

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