Jean Vanier 90 Anni Frame Dal Video L'arche
Persone

Addio a Jean Vanier, che ci ha insegnato ad amare la fragilità

7 Maggio Mag 2019 0953 07 maggio 2019
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È morto nella notte, a 90 anni, Jean Vanier. Dal 1964 impegnato con le persone con disabilità più gravi, fondatore dell’Arca e del movimento “Foi et Lumiere” (Fede e Luce). Il suo stile? Non assistere chi è fragile ma ascoltare che cosa essi hanno da dire e da insegnarci. Perché le persone fragili sono le più essenziali. Ecco un’intervista rilasciata a Vita nel 2007, per la serie “Le parole e le cose”

Ammetterlo non ci piace, ma tutti siamo fragili perché tutti siamo persone ferite. Non ci piace ammetterlo e oggi il mondo vuole farci credere il contrario. Jean Vanier, celebre fondatore dell’Arca, rilancia una parola tabù. L’Arca nasce nel 1964 quando Jean Vanier, figlio del governatore del Canada, lasciata la carriera militare e l’insegnamento della filosofia all’Università di Toronto va a vivere con due persone con grave handicap mentale nel piccolo villaggio di Trosly-Breuil, a nord di Parigi. In pochi anni aumenta il numero di persone disposte a condividere la propria vita con persona disabili. Sorgono in Francia tante altre case – non istituti ma foyers – in cui le persone con disabilità grave «potessero sperimentare insieme la gioia e le difficoltà della vita comunitaria». Oggi l’Arca è presente in 38 Paesi del mondo.

Vita: Era il 64 quando scelse di vivere in una casa con tre disabili mentali a Trosly-Breuil, in Francia. Oggi le comunità dell’Arca, in cui persone con handicap e volontari vivono insieme, sono diffuse in tutto il mondo. Su cosa si fonda la vostra esperienza?
Jean Vanier: Sulla fragilità. Tutti noi siamo fragili, perché siamo tutti persone ferite. Non ci piace ammetterlo, e d’altra parte siamo immersi in una cultura della competitività, per la quale «ogni persona che riesce è importante». Nella visione più comune, le persone disabili sono dei poveri di cui bisogna occuparsi. Esistono istituzioni caritatevoli per questo, e da un certo punto di vista è anche un bene. Ma si può pensare che le persone più fragili siano essenziali, che siano proprio loro a cambiarci? Il fondamento dell’Arca è che ciascuna persona è importante e va ascoltata. Esiste un’altra visione, in cui non si tratta di fare qualcosa per le persone disabili, ma sentire cos’hanno da dire. Si tratta di un capovolgimento radicale.

Vita: A che punto è la nostra cultura?
Vanier: Siamo tutti ancora sotto l’influenza di Aristotele, che concepisce l’intelligenza come un grande vuoto, dove qualcuno può mettere delle cose. E lo dico nonostante io ami profondamente Aristotele! Anche l’educazione cattolica ha concepito il bambino come un vuoto da riempire di principi del catechismo: questione a, questione b, e così via. Ma non è così che la conoscenza umana procede, ma attraverso esperienze e domande: il bambino fa delle domande su esperienze come la morte, e l’educatore deve essere attento a ciò che emerge. Non è passato molto tempo da quando in Francia lo psichiatra Françoise Dolto ha sostenuto che il neonato “dice” delle cose. Forse qualche mamma lo sapeva già, ma per la prima volta è iniziata una riflessione profonda su “cosa dice il bambino”. Lo stesso vale con le persone con handicap: bisogna ascoltarle ed entrare in relazione con loro per capire cosa hanno da dire e cosa vogliono sapere. È tutta una nuova visione, soprattutto per la Chiesa cattolica che fa molta fatica a mantenere l’ascolto della base. Non si può dire solo che è la domanda del bambino ad essere importante, lo è anche il modo di comunicare e insegnare. In questo la Chiesa ha ancora molte difficoltà. Per esempio riguardo alla questione dell’omosessualità.

Vita: In che senso?
Vanier: Bisogna ascoltare le persone, e mai giudicare senza avere ascoltato. Parlarne di omosessualità nella Chiesa è come camminare sulle uova. Dirò solo che c’è tutta una nuova visione possibile, che riguarda gli equilibri profondi “tra” la persona e la morale. Trovo che ci sia un atteggiamento del tutto nuovo che la Chiesa deve imparare: mettersi all’ascolto. Come Gesù ha fatto con la Samaritana. Questo non vuol dire che tutti abbiano la verità, ma bisogna ascoltare le persone per rispondere loro, e non dire semplicemente «tu non vali niente, tu non sei niente». Ma è una questione davvero delicata.

Vita: Lei quarant’anni fa era ufficiale di marina, poi, prima di dare vita all’Arca, ha insegnato filosofia a Toronto. Anche la sua vita ha conosciuto un capovolgimento?
Vanier: È stato tutto un lavoro di non-sapere. Da comandante di marina dovevo essere veloce, efficace. Con le persone con handicap ho dovuto innanzitutto ascoltare il loro corpo, adattarmi al loro modo di comunicare. Tutto questo mi ha richiesto molto tempo e un cambiamento di atteggiamento. Prima ero una persona piuttosto seriosa. Bisogna essere seri per fare il militare, e il filosofo! (ride) Con François (uno dei primi disabili mentali con cui Vanier ha vissuto, ndr), non si trattava di dire cose intelligenti, si trattava di ridere, di essere semplici, di celebrare la vita e di guardare a lui e agli altri come esseri umani. Mi sentivo legato a loro, mi hanno fatto capire che le cose importanti sono piangere insieme, ridere insieme. Con loro ho capito di avere un cuore capace di amare, ma in cui c’era anche molta violenza.

Vita: La fragilità quindi è una risorsa?
Vanier: È innanzitutto qualcosa di cui abbiamo paura. E le persone che la mostrano esplicitamente, con un handicap fisico o mentale, ce lo ricordano.

Vita: Quali sono i pregiudizi nella relazione con le persone che hanno gravi handicap?
Vanier: La prima tappa è la paura. Sono diversi, non sono umani, forse bisogna che siano uccisi. Che sia l’aborto o la visione di Hitler, la conclusione è una: non sono umani e devono essere soppressi. La seconda tappa è: «Sì, sono esseri umani ma sono poveri, bisogna occuparsene», far sì che abbiano da mangiare e una casa. La terza tappa, riscontrabile nella maggior parte della società, è che sono esseri umani ma che bisogna aiutarli a divenire più umani, con terapie, laboratori. La quarta tappa è scoprire che se entriamo in relazione con loro, ci cambiano, che con loro è possibile imparare qualcosa sull’essere umano, per esempio che l’essenza dell’umano è entrare in relazione. Si scopre che non importa riuscire nello studio o nel lavoro, ma la capacità di vivere la relazione. Vuol dire che io devo rallentarmi per entrare in relazione con te, prendere del tempo per ascoltare, e facendo questo sono io che cambio. La quinta tappa è la scoperta che questa relazione mi conduce verso Dio, in questo senso diventa in qualche modo “sacra”. Sono delle tappe e ciascuno di noi le vive in momenti diversi, inoltre ci vuole del tempo per passare da una all’altra.

Vita: Questa visione della fragilità è legata al cristianesimo?
Vanier: Non tanto alla fede, ma al messaggio del Vangelo. Gesù ha introdotto una visione completamente nuova, che non è la visione della piramide, ma del corpo. La visione della piramide è molto naturale, la famiglia stessa con madre, padre e figli è già una struttura piramidale. Ma la Chiesa è un corpo e in un corpo ciascuna delle membra ha il suo posto. Io ho il mio posto, Françoise nella comunità ha il suo. E queste persone, le più fragili, sono necessarie e devono essere onorate. È il Vangelo che dà le basi per una teologia di questo tipo, ma la Chiesa non l’ha molto sviluppata. Cerchi in Italia o in Francia dei libri sul ruolo fondamentale delle persone disabili nella comunità, difficilmente ne troverà. La teologia dell’handicap è più sviluppata nelle chiese protestanti.

Foto by Warren Pot, presso l'Arche Daybreak, Richmond Hill, Ontario (Wikimedia Commons)

Vita: Come mai c’è questa difficoltà nella Chiesa cattolica?
Vanier: Forse c’è un tale rispetto della tradizione e dei vescovi che c’è difficoltà a guardare il nuovo. Storicamente c’è stato il passaggio del giansenismo, il rifiuto del corpo, della sessualità, dell’ecumenismo. La Chiesa è stata traumatizzata dalle ricchezze del medioevo, dalla visione dei catari e degli albigesi, dalla frattura con l’Oriente e poi con Calvino e Lutero. La Chiesa oggi è traumatizzata dal secolarismo, non sa cosa fare. È completamente traumatizzata dalla pedofilia, dalla questione della sessualità. Qual è il senso di questo fallimento? Raduna tanta gente per le giornate mondiali della gioventù ma c’è una mancanza di visione. E una difficoltà ancora più profonda.

Vita: Quale?
Vanier: La difficoltà del pensiero di Gesù è che è basato sulle beatitudini e sulla povertà. La Chiesa è combattuta fra il desiderio di tramandare questo messaggio e il desiderio di trionfare. Per esempio ci sono sempre delle statistiche che dicono che ci sono un miliardo di cattolici nel mondo. Non è interessante sapere che ce ne sono un miliardo. Ma bisogna mostrare che siamo migliori, per esempio, dei musulmani. La Chiesa esita tra una certa riuscita umana e l’accoglienza della povertà. Tra la riuscita e la crocifissione. E non c’è soluzione.

Vita: Quindi non è possibile uscirne?
Vanier: Nel medioevo ci sono stati tre importanti concili e non è successo niente, è venuto san Francesco e ha cambiato tutto. Ci sono dei segni dello spirito che la Chiesa ascolta. Come aiutare la Chiesa è lo stesso che chiedersi come aiutare me o te, siamo tutti in questa esitazione fra una certa riuscita umana e l’insegnamento di Gesù.

Vita: Cosa può innescare un cambiamento?
Vanier: Il punto non è riempirsi la testa di nozioni, ma il senso della relazione. Il pericolo è pensare che la fede sia una questione di conoscenza. Il termine greco “pistis” si può tradurre con “fede” oppure “fiducia”. Una cosa è dire “credo, e un’altra “mi fido”. Quando si parla di fiducia, si parla di relazione. Tutta la vicenda del cristianesimo è una questione di relazione, e la parola conoscenza nella Bibbia è “come” il marito conosce la moglie, è una relazione affettiva, una relazione d’amore. Conoscerti vuol dire che ti amo e ho l’esperienza di chi sei. La conoscenza è un’esperienza di chi sei come uomo o come donna e conoscere Dio vuol dire avere una relazione con lui. E scoprire che Dio è molto più vulnerabile di quello che pensiamo.

Vita: Un Dio fragile?
Vanier: Molto fragile! E questa è una delle difficoltà della Chiesa. Si parla poco della vulnerabilità e della fragilità di Dio. È vero, come si dice, che tutto parla di Dio: gli alberi, gli uccelli, il creato. Ma nello stesso tempo tutto ?non ci parla? di Dio. Può capitare che non si voglia più andare avanti e ci si chiuda a Dio. L’idea è quella dell’umanità che non vuole credere nell’amore. Ha molta paura dell’amore. Parlare della vulnerabilità di Dio o del Dio onnipotente è diverso. Credo che dio abbia una grande tenerezza, oso parlare del ?femminile? di Dio. Quando si parla di Dio onnipotente si parla di forza. Ma è l’idea di un Dio vulnerabile che attira. Parlare ai giovani di un Dio fragile cambia completamente le cose.

Vita: Anche i giovani sono fragili?
Vanier: Quando parlo a dei quindicenni, chiedo: c’è qualcuno con cui puoi parlare dei tuoi problemi di droga, di sessualità, di suicidio, di morte? Generalmente, i giovani non trovano nessuno. Trovano quelli che dicono cosa devono fare, ma nessuno con cui ci sia un incontro di fiducia reciproca. È il problema dell’educazione: bisogna semplicemente dire ai giovani quello che si deve fare, oppure bisogna ascoltarli? Forse la difficoltà maggiore non è credere in Dio, ma credere nelle persone. Le persone con handicap vogliono essere amate. Non sono sicuro che questo avvenga nella “città”. Vogliamo essere amati o vogliamo il potere?

In copertina, un fotogramma tratto dal video pubblicato dall'Arche in occasione dei 90 anni di Jean Vanier, il 10 settembre 2018, con le sue 10 regole per la vita.