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La duttilità del fundraising per l’impresa sociale

4 Giugno Giu 2019 1625 04 giugno 2019
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La raccolta fondi presenta diverse sfaccettature singolarmente interessanti e che diventano d’impatto se si ricompongono in una strategia a sostegno dello sviluppo di un’impresa sociale. L'analisi di Flaviano Zandonai

Flaviano Zandonai

La raccolta fondi presenta diverse sfaccettature singolarmente interessanti e che diventano d’impatto se si ricompongono in una strategia a sostegno dello sviluppo di un’impresa sociale.

Proviamo a fare qualche esempio: il fundraising donativo spesso è chiamato farsi spazio dentro piani di finanziamento e modelli di business con una quota parte marginale rispetto alle risorse finanziarie e agli scambi di mercato, ma può comunque giocare un ruolo decisivo.

Perché sappiamo bene che la componente economica donativa, evocata da nomignoli suggestivi come seed (seme) e nuts (noccioline), fa da innesco a progettualità innovative in fase di testaggio che si situano fuori dai radar dei sistemi di rating finanziari.

Oppure appare sempre più evidente che alcuni modelli economici gestiti da imprese sociali non riescono a produrre valore superando il famigerato punto di break-even facendo esclusivamente leva su corrispettivi derivanti da transazioni di mercato, ma hanno anche bisogno di una componente stabile e continuativa di gratuità che si può concretizzare in vari modi: donazioni economiche, tempo lavoro volontario, risorse materiali e immateriali rese disponibili a titolo gratuito o a prezzi calmierati.

Ma la duttilità della raccolta fondi risiede anche nel suo potere segnaletico rispetto alla funzione civica che è in capo anche alla componente imprenditoriale del Terzo settore. In una fase in cui questi soggetti sono forse per la prima vota nella loro storia “sotto attacco” da parte di segmenti della politica e dell’opinione pubblica come richiamavano recentemente Chiara Saraceno e Stefano Zamagni, intraprendere campagne di fundraising assume una funzione promozionale rispetto a un contesto che non è solo incattivito a fronte di presunte (e – diciamocelo – in qualche caso vere) deviazioni dai fini sociali che caratterizzano i soggetti di terzo settore.

C’è di più, ovvero la messa in discussione delle ragioni che fondano la missione del Terzo settore ovvero operare a favore di persone e di comunità per finalità di interesse collettivo.

In sintesi in questi ultimi anni (e non solo in tempi recenti) si è assottigliato l’humus di consenso sociale rispetto al carattere meritorio di interventi di cura, accoglienza, educazione, inclusione anche a favore di persone che, per ragioni diverse, non dispongono delle risorse per accedere a questi servizi

Per uscire dall’angolo non bastano però solo i richiami valoriali e normativi. Anzi rischiano di essere controproducenti se non accompagnati da azioni di riprogettazione dei servizi e dei loro modelli di sostenibilità.

Il fundraising da questo punto di vista rappresenta un punto di contatto cruciale con una società già profondamente mutata, utile a raccogliere risorse ma anche riscontri rispetto alla rappresentazione sociale dell’organizzazione e del settore di cui fa parte

Una modalità di ingaggio pragmatica per provare ad erodere posizioni alle comunità del rancore rigenerandole come comunità aperte e inclusive dove il donare diventa un atto di quella che Ezio Manzini chiama “normalità trasformativa”.


*Flaviano Zandonai è Open innovation manager Gruppo Cooperativo Cgm e docente del corso Fundraising per l’Impresa Sociale

Da fundraisingschool.it

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