Silvestri 5789
Anteprima magazine

Caro Salvini che fine ha fatto il Piano Marshall per l’Africa?

17 Giugno Giu 2019 1536 17 giugno 2019
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Il segretario generale di Avsi, Giampaolo Silvestri rilancia la sfida al ministro degli Interni: «Dopo tanti proclami sembra essersi dimenticato l’Africa. Eppure il Piano converrebbe anche a lui». Le ong? «Sarà decisiva la loro capacità di lavorare fianco a fianco con le pmi»

L’ultimo sollecito l’ha inviato nei giorni a cavallo delle elezioni europee. Destinatario: il professor Alessandro Amadori consigliere per l’analisi politica ed economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri (presso l’ufficio del vicepresidente Matteo Salvini). Oggetto: Piano Africa. «Sono una persona molto tenace», esordisce Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi (nella foto di copertina), storica ong italiana con un bilancio aggregato da circa 65 milioni di euro e 169 progetti distribuiti in 31 Paesi del mondo (tutti i dati su avsi.org) «e anche se l’Africa sembra scomparsa dai radar della politica io non desisto».


Cosa ha scritto al consigliere di Salvini?
Che se il signor ministro facesse una conferenza stampa dicendo che ha deciso di stanziare 500 milioni per un piano in Africa, l’opinione pubblica cattolica e non solo quella apprezzerebbe molto. Perché sarebbe un’iniziativa di un politico non “buonista” che pragmaticamente dimostrerebbe di aver compreso che intervenire in quel Continente è nell’interesse dell’Italia.

In effetti fino a qualche mese fa Salvini parlava apertamente di piano Marshall per l’Africa, poi è calato il sipario. Come se lo spiega?
Sì, giravano diverse bozze: c’è stato un momento in cui sembrava che il Governo fosse sul punto di stanziare i fondi. Del resto Amadori è stato preso proprio per lavorare a quel piano. Forse a un certo punto hanno pensato che elettoralmente parlare di Africa non pagasse. È una spiegazione molto semplicistica, me ne rendo conto: sta di fatto che la cosa è morta lì.

Ci spiega perché invece lei pensa che in Africa bisogna andarci e anche presto?
Quello è un continente in grandissima espansione. Se prendiamo i primi dieci Paesi per tasso di crescita, oltre la metà sono africani. Nel 2030 la Nigeria sarà il terzo Stato al mondo con 350 milioni di abitanti. È un continente in fermento da cui però la gente vuole andare via e l’Europa è lo sbocco naturale. L’Italia e prima ancora l’Europa quindi non possono non porsi il problema. Ma devono porselo nel modo corretto. Il tema non è cosa fare per l’Africa, ma cosa fare con l’Africa. Gli africani non ci chiedono più aiuti, ci chiedono partnership. Servono investimenti e servono imprese che investano. Io vedo tre settori target: l’agricoltura perché in Africa si trovano terreni fertilissimi ancora inesplorati, l’energia rinnovabile, c’è tantissima gente che ancora oggi vive senza elettricità e l’educazione, perché di pari passo allo sviluppo economico occorre favorire la nascita di una nuova classe dirigente.

Quante risorse servono?
In bilancio per l’anno corrente abbiamo uno stanziamento di 1,3 miliardi per l’accoglienza dei migranti. Il crollo degli arrivi e l’abbassamento delle rette produrrà un risparmio che Carlo Cottarelli ha quantificato da un minimo di 400 a un massimo di 900 milioni. Le risorse si possono prendere da qui: si potrebbe partire con 500 milioni.

La leva pubblica è necessaria o si può partire anche senza?
L’Italia nel 2017/18 è stato il terzo investitore mondiale in Africa, dopo Cina ed Emirati arabi uniti. Certo big come l’Eni pesano molto e l’obiettivo principale dell’Eni è trovare petrolio. Ma è altrettanto vero che sempre di più anche un colosso di quelle dimensioni è interessato nel contempo a promuove progetti di sviluppo. Se lei mi chiede se l’Eni ha bisogno della leva pubblica, la risposta è: “Certamente no”. E lo stesso discorso vale per l’Enel che in Africa sta investendo in energia rinnovabile. Ma il modello di intervento italiano non può essere quello delle grandi multinazionali. La chiave del piano Marshall dovrebbe essere quella di spingere le nostre pmi ad andare a lavorare in quel mercato. Perché sono queste le dimensioni che meglio si attagliano al tessuto dell’economia informale africana. È in questa dinamica che il ruolo dello Stato diventa cruciale.

In che modo?
Le modalità possono essere molteplici: da incentivi fiscali a un sistema di garanzie da studiare con la Cassa depositi e prestiti. Io dico: ragioniamoci…


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