Paolo Dieci
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Gabriel, il libro per scoprire Paolo Dieci

17 Giugno Giu 2019 1026 17 giugno 2019
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Il racconto scritto dall'ex presidente del Cisp e di Link 2007 che era tra gli 8 passeggeri italiani a bordo del Boeing 737 della Ethiopian Airlines precipitato mentre era appena decollato da Addis Abeba per Nairobi, è un viaggio nella personalità dell'autore tra luoghi, eventi, sensazioni, affetti, riflessioni, valori e visioni

Nel giardino del Teatro di Villa Pamphilj a Roma è stato piantato un albero di ulivo per ricordare Paolo Dieci. Sabato 15 giugno tante amiche e tanti amici, stretti intorno a Maria Luisa, hanno letto alcune pagine del racconto da lui scritto mesi prima, ricordandolo con amore.

Paolo ha finito di scrivere GABRIEL nei giorni di Natale del 2018. La moglie Maria Luisa ne ha stampato una singola copia per il suo compleanno, il 26 dicembre. L’edizione odierna, di cinquantaquattro pagine (Europa Edizioni, 2019), riporta fedelmente il testo del manoscritto, salvo alcuni minimi interventi redazionali. Ha sempre scritto bene Paolo.

Il racconto inizia il 3 giugno 2070 a Roma nel quartiere San Pietro e termina alla vigilia di Natale 2134 in quella stessa casa, dopo una meravigliosa corsa da un angolo all’altro del mondo. «Gabriel, non aspettare mai di capire come vada a finire, fai in modo che finisca bene: la vita, la storia, l’amore, tutto, non aspettare mai che la vita scorra senza di te». Un racconto immaginario, fantastico che spazia nei vari continenti e tra differenti culture e credenze, con legami che si esprimono e durano nello spazio e nel tempo, nel ricordo e nel vissuto, nella vita e nella morte.

Nel racconto è possibile intravvedere molto di Paolo Dieci. Luoghi, eventi, sensazioni, affetti, riflessioni, valori, visioni. Dall’Italia alle cascate del Nilo Azzurro in Etiopia, al delta dell’Okavango in Botswana, alla Giamaica, il Bangladesh, l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Colombia, Haiti, Sarajevo, Mostar, Betlemme, Gerusalemme. Un’umanità aperta in un mondo aperto, in cui ognuno lascia conoscenza e saggezza a chi viene dopo. Non a caso le parole di Louis Amstrong aprono il racconto: “And I think to myself what a wonderful word”.

Un modo opposto rispetto alle chiusure e oppressioni del periodo tra il 2040 e il 2050 in Italia, che Gabriel apprende da sua madre Angela. “Ai piedi del monte Amiata sono sepolti i tuoi nonni. Anche loro avrebbero voluto raccontarti tante cose e sarebbero felici di te. Erano due attivisti dei diritti umani, giornalisti che avevano combattuto con tutte le loro forze contro i predicatori dell’odio e del razzismo. Il cinque maggio del 2041 alcuni ufficiali dell’esercito vennero a prelevarli con forza da casa, non li avrei più visti. Solo dopo la fine della dittatura ho saputo che i miei genitori erano stati uccisi e sepolti senza croci né lapidi ai piedi del monte Amiata”.

Davanti all’albero di ulivo che ricorda Paolo Dieci, ho scorso alcuni paragrafi degli undici brevi capitoli di GABRIEL, a cento giorni dalla sua morte in terra etiopica.

«Dei miei bisnonni paterni so quanto mi ha raccontato mio nonno Tewodros. Lui aveva viaggiato in Africa, in Medio Oriente, in America Latina e in altri paesi scossi dalle guerre lavorando per un’organizzazione umanitaria, una di quelle realtà filantropiche che una legge dello stato aveva dichiarato illegali nel 2040»… «Quando parla di cose brutte nonno non mescola mai ricordi e fantasie… Era tutto preparato, ma non ce ne eravamo accorti. Legge dopo legge, proclama dopo proclama, gruppi di predicatori senza scrupoli avevano diffuso nelle menti della gente l’idea che tutti i nostri problemi, la povertà, la disoccupazione, i crimini, i furti, gli stupri, derivassero dalla mescolanza di razze. Nacquero partiti e movimenti che si prefiggevano di riportare l’Italia ad essere ciò che in realtà non era mai stata, cioè una nazione incontaminata. Qualcuno li seguiva, qualcuno li combatteva, ma la maggioranza non faceva né l’una né l’altra cosa, continuava a vivere come se nulla fosse, aspettando di capire come sarebbe andata a finire».

«Un proverbio popolare molto in uso nell’Arsi Oromo propone questo dialogo: “Preferiresti che ti cadesse addosso una montagna o la tua gente? - Preferirei che mi cadesse addosso una montagna, perché in questo modo la mia gente potrebbe rimuoverla; ma se mi cadesse addosso la mia gente, cosa potrei fare?” … Capii una cosa sulla dittatura: è come quando ti si abbatte contro la tua gente. A chi chiedere aiuto?»

«Angela non ha conosciuto Robert nell’ ambiente universitario ma seduto sulle sponde del Tevere nell’isola Tiberina. Da giovane Robert vi andava spesso, solo, a pensare, a custodire i viaggi nella sua mente. Pensava che il padre e il nonno avevano viaggiato così tanto da non avere avuto il tempo di fare ordine nelle loro menti, dare forma alle emozioni provate visitando tanti popoli e che questo compito spettasse a lui. Nel suo cuore vi era la storia del padre, vi erano i tramonti del Negril ma c’erano anche i quadri della nonna, i pochi ricordi che conservava del nonno che aveva passato tanti anni vicino alle sorgenti del Nilo Azzurro. Robert tutto questo voleva allora riviverlo capendo, studiando, dando alla storia della sua famiglia un suo significato, senza comprimere però le emozioni in una pura ricostruzione intellettuale».

«La sera prima di partire per l’India Robert ci portò una cassa di vimini. Dentro vi era un regalo che però, ci disse, sarebbe solo transitato per noi, poi sarebbe passato a chi sarebbe venuto dopo, così come era passato dai suoi bisnonni a Tewodros e Shauna, a lui e Angela. Un regalo che non appartiene a qualcuno ma è fatto apposta per accompagnare il flusso delle generazioni. Aprì la cassa e poggiò sulla spalla di Mugdha una grande mantella di colore bianco, ingiallita dal tempo. Era appartenuta ad un’anziana contadina Agew del villaggio etiopico di Chagni, che si trova sulla strada che dalle cascate del Nilo Azzurro porta al confine col Sudan. La contadina anziana si chiamava Kassech ed era da lei che il mio bisnonno trovava spesso ristoro. Da lei passava le festività del Maskal, quando le colline si riempiono di fiori gialli, simili alle mimose… Mugdha tiene avvolta la piccola Kassech nella mantella di colore bianco. A me pare per un attimo di vedere riflesse nell’acqua tutte le persone e le cose che non ho mai visto ma senza le quali niente di questa storia sarebbe stato possibile… Nulla sarebbe poi stato possibile senza Robert. Lui si è fermato per noi, per dare un senso al passato e al futuro. Baciando sulla fronte la piccola Kassech le sussurro che la vita è meravigliosa e che quando la ascolto piangere penso che lei imparerà cose che io non ho mai saputo».

«Andando a prendere Kassech da Elena avevo visto ragazzi giocare a pallone in un campetto improvvisato tra la polvere, fermarsi per rendere omaggio con il segno della croce ad un carro funebre altrettanto improvvisato su un pick-up e poi riprendere il gioco, qualcuno urlando per farsi passare la palla. La morte era passata un attimo e se ne era andata con il suo carico di domande senza alcuna risposta e la vita si era inchinata ad essa solo per quell’attimo, per poi riprendere il suo corso».

«Siamo a casa. Mugdha sfoglia un libro di pittura contemporanea, mentre io cucino del pollo speziato per noi due. Mi affaccio un attimo alla finestra e vedo una ragazza asiatica vendere rose rosse ai passanti. Chiamo Mugdha, la prendo per mano, scendiamo le scale. Acquisto tutto il mazzo di rose per darlo a Mugdha. Ci baciamo come due ragazzi in mezzo alla gente distratta e indaffarata a fare gli acquisti di Natale… Mugdha porta sulle spalle il velo viola con il quale aveva concluso la danza di Kovalam e un po’ per gioco, un po’ per desiderio, rientrati a casa, uniamo i nostri corpi, lentamente, ascoltando una vecchia canzone afroamericana. Ci sentiamo pronti, non sappiamo quando, né in quale circostanza, ma quando dovrà avvenire avverrà senza rimpianti. Kassech disperderà le nostre ceneri sul monte Amiata e lei stessa, o forse Cécile o forse Angela Anisha riprenderanno a scrivere la storia da dove noi l’abbiamo interrotta. Una storia che non possiamo naturalmente prevedere, se non per il passaggio da una generazione all’altra della mantella bianca della vecchia contadina Agew».


*Presidente emerito di Intersos e policy advisor di LINK 2007

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