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Riforma del Terzo settore

Anche in Italia il non profit sarà fagocitato dal profit? I rischi dei ritardi della riforma

26 Giugno Giu 2019 1056 26 giugno 2019
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Negli Stati Uniti è in atto un ampio processo di deriva del non profit verso il profit, imputabile al fatto che il fondamentum divisionis del non profit è stato posto nel criterio dell'efficienza. Se si affermasse a livello politico e culturale l’idea per cui le organizzazioni non profit siano semplicemente dei “sostituti funzionali” o dell'agire pubblico o delle imprese private profit, esse non sarebbero più rilevanti. Un rischio che l’Italia sta correndo. Complici i ritardi della politica nell'attuazione della Riforma del Terzo settore

Chi segue la realtà americana sa che in questi ultimi anni molti ospedali americani non profit stanno diventando profit; la stessa cosa sta accadendo a tante altre organizzazioni che operano in altri settori di attività economica. In altri termini, negli USA è in atto un ampio processo di deriva del non profit verso il profit. Le ONP americane per la promozione assicurativa nel campo della tutela alla salute sono scese dal 65% al 25%, con una forte penetrazione del profit in un campo finora presidiato dal non profit in tutto il territorio statunitense. Le crescenti entrate commerciali, infatti, hanno accentuato la competizione delle imprese profit, attratte dai maggiori utili. Come risultato, si è osservata la crescente sfida del profit al non profit, con un vantaggio considerevole delle prime, privilegiate dall’accesso al mercato dei capitali e la possibilità di poter reperire fondi per investirli, ad esempio, in R&S, in tecnologia, attrezzature fisiche ecc., Finanziamento che, al contrario, le non profit non sono in grado di avere, perché non sono distributrici di profitto (e quindi di dividendi agli investitori) e non sono presenti in Borsa.

Questa tendenza è probabilmente imputabile a un processo basato sul fatto che è stato fissato il fondamentum divisionis delle non profit nel criterio dell'efficienza; di conseguenza, se un’organizzazione profit riesce a dimostrare di essere più efficiente di una non profit, quest’ultima potrebbe essere destinata a chiudere, soprattutto per le capacità delle prime ad un approccio strategico al mercato, con rilevanti vantaggi competitivi (sul fronte delle competenze finanziarie, manageriali ed innovative). Il rischio di oggi è perciò che, se si affermasse a livello politico e culturale l’idea per la quale queste organizzazioni potrebbero essere considerate dei “sostituti funzionali” o delle pubbliche amministrazioni (dell'agire pubblico) o delle imprese private profit, esse non sarebbero più rilevanti, perché basterebbe perfezionare e razionalizzare la pubblica amministrazione da un lato e "umanizzare" un po' le imprese profit dall’altro per spiazzare completamente il non profit. Un rischio che l’Italia sta correndo.

Il rischio di oggi è perciò che, se si affermasse a livello politico e culturale l’idea per la quale queste organizzazioni potrebbero essere considerate dei “sostituti funzionali” o delle pubbliche amministrazioni (dell'agire pubblico) o delle imprese private profit, esse non sarebbero più rilevanti, perché basterebbe perfezionare e razionalizzare la pubblica amministrazione da un lato e "umanizzare" un po' le imprese profit dall’altro per spiazzare completamente il non profit. Un rischio che l’Italia sta correndo

Le organizzazioni non profit USA, sottoposte a questi cambiamenti, sono state obbligate ad intraprendere una carriera orientata sempre più verso il mondo degli affari profit e il business ed avviare una gestione, un’organizzazione e molti altri aspetti comportamentali sempre più complessi, che somigliano alle forme profit, delineando un insieme di attività che ha sperimentato cambiamenti drammatici. Come risultato, negli USA queste due realtà ormai si somigliano.

Le organizzazioni della società civile europea ed italiana sono qualcosa d'altro, in quanto posseggono geneticamente cellule che le contraddistinguono, orientate al conseguimento del benessere per la comunità e la società. Nel contesto europeo le organizzazioni del Terzo settore non si caratterizzano nella stessa maniera di quelle americane, dove il settore non profit si distingue dal resto del mercato, riconoscendosi e autodefinendosi con l'espressione "non distributional costrained", che si riferisce esplicitamente al criterio del divieto della redistribuzione degli utili. In Europa, invece, le ONP sono state storicamente costituite per perseguire, anzitutto, scopi di utilità sociale e questa è fondamentalmente la caratterizzazione dei nostri soggetti. In altri termini, in America queste organizzazioni si distinguono dal mercato in base ad un concetto strettamente economico e ad una conseguente opposizione dialettica rispetto al comparto profit; in Europa ciò che contraddistingue la categoria è invece la libera volontà dei cittadini di mettersi insieme per raggiungere un obiettivo di interesse generale, pur perseguendo scopi di pubblica utilità come lo Stato. Di conseguenza nel modello americano emerge lo spirito economico di imprenditorialità, in quello europeo l’obiettivo della solidarietà.

In America queste organizzazioni si distinguono dal mercato in base ad un concetto strettamente economico e ad una opposizione dialettica rispetto al comparto profit; in Europa ciò che contraddistingue la categoria è invece la libera volontà dei cittadini di mettersi insieme per raggiungere un obiettivo di interesse generale, pur perseguendo scopi di pubblica utilità come lo Stato. Di conseguenza nel modello americano emerge lo spirito economico di imprenditorialità, in quello europeo l’obiettivo della solidarietà

Quindi il Terzo settore europeo è per sua natura un intermediario del Welfare pluralistico: infatti, non si può studiare e capire il Terzo settore europeo se non lo si colloca nell’ambito dello sviluppo del welfare e nella storia dell’evoluzione dei sistemi sociali. Ne deriva che la differenza sostanziale tra i due mercati nasce dalle origini e proprio dalla differenza fra il Welfare capitalism e il Welfare State: come disse Keynes nel 1939, “il Welfare per essere tale deve essere universalistico”. Da allora in Europa risultati hanno condotto ad una politica pubblica favorevole, attualmente accentuata dalla sensibilità ai beni relazionali filtrati dalla cultura della cittadinanza europea... ciò che oggi il professor Zamagni chiama Welfare ed economia circolare.

Per gli Enti del Terzo Settore italiano è veramente importante il mantenimento di questo patrimonio valoriale, per riaffermare le radici storiche e continuare a dare un contributo effettivo al soddisfacimento dei nuovi bisogni della società moderna. Ma in Italia, a fronte dei ritardi della politica, saremo in grado di tenere il genere Terzo Settore distinto dal profit?

La ricerca del giusto equilibrio tra le attività individuali o private di pubblico interesse, il potere dello Stato (che rappresenta l'interesse pubblico) e il profit (che ha diversi livelli di priorità) è una sfida comune all’area americana e a quella europea. La definizione di "bene pubblico" oggi, più che mai, influenza molti aspetti della nostra vita e queste organizzazioni non profit operano in società dove lo Stato è consapevole di dover far fronte alla drammaticità che regna in questi tempi difficili e, di conseguenza, non può ignorare o evitare l’intervento del Terzo settore: la compenetrazione tra il Terzo Settore e lo Stato è inevitabile ed irreversibile. Allo stesso tempo, queste organizzazioni operano all’interno dell'economia di mercato di questi Paesi (lo stesso non può dirsi per la Cina, ad esempio), quindi il Terzo settore opera per il bene sociale ma deve anche adeguarsi alle regole del mercato in cui opera: perciò è necessario raggiungere un adeguato equilibrio fra gli obiettivi pubblici e le forze provenienti dal mercato. Il modello di ordine sociale tripolare, comune all’economia americana ed europea, conduce ancora una volta a due soluzioni diametralmente opposte.

Per la cultura americana l’insidia per il non profit proviene dalla pressione del mercato,Di contro, in Italia l’attuale sfida da affrontare è quella proveniente dallo Stato e dai ritardi della riforma degli ETS, danneggiando le tendenze culturali e le potenzialità economiche della solidarietà italiana

Per la cultura americana l’insidia per il non profit proviene dalla pressione del mercato, che sta cambiando il comportamento delle organizzazioni, nelle politiche gestionali (che possano garantire l'afflusso di incassi dal mercato) e nel definire la clientela e le strategie, sempre più verso il profit. Questa è la vera forte pressione delle organizzazioni americane. Di contro, in Italia l’attuale sfida da affrontare è quella proveniente dallo Stato e dai ritardi della riforma degli ETS, danneggiando le tendenze culturali e le potenzialità economiche della solidarietà italiana.

Ancora una volta, come accade sin dagli anni ‘50, «quando gli Stati Uniti starnutiscono, il resto del mondo prende il raffreddore». La rivoluzione epocale del Non profit USA si ripercuoterà in Europa? Gli ETS italiani saranno fagocitati dal profit? I ritardi politici della riforma italiana lo lasciano sospettare…

* Maria Vella è docente in Economia e gestione del Terzo settore all'Università di Siena. Quella che pubblichiamo è la sintesi tratta da un articolo di prossima pubblicazione in Mondo sanitario 6/2019, "Terzo settore negli USA: analogie e disparità col mercato europeo", FRG Editore.

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