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La Sea Watch 3 entra in acque italiane con i 42 naufraghi a bordo: "Basta, li portiamo al sicuro"

26 Giugno Giu 2019 1653 26 giugno 2019

Dopo 14 giorni in mare a largo di Lampedusa la nave della Ong tedesca entra in acque territoriali italiane. "Ho deciso di entrare nel porto di Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 salvati sono esausti. Ora li porto al Sicuro", spiega il comandante Carola Rackete. Su Twitter il video di una delle mediatrici culturali a bordo che spiega: "Il soccorso è completo quando le persone mettono entrambi i piedi a terra"

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Dopo 14 giorni in mare a largo di Lampedusa la nave della Ong tedesca entra in acque territoriali italiane. "Ho deciso di entrare nel porto di Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 salvati sono esausti. Ora li porto al Sicuro", spiega il comandante Carola Rackete. Su Twitter il video di una delle mediatrici culturali a bordo che spiega: "Il soccorso è completo quando le persone mettono entrambi i piedi a terra"

La Sea Watch 3 da 14 giorni a largo di Lampedusa con 42 naufraghi a bordo è entrata in acque territoriali italiane per trovare così una soluzione che possa mettere al sicuro le persone a bordo. La decisione è stata presa dal comandante della nave della Ong tedesca Carola Rackete che via Twitter spiega:

«Ho deciso di entrare nel porto di Lampedusa. So cosa rischio, ma i 42 salvati sono esausti. Ora li porto al Sicuro».

Dalle prime notizie che ci arrivano direttamente da bordo della nave della Ong tedesca una motovedetta della Guardia di Finanza ha affiancato la nave e sta parlando con il comandante.

In un video appena postato sulla pagina Twitter della Ong, Heidi, una delle mediatrici culturali sulla Sea Watch 3 sintetizza l'odissea di questi lunghissimi 14 giorni: «Il 12 giugno abbiamo soccorso 53 persone a Nord delle acque territoriali libiche, aspettando la decisione del Governo italiano di farci entrare nelle loro acque territoriali e consentire lo sbarco in un porto sicuro. Undici persone sono state evacuate, ma la frustrazione per i 42 che sono rimasti qui è stata tantissima. Perchè la domanda che ci veniva fatta era: dobbiamo essere anche noi gravemente ammalati perché l'Europa ponga fine a questo viaggio? Il porto sicuro più vicino alla zona di soccorso era quello di Lampedusa e abbiamo così aspettato per giorni e giorni». La mediatrice culturale fa riferimento anche all'esito negativo della Corte Europea per i diritti umani: «A bordo ci sono persone vulnerabili, che hanno particolari bisogni e sono vittime degli orrori in Libia. Nonostante questo tutte le persone che vengono soccorse hanno bisogno di sbarcare in un porto sicuro e nessun soccorso è terminato se tutte le persone non poggiano entrambi i piedi a terra» conclude la mediatrice.

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