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Famiglia

Adozioni internazionali: 7 su 10 nel 2018 erano special needs

3 Luglio Lug 2019 1322 03 luglio 2019
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Qualche riflessione sul report statistico della Commissione Adozioni Internazionali sul 2018, da poco pubblicato

Diventano papà in media a 47 anni (46,8 per l’esattezza) e mamme a 45. In nove casi su dieci è il primo figlio (88%) e spesso l’unico (il 79% ha chiesto l’ingresso di un solo minore), anche se aumentano le coppie disponibili all’adozione di più minori: il 21% delle coppie adottanti nel 2018 ha accolto due o più bambini. Sono alcuni dei dati riportati nel report statistico della Commissione Adozioni Internazionali, “Dati e prospettive nelle Adozioni Internazionali. Rapporto sui fascicoli dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018”. La pubblicazione è già di qualche giorno fa e i numeri erano a grandi linee già noti a chi lavora nelle adozioni internazionali. Leggerli nero su bianco però suscita qualche riflessione. La prima è sull'età in cui si diventa genitori: non per una critica snob, o per dire che era meglio o peggio, quanto per sottolineare che questo è un cambiamento importante. Noto e progressivo, sì, ma molto rapido: nel 2010 l'età media delle coppie all'ingresso del figlio minore era di 40, 2 anni per le madri e 42 per i padri. Cinque anni in più in otto anni. Diventare genitore a 47 anni è diverso che diventarlo a 30.

Un’altra caratteristica delle 1.130 coppie che hanno adottato nel 2018 è l’elevatissimo livello culturale: il 51% delle mogli e il 41% dei mariti è laureato, contro un dato che nella popolazione italiana di corrispondente fascia d’età si ferma al 16% per i maschi e al 22% per le femmine. In sostanza fra le coppie adottive i laureati sono il doppio rispetto alla fotografia media del Paese. Di conseguenza, la condizione lavorativa più diffusa tra le coppie adottive riguarda le professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione. Una buona notizia, se dice di una maggior consapevolezza delle coppie che scelgono l’adozione. O al contrario il segno che ormai questa scelta è appannaggio solo delle coppie più benestanti?

A fronte delle 1.130 coppie adottive, nel 2018 sono 1.394 i minori stranieri per i quali è stata rilasciata l’autorizzazione all’ingresso in Italia a scopi adottivi. In media ogni coppia ha adottato 1,23 minori. I due dati – dice la CAI – certificano «la fine del progressivo calo osservato negli ultimi anni»: sia per le coppie sia per i minori il calo rispetto al 2017 è stato del 3% circa. Quindi non una ripresa, ma la fine del crollo. La riduzione media nazionale nel periodo 20120-2018 è pari al 55%. La CAI scrive che questa sembra poter essere dal punto di vista quantitativo, «una soglia minima non ulteriormente corrodibile del fenomeno adottivo italiano». Grossomodo mille coppie e millequattrocento bambini che ogni anno riescono a trovare una famiglia: è su questi numeri che d’ora in poi dobbiamo pensare l’adozione internazionale?

I minori entrati con adozione internazionale sono in netta prevalenza maschi (6 su 10) e quasi uno su due all’ingresso aveva un’età compresa fra i 5 e i 9 anni (il 47%): altri 3 su 10 (il 35%) sono nella fascia 1-4 anni. Nel 2000, anno di avvio del mandato della Commissione per le adozioni internazionali, la fascia d’età più numerosa era quella da 1 a 4 anni. Nel 2018 si osserva una ulteriore crescita dell’età media dei bambini adottati pari a 6,4 anni – era 5,9 anni nel 2016 – con valori molto eterogenei in base ai Paesi di provenienza. Il range dell’età media oscilla fra gli 1,4 anni dei bambini armeni e coreani ai 12,6 di quelli bielorussi. La gran parte dei minori adottati, poco meno di due su tre (64%), sono stati adottati a seguito della revoca della responsabilità genitoriale dei genitori biologici, per il 35% si è verificato un abbandono o una rinuncia alla genitorialità da parte dei genitori biologici, mentre solo l’1% è stato adottato in quanto orfano. Le differenze tra Paese e Paese sono molto rilevanti: per i minori provenienti da Africa e Asia la situazione di abbandono o rinuncia si verifica nel 98% delle adozioni, mentre al contrario in America e in Europa queste percentuali non superano l’10% e si attesta intorno al 90% dei casi la perdita della potestà genitoriale.

Nel 2018 si conferma quale principale Paese di provenienza dei minorenni adottati la Federazione Russa, con complessivamente 200 adozioni pari al 14% del totale delle adozioni internazionali realizzate in Italia. Seguono per numero di minori adottati Colombia (169), Ungheria (135), Bielorussia (112), India (110). Vengono poi tre Paesi che contano tra le 50 e le 100 adozioni: Bulgaria, Repubblica Popolare Cinese, Vietnam. Si contano complessivamente 38 Paesi di provenienza. Il 71% del totale degli ingressi viene da Paesi che hanno ratificato la Convenzione dell’Aja.

Il report della CAI parla di un «massiccio ingresso di bambini e ragazzi con special needs», un dato che «testimonia meglio di ogni altro la funzione sussidiaria dell’adozione internazionale, una valenza che l’istituto adottivo ha assunto nei fatti in modo sempre più marcato nel corso del tempo». Special needs, lo diciamo sempre, è un’espressione che comprende non solo i bambini con disabilità o problemi di salute ma i bambini che si trovano in situazioni di particolare necessità poiché hanno subito gravi traumi o che presentano problemi di comportamento (bambini che hanno subito gravi maltrattamenti o abusi, bambini iperattivi o con disturbi della condotta più gravi) e/o con incapacità fisiche e mentali di vario genere, come pure i minori adottati con fratelli e/o sorelle e i minori adottati di età superiore ai sette anni. Sui 1.394 minori adottati nel 2018, quelli con special needs sono stati 981: il 70%. Di essi, il 27,4% aveva più di 7 anni, il 22,5% era un minore con fratelli e di età maggiore di sette anni, un altro 19,8% aveva fratelli o sorelle: siamo già quasi al 70% dei “minori special needs”. Traumi, problemi comportamentali, incapacità fisica e mentale riguardano il restante 30% dei minori accolti nel 2018 dalle famiglie italiane, sotto la casistica “special needs”. La disponibilità all’accoglienza di minori con special needs è un tratto peculiare delle famiglie italiane, di cui essere grati e orgogliosi. Tutti i soggetti istituzionali coinvolti nelle adozioni internazionali l’hanno sempre evidenziato. Ma poi, il sistema, quando supporta davvero queste famiglie e questi ragazzi? Non abbastanza, ancora, forse.

L’adozione di un “bambino grande” è uno dei casi di adozione di bambini con special needs. A questo tema il report della CAI dedica un approfondimento, dal momento che «le problematiche che una coppia si trova ad affrontare con l’adozione di un bambino più grande sono particolari». Il messaggio della CAI è che pur essendo a volte più complesso e tortuoso rispetto all’adozione di bambini più piccoli, «l’adozione di minori più grandi, se svolta correttamente, è possibile, desiderabile ed ha spesso un’ottima riuscita». Il report cita una ricerca promossa dalla CAI e realizzata con la collaborazione dell’Istituto degl’Innocenti, che ha analizzato un campione di nuclei familiari in cui sono presenti minori che al momento dell’adozione avevano un’età compresa tra i 6 ed i 12 anni. «I risultati ottenuti al termine dell’indagine mostrano come non vi siano differenze in base alla fratrìa, al tempo vissuto nella famiglia biologica e quindi in base alla precocità dell’abbandono, né tra i vari contesti di provenienza. L’unica variabile che sembra incidere sulla serenità familiare è data infatti dal genere dei ragazzi adottati, laddove i ragazzi tendono a percepire un maggior benessere in misura leggermente più elevata rispetto alle ragazze, anche se questi livelli tendono ad abbassarsi man mano che l’età aumenta fino a diventare simili a quelli delle ragazze intorno ai 18 anni».

Dall’ultima tabella del report CAI emerge che gli enti autorizzati che nel 2018 hanno concluso le adozioni per almeno cinque coppie sono 46: si va dalle 134 adozioni di CIFA alle 6 degli AMICI MISSIONI INDIANE. Sono stati 52 gli enti autorizzati attivi nel 2018.

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