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OIM e UNHCR: «Cambi l’approccio internazionale nei confronti di rifugiati in Libia»

12 Luglio Lug 2019 1515 12 luglio 2019
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Le due organizzazioni hanno divulgato una dichiarazione congiunta. Due i pilastri: «Evitare che le persone soccorse nel Mediterraneo vengano riportate in Libia, porto non sicuro e interrompere qualunque forma di sostegno agli organismi libici competenti se non si smetterà di mandare in detenzione arbitraria i migranti soccorsi e non venga garantito il rispetto dei diritti umani»

La dichiarazione congiunta di Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la Un Migration Agency:

Il 3 luglio più di 50 migranti e rifugiati hanno perso la vita in Libia a seguito di un attacco aereo che ha colpito il centro di detenzione di Tajoura a est della capitale Tripoli. Questa settimana, lanciamo un appello all’Unione Europea e all’Unione Africana affinché non si ripetano mai più tragedie di questo tipo. La comunità internazionale dovrebbe considerare la protezione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati un elemento centrale del suo impegno in Libia.

Chiediamo in maniera prioritaria che i 5.600 migranti e rifugiati attualmente detenuti in Libia siano liberati in maniera ordinata e che sia loro garantita protezione; in alternativa, chiediamo che possano essere evacuati verso altri paesi dai quali procedere con tempestive procedure di ricollocamento. Allo stesso modo i Paesi dovrebbero fare un passo avanti rendendosi disponibili in caso di evacuazione e ricollocamento. Inoltre, a chi volesse ritornare al paese d’origine non dovrebbe essere negata questa possibilità. Sono ugualmente necessarie risorse aggiuntive.

La pratica della detenzione arbitraria per coloro che vengono salvati in mare e riportati in Libia deve cessare. Esistono reali alternative: ai migranti e rifugiati dovrebbe esser permesso di vivere nelle comunità, dovrebbero essere istituiti centri aperti e procedure di registrazione. Allo stesso modo, si potrebbero aprire centri semi-aperti simili alle strutture di raccolta e partenza dell’UNHCR (Gathering and Departure Facility).

Da ieri il centro di Tajoura è chiuso e i circa 400 migranti e rifugiati sopravvissuti all’attacco sono stati trasferiti presso il centro di raccolta e partenza. Quest’ultimo è estremamente sovraffollato, stiamo lavorando per evacuare migranti e rifugiati il prima possibile, con attenzione particolare per i casi più vulnerabili. Ciononostante, moltissimi migranti e rifugiati sono ancora detenuti in altre zone della Libia, in condizioni di sofferenza e violazione sistematica dei diritti umani. E’ essenziale adottare un processo di rilascio sicuro e organizzato, nel corso del quale siano fornite le necessarie informazioni sull’assistenza disponibile.

È necessario assicurare più supporto per i circa 50.000 rifugiati e richiedenti asilo e gli 800.000 migranti presenti in Libia, affinché le loro condizioni di vita possano essere migliorate, i diritti umani possano essere rispettati e meno persone finiscano nelle mani dei trafficanti.

Bisogna fare tutto il possibile per evitare che le persone soccorse nel Mediterraneo vengano riportate in Libia, Paese che non può essere considerato un porto sicuro. In passato, le imbarcazioni dei Paesi europei che conducevano operazioni di ricerca e soccorso hanno salvato migliaia di vite, anche grazie alla possibilità di effettuare le operazioni di sbarco in porti sicuri. Questo schema operativo è vitale e dovrebbe essere ripristinato, per gestire il fenomeno in un’ottica di responsabilità condivisa a livello europeo.

Allo stesso modo, le imbarcazioni delle ONG hanno svolto un ruolo simile nel Mediterraneo e non possono essere penalizzate perché salvano vite in mare. Alle imbarcazioni commerciali non può esser indicato di ricondurre in Libia le persone soccorse in mare.

Qualsiasi responsabilità e attività di assistenza assegnata a organismi libici competenti solo a patto che he nessuno sia detenuto in modo arbitrario dopo essere stato soccorso e che sia garantito il rispetto dei diritti umani. Senza tali garanzie, si dovrebbe interrompere qualunque forma di sostegno.

Non è ammissibile che una tragedia simile possa accadere di nuovo. Proteggere vite umane deve rappresentare la priorità assoluta.

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