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Crisi di Governo

Il pericolo e la salvezza (idee per un'agenda di governo)

23 Agosto Ago 2019 1509 23 agosto 2019
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L'economista Mauro Magatti traccia «quattro linee di fondo su cui un’agenda di governo davvero nuova potrebbe essere scritta». Ma a patto che in Pd e M5S non «prevalga l’anima individualistico-libertaria dei diritti individuali» perché «solo dentro una logica relazionale» si può «pensare in termini d’investimento»

In una democrazia parlamentare sono le forze politiche che siedono in Parlamento ad avere il compito di trovare le condizioni per la formazione dei governi. Fu così un anno fa, subito dopo le elezioni. Come si ricorderà, dopo lunghi giorni di lavoro, fu siglato un contratto tra il partito di maggioranza relativa M5s e la Lega che pure si erano presentati su posizioni molto distanti in campagna elettorale. Ora la palla passa a M5s-Pd che hanno teoricamente la possibilità di dare base parlamentare a un nuovo esecutivo.

Mauro Magatti

L’esperienza dovrebbe insegnare che la possibilità di varare un Governo che non naufraghi in mezzo a mille litigi, non sta tanto nei dettagli di un testo scritto, quanto nell’eventuale intesa sulle linee di fondo da seguire. Un po’ come in un matrimonio, è la condivisione della direzione da percorrere insieme che permette di superare incomprensioni e asperità.

I prossimi giorni diranno se un’ipotesi di questo genere potrà prendere forma. I dubbi sono moltissimi e molto seri. Quattro linee di fondo attorno alle quali definire un altro tempo politico. Di sicuro, se non si sarà capaci di guardare oltre gli interessi di parte, il tentativo – anche se un Governo dovesse nascere – è destinato al fallimento. C’è un rischio di fondo nella discussione che si sta avviando. E cioè che nei due partiti che oggi sono chiamati a dialogare prevalga l’anima (ben presente in entrambi) individualistico-libertaria. Quella, per essere espliciti, che mette in cima all’agenda la questione dei diritti individuali.

Magari declinata con uno statalismo di ritorno che voglia 'centralizzare' tutto, uccidendo formazioni e corpi intermedi. Un’anima che, pur senza rendersene conto, di fatto spinge a pensare con le categorie di vent’anni fa, immaginando una realtà sociale fatta di 'particelle elementari' in grado di muoversi 'liberamente' in un mondo organizzato esclusivamente sulla base di sistemi tecno-economici (oggi magari più pubblici che privati).

Se c’è una lezione di questi anni, essa è che quel modello non funziona più ammesso che abbia mai funzionato davvero. Non a caso nel mondo è in atto una fortissima reazione, che chiama in causa (non senza ambiguità) tanto la politica quanto la religione. Non a caso, è sul tema dell’identità e del legame sociale che i populisti (e le autocrazie) in tutto il mondo stanno prosperando. La verità è che al fondo di questa crisi c’è una questione spirituale che tocca l’idea stessa di libertà. Una libertà che, se non vuole distruggere se stessa e il mondo circostante (come sta già accadendo) deve imparare a riconoscere la sua natura intimamente relazionale. Nessuno è libero se non in relazione a ciò che lo circonda, a ciò che viene prima e ciò che viene dopo.

Non sono parole. Su questo presupposto possono infatti essere identificate quattro linee di fondo su cui un’agenda di governo davvero nuova potrebbe essere scritta.

In cima alle preoccupazioni degli italiani si sta imponendo la questione climatica. Ormai gli effetti negativi del riscaldamento globale sono diventati palpabili. E tutti sanno che sono destinati solo a crescere. Avviare una vera 'transizione ecologica' è un modo per ripensare lo stesso sviluppo facendo convergere le tante energie positive esistenti (in primis giovanili) verso un unico obiettivo. Un po’ come fu nel dopo guerra con la 'ricostruzione', così oggi la 'transizione ecologica' ha la forza per fondare un nuovo Bene comune, avviando processi profondi di innovazione e cambiamento.

Il secondo tema di fondo riguarda la ricostituzione del rapporto tra economia e società. Nei decenni alle nostre spalle abbiamo separato queste due dimensioni provocando col tempo profonde lacerazioni. Oggi si afferma la necessità di ricostituire questa relazione perché siamo al punto in cui non solo la sofferenza umana ha raggiunto livelli intollerabili, ma anche la stessa crescita economica non può più essere garantita. La lotta alle disuguaglianze oggi è una questione economica e politica centrale. Che riguarda i gruppi sociali più deboli così come i territori più periferici. Gli stessi poteri economici – almeno quelli che non campano solo sullo sfruttamento altrui – sono più disposti a prendersi le loro responsabilità. Non perché siano diventati più buoni ma perché capiscono che al di fuori di un contesto sociale integrato non è più possibile essere competitivi. Per questo oggi si parla di 'crescita a valore condiviso', una prospettiva nuova che può aprire possibilità interessanti per tutti. A cominciare dal nostro Sud.

Terzo: il futuro. Il modello di crescita dei decenni passati ci ha rinchiusi in un presente che pensavamo si potesse replicare all’infinito. Ma le cose non stanno così. I consumi contano – soprattutto – perché sono espressione di una buona redistribuzione del reddito. Ma a essere davvero decisivi sono gli investimenti. Il rifiuto dell’austerità va associato non al sostegno dei consumi, ma al rilancio degli investimenti: pubblici, privati, in infrastrutture, nel territorio, nella formazione, nell’educazione, nella ricerca. E non per ultimo nella famiglia che resta il luogo fondamentale per la possibilità di costruire un equilibrio demografico e forme di integrazione sociale sensate.

Ma, se ci ragioniamo bene, pensare in termini d’investimento invece che di consumo (e assistenzialismo) ha senso solo dentro una logica relazionale – non strettamente individualista. Infine la collocazione internazionale dell’Italia che Giuseppe Conte ha così ben tratteggiato in Senato nel suo discorso tutt’altro che dimesso da premier dimissionario. Occidente, Europa, Mediterraneo. L’Italia ha un ruolo straordinario da giocare se sarà capace di recuperare il senso della sua presenza. Non in una logica di contrapposizione. Di costruzione di nuovi muri. Ma come Paese che, per storia cultura, identità, può dare un formidabile contributo e a costruire ponti.

Aiutando così a far nascere e a consolidare nuove forme istituzionali (prima tra tutte quelle dell’Europa unita), capaci di andare al di là del principio moderno di Stato. Ciò di cui abbiamo bisogno sono sovranitàcapaci di pensarsi in relazione dal momento che riconoscono i tanti fili che ormai ci legano gli uni gli altri (economia, ambiente, migrazioni, religioni etc.). Tutto bello, si dirà, ma tutto molto difficile. Non c’è dubbio. Eppure la storia ci insegna che ci sono passaggi in cui solo uno scatto imprevisto può sbrogliare una situazione intricata. A volte, come recita il poeta, «là dove c’è il pericolo, cresce ciò che salva».


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