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Educazione

Se la scuola fa da ammortizzatore...

26 Agosto Ago 2019 1431 26 agosto 2019
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L’obiettivo principale è costantemente, da anni, quello di usare la scuola come opportunità occupazionale. È emerso con chiarezza ormai che pensare di risolvere il “precariato” nella scuola attraverso la creazione dell’organico aggiuntivo si sia rivelata una illusione e non abbia certo contribuito all’innovazione del nostro sistema

Il tema degli investimenti nella scuola è certamente determinante per lo sviluppo del Paese. Prima però di pensare a cercare nuove risorse dobbiamo analizzare il modo con cui stiamo utilizzando quelle disponibili. Ci sono infatti molte scelte che dovrebbero essere riviste proprio per ottimizzare gli investimenti e soprattutto orientarli verso un modello di sviluppo della scuola.

L’impressione è che l’obiettivo principale sia costantemente, da anni, quello di usare la scuola come opportunità occupazionale. Credo che sia emerso con chiarezza ormai che pensare di risolvere il “precariato” nella scuola attraverso la creazione dell’organico aggiuntivo si sia rivelata una illusione e non abbia certo contribuito all’innovazione del nostro sistema.

Naturalmente ci sono dei distinguo da fare: nella scuola primaria l’organico aggiuntivo può aver aiutato ad ampliare l’offerta formativa e anche a risolvere in parte il problema delle supplenze. Infatti, un insegnante, a parte le competenze specifiche sulla lingua inglese, può essere sostituito agevolmente da un altro insegnante visto che non ci sono classi di concorso diversificate nella primaria e anche il curricolo favorisce l’integrazione disciplinare. Quindi un insegnante nella primaria dovrebbe avere le competenze necessarie per poter lavorare in compresenza con i suoi colleghi e quindi per contribuire al potenziamento dell’offerta formativa.

Quando però passiamo alla secondaria ecco che lo scenario cambia radicalmente. L’organico aggiuntivo non risolve il problema delle supplenze se non in presenza di contingenze occasionali. Dovrebbe infatti assentarsi un insegnante che ha la stessa abilitazione di una collega dell’organico aggiuntivo. In tutti gli altri casi, con l’organico aggiuntivo, si possono tamponare solo le supplenze brevissime mettendo un insegnante a fare il “sorvegliante” in una classe che altrimenti sarebbe abbandonata a sé stessa. Se poi non ci sono supplenze questi insegnanti restano quasi sempre a disposizione in segreteria. Si tratta di migliaia di insegnanti per una spesa che avrebbe facilmente consentito di aumentare significativamente (circa una 14° mensilità) il magro stipendio degli insegnanti in servizio ampliando magari il loro impegno a scuola come avviene in quasi tutti i Paesi europei. Aumento dell’impegno degli insegnanti già di ruolo e della loro retribuzione a fronte di un numero maggiore di insegnanti.

Nel bilancio nel Miur c’è un’altra voce significativa che potrebbe concorrere ad aumentare lo stipendio degli insegnanti e che è attualmente destinata al cosiddetto “fondo di istituto”. Si tratta di fondi trasferiti alle scuole che diventano oggetto di contrattazione locale per retribuire lo svolgimento di funzioni e di progetti. Progetti che con l’estensione dei fondi Pon a tutte le scuole italiane, vengono finanziati in molti casi anche con risorse europee. Il rischio di disperdersi in mille attività e di inseguire piccoli incentivi è quindi molto alto nelle scuole. Ci sono scuole che hanno condotto in uno stesso anno scolastico 50 progetti di varia “educazione” quasi tutti pomeridiani secondo un modello “club méditerranée” come usava dire un ministro qualche anno fa. L’insieme delle risorse disponibili in questo modo si frammenta senza una vera direzione strategica e la scuola continua nella sua sostanziale inerzia.

Il sistema scolastico rappresenta quindi ormai da anni un ammortizzatore sociale e l’attenzione ai livelli
di occupazione prevale su qualsiasi altro obiettivo di miglioramento del sistema
. Avremmo bisogno in Italia
di un patto bipartisan sulla scuola che fissi gli obiettivi di trasformazione del modello scolastico su tempi medio lunghi e che venga perseguito e gestito indipendentemente dal governo e dal ministro di turno.

Le risorse sono poche ed è inutile illudersi che possano aumentare significativamente in futuro. È quindi molto più importante essere capaci di utilizzare le risorse disponibili che averne di nuove. L’impressione invece è che si proceda per riforme e contro-riforme, piccoli aggiustamenti più di effetto che di sostanza ma che il sistema nessuno abbia la visione ed il coraggio politico di trasformarlo veramente per renderlo adeguato ad una società che si sta invece trasformando con una grande rapidità. Il dibattito su questi temi è assente come se si guardasse alla “pagliuzza e non alla trave”. Ci si concentra sulle novità dell’esame di Stato o sulla polemica contro i test come se questi fossero aspetti determinanti per far fare alla nostra scuola quel salto di qualità di cui ha bisogno, per rispondere alle trasformazioni che stiamo vivendo e soprattutto per sviluppare nei nostri studenti quelle competenze necessarie al mondo che ci circonda.

La “disconnessione” è il rischio che sta correndo la scuola: disconnessione dal mondo del lavoro, dalla società contemporanea, dagli stessi studenti che hanno linguaggi, strategie cognitive, interessi sempre più lontani. Ma sembra quasi che questo non interessi o che, peggio, si possa risolvere con qualche piccolo intervento di maquillage o aumentando il numero degli insegnanti.

Un’ultima osservazione conclusiva: siamo entrati in un trend di progressiva e inesorabile diminuzione del numero degli studenti. Diminuzione ogni anno nell’ordine di centinaia di migliaia che raggiungeranno tra non molto il milione di studenti in meno su un totale di circa otto milioni. Anche la demografia spingerebbe a progettare al futuro.

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