Yoan
Il caso

«L'omicidio di Novara? La sfida è capire come cambiano i nostri figli coi social»

27 Agosto Ago 2019 1746 27 agosto 2019
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Nel novarese il 23enne Alberto Pastore ha ucciso il suo coetaneo Yoan Leonardi perché geloso di Sara, la ragazza che lo aveva lasciato a luglio. Subito dopo ha avuto come unico interesse l’affidare ai propri profili social, Instagram e Facebook, la spiegazione dei fatti. «Non voglio demonizzare questi strumenti. Ma è ora che il mondo educativo cominci a studiare i cambiamenti antropologici che stanno portando», sottolinea Franco Taverna, educatore che dal 1979 lavora a fianco di Don Antonio Mazzi ad Exodus

Prima accoltella il suo miglior amico, Yoan Leonardi (nella foto di copertina), che muore sul ciglio della strada. Poi, partito in macchina, posta un messaggio su Facebook e alcune stories su Instagram in cui spiega il perché del gesto. «Ho fatto una cazzata», sono queste le parole con cui Alberto Pastore definisce l’omicidio che ha appena compiuto e con cui inizia a giustificarsi con i propri followers. Ne abbiamo parlato con Franco Taverna, educatore che dal 1979 lavora a fianco di Don Antonio Mazzi e autore di “Selfie. Istantanee dalla generazione 2.0” edito da San Paolo


Franco Taverna

Antonio Mola/Vita

Cosa l’ha colpita maggiormente di questa vicenda?
Sono tante. In primo luogo l’incapacità di percepire il peso dei fatti. È come se non sia in grado di capire la gravità di quello che è successo. Soprattutto perché non siamo di fronte ad un pericoloso psicopatico ma ad un giovane che fino ad un minuto prima nessuno aveva mai considerato strano o pericoloso. In questa vicenda mancano le scale di valore. Sono completamente saltate. Poi c’è un altro aspetto davvero impressionante

Quale?
Mancano completamente gli adulti in tutta questa vicenda. L’unica figura genitoriale che è presente, citata frettolosamente dal giornalista, è il padre della ragazza che è presente durante l’intervista che le ha fatto il Corriere. È incredibile come un ragazzo che ha appena compiuto un gesto estremo ed enorme come l’uccidere un suo amico d’infanzia invece di chiamare la mamma o il papà si rivolge alla comunità dei pari sui social.

Le stories su Instagram postate da Pastore poco dopo l'omicidio


Come si spiega?
È saltato il passaggio dall’adolescenza all’età adulta con le sue fasi ritualizzate, i conflitti e i confronto con il mondo adulto. Si sta adultizzando l’adolescenza. Ragazzini che pensano di essere uomini, almeno all’interno a quella bolla di sapone che sono i social. Mentre gli adulti non se ne rendono conto. I genitori non sono più attori protagonisti della crescita dei figli a loro insaputa.

Il tema dei social è centrale anche per quanto riguarda il dibattito in quello che ha chiamato “comunità dei pari sui social”…
I commenti sotto a quei post sono grotteschi. C’è chi disquisisce la scelta del coltello quando potevano bastare i pugni, chi la butta in politica. È del tutto evidente che nessuno si trovasse fisicamente di fronte ad un accoltellamento avrebbe una reazione come questa. In cui nessuno si preoccupa dell’aggredito, del ragazzo che sta morendo. È un atteggiamento più simile a quello che si può avere davanti alla tv. Quello dei social è un rapporto con la realtà che è filtrato e anestetizzato e che non richiede alcun ingaggio. In sostanza è virtuale. Anche se le ricadute nella realtà sono gigantesche

Il post su Facebook


A cosa si riferisce?
Alle ricadute antropologiche dei social network. Sia chiaro, io non voglio assolutamente demonizzare questi strumenti. Ma vanno presi sul serio. La riflessione, antropologica e filosofica, è lontana dall’aver colto il cuore della vicenda. Siamo nella più completa ignoranza. Uno dei temi più importanti che i social mettono in crisi è il tema dell’identità, del chi sono io. Il processo di identificazione, che è tipico dell’adolescenza fino a ieri si identificava nel confronto con gli altri. Un confronto fisico, fatto di sguardi, posture e relazioni. Oggi tutto questo non c’è più. O è molto limitato. È spappolato. Non so dire se sia meglio o peggio. Ma certamente è diverso.

Quindi sarebbe importante che il mondo educativo si misurasse con questi cambiamenti?
Assolutamente. Sarebbe una sfida importantissima. Sfida che dovrebbero raccogliere le università. Per ora abbiamo capito solo alcune sfumature e sfaccettature. Ma siamo di fronte ad una vera rivoluzione paragonabile all’avvento della scrittura. Dobbiamo cominciare a studiare per capire nel profondo il fenomeno.

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