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Cosa non va nelle linee guida sulla valutazione d'impatto sociale

13 Settembre Set 2019 1745 13 settembre 2019

L'intervento del membro del consiglio direttivo di Social Value Italia dopo la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale: «L’asciuttezza verso cui si è orientato il Legislatore può determinare delle profonde difformità nelle pratiche valutative, che nella migliore delle ipotesi genereranno valutazioni di scarsa rigorosità, mentre, nella peggiore, lasceranno il campo ad operazioni di impact washing»

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Impatto Sociale Linee Guida
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L'intervento del membro del consiglio direttivo di Social Value Italia dopo la pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale: «L’asciuttezza verso cui si è orientato il Legislatore può determinare delle profonde difformità nelle pratiche valutative, che nella migliore delle ipotesi genereranno valutazioni di scarsa rigorosità, mentre, nella peggiore, lasceranno il campo ad operazioni di impact washing»

Dopo aver letto le linee guida per la realizzazione di sistemi di valutazione dell'impatto sociale delle attività svolte dagli enti del Terzo settore, confesso di aver provato un senso di insoddisfazione, come in presenza di una scenografia, priva di pathos, che si interrompe lasciando allo spettatore più interrogativi che certezze. Credo che questa sensazione sia dovuta all’aver fatto attivamente parte del gruppo di lavoro, istituito dall’allora Sottosegretario Bobba ed affidato all’autorevole guida del Professor Zamagni, con il mandato di supportare, attraverso feedback e scambi di pratiche, lo sforzo del Legislatore. In tal senso, la scelta di creare un panel di esperti che potessero supportare il Ministero del Lavoro nella redazione di un testo così complesso fu assolutamente condivisibile. Il gruppo di lavoro assunse, sin da subito, un assetto multistakeholder, cercando di rappresentare non solo il pluralismo delle idee, ma anche la difformità di pratiche ed esperienze legate alla valutazione degli impatti.

Rammento con grande piacere gli scambi e le sollecitazioni in occasione delle sedute del gruppo, così come la consapevolezza circa le difficoltà nell’affrontare un tema così scivoloso, senza avere la pretesa di affermare modelli proprietari. La conclusione delle Legislatura fu deleteria non solo al percorso delle linee guida, ma più in generale alla mancata attuazione del disegno della riforma, lasciando enormi bug normativi, che mi auguro vengano prontamente colmati dal nuovo Esecutivo.

Come altri provvedimenti legati alla riforma, le linee guida sparirono dal radar per riappare ieri come un fulmine a ciel sereno in Gazzetta Ufficiale. Attenendoci pedissequamente al concetto di “linee guida”, ci aspetteremmo di trovarci dinnanzi ad strumento in grado di condurci, quanto meno di orientare la direzione verso cui andare. A mio avviso, la “leggerezza” delle linee guida rappresenta a pieno la fragilità della visione che ha animato il Policy Maker nel disegnare lo strumento.

Il provvedimento risponde solo marginalmente alla domanda “A cosa serve davvero la valutazione?”, privilegiando un taglio rendicontativo in luogo di riflettere su come attivare dei processi di apprendimento e riflessività in seno alle organizzazioni. Il tema dell’apprendimento organizzativo è sostanzialmente escluso dalle linee guida, al contrario il Legislatore ha individuato “nella valutazione dell'impatto sociale lo strumento attraverso il quale gli enti di Terzo settore comunicano ai propri stakeholders l'efficacia nella creazione di valore sociale ed economico, allineando i target operativi con le aspettative dei propri interlocutori e migliorando l'attrattività nei confronti dei finanziatori esterni”.

Si tratta, dal mio punto di vista, di una visione parziale rispetto ai benefici legati alla valutazione, che rischia di spostare il focus dell’esercizio valutativo su dimensioni di natura prettamente economica. Al medesimo tempo, l’asciuttezza verso cui si è orientato il Legislatore può determinare delle profonde difformità nelle pratiche valutative, che nella migliore delle ipotesi genereranno valutazioni di scarsa rigorosità, mentre, nella peggiore, lasceranno il campo ad operazioni di impact washing. Come affrontare, dunque, questi elementi critici che rischiano, nella sostanza, di derubricare la valutazione ad una pratica di scarso valore per le organizzazioni, anzi un onere da sostenere, al pari di altri processi di compliance.

Come Social Value, avanzammo, nel contributo di riflessione al gruppo di lavoro, una serie di raccomandazioni, che credono siano ancora attuali:

  • Mettere in campo azioni di capacity-building, anche attraverso gli organismi intermerdi, sulle metodologie e gli strumenti della valutazione;
  • Destinare risorse finalizzate a testare e sperimentare metodologie di valutazione d'impatto:
  • Costituire un database aperto che raccolga indicatori e proxy per facilitare i processi valutativi, soprattutto a favore delle organizzazioni meno strutturate;
  • Prevedere l’istituzione di un tavolo di confronto, presso il Consiglio nazionale del Terzo settore,rispetto alle metodologie e agli strumenti di misurazione d’impatto,favorendo l’allineamento e l’armonizzazione degli approcci e delle pratiche per una maggiore accessibilità e comparabilità.

Alcune di queste azioni possono essere implementate senza oneri, altre, in particolare i test sulle metodologie, potrebbe essere accolte nei PON/POR. Come sempre, è nella capacità di co-costruire soluzioni condivise che si determina l’agibilità degli strumenti, e su questo tema non faremo mancare il nostro apporto.

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