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Dal welfare aziendale al territorio: quale ruolo per l’impresa sociale

13 Settembre Set 2019 1115 13 settembre 2019
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Al via la seconda giornata del workshop “identità e valore: oltre l’impatto”, organizzato da Iris Network. Tra le sessioni parallele particolare attenzione è dedicata al welfare aziendale che deve essere capace di uscire dalle imprese e generare impatto positivo sul territorio

Riva del Garda – Il welfare aziendale è un fenomeno in forte espansione. «Secondo i dati di Confindustria nel 2018 circa il 58% delle associate garantiva almeno un servizio di welfare ai loro dipendenti», dice Federico Razetti, ricercatore di percorsi di secondo welfare, che cura la sessione plenaria “Dal welfare aziendale al territorio: quale ruolo per l’impresa sociale” del workshop “identità e valore: oltre l’impatto”, organizzato da Iris Network.

«Ci sono», continua, «anche altri dati che confermano questa tendenza, come quelli di Cgil che registrano la crescita della quota di contratti riguardanti il tema del “welfare integrativo”. Sono infatti passati dal 22,8% del 2015 al 27,2% del 2017». Ma solo i numeri positivi non bastano. La vera sfida del welfare aziendale sta nella risposta a questa domanda: “Ma il welfare aziendale è in grado oggi di uscire dai perimetri delle imprese e generare impatti positivi (anche) a livello territoriale?”.

E come fa il welfare aziendale ad aprirsi al territorio? «Deve», dice Razetti, «Innanzitutto includere più imprese. Poi bisogna includere all’interno del gruppo dei beneficiari delle politiche di welfare aziendale non solo i dipendenti dell’impresa e i loro familiari, ma anche i dipendenti delle imprese vicine e i singoli cittadini che abitano quel territorio. E per ultimo, ma non meno importante, essere in grado di creare un dialogo e un confronto con una pluralità di partner locali e strategici: le altre imprese, il mondo del non profit e, soprattutto, l’amministrazione pubblica».

Gli attori del terzo settore in particolare possiedono alcune qualità intrinseche che potrebbero essere decisive in questo mercato: «primo», spiega Razetti, «grazie all’esperienza maturata nel settore in cui operano, le realtà cooperative possono garantire maggiore competenza rispetto ad un’impresa profit nelle creazione e nella gestione dei servizi di welfare. La sfera valoriale inscritta nel patrimonio genetico della cooperazione, infatti, assicurando una particolare attenzione alla cura della persona, potrebbe tradursi in una maggiore capacità di risposta. Poi la presenza di una logica della condivisione e di un approccio mutualistico molto marcato potrebbero facilitare l’implementazione di soggetti condivisi».

È seguendo questa strada che il welfare aziendale può trasformarsi da semplice strumento di competitività e sviluppo per l’impresa, a mezzo per dare risposte ai bisogni di lavoratori e famiglie, fino a leva di sviluppo per il sistema sociale territoriale che arriva a toccare i bisogni dei soggetti più vulnerabili.

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