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Impresa sociale: a metà tra pubblico e privato per accrescere il capitale umano

13 Settembre Set 2019 1556 13 settembre 2019
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Alle fine della due giorni del workshop “identità e valore: oltre l’impatto”, organizzato da Iris Network, si tirano le somme e tracciano nuove strade. L’impresa sociale, in questo momento di crisi in occidente, è il primo strumento che aiuta ad accrescere il capitale umano

Riva del Garda - Alle fine della due giorni del workshop “identità e valore: oltre l’impatto”, organizzato da Iris Network, si tirano le somme e tracciano nuove strade. All’ultima plenaria “Accrescere il valore dell’impresa sociale: quale ecosistema”, hanno preso parte Giovanni Fosti, presidente di Fondazione Cariplo, il deputato Stefano Lepri e Sebastiano Maffettone, professore di filosofia politica alla Luiss.

«La prima cosa da dire», ammette Sebastiano Maffettone, «è che c’è grande crisi. Ma questa non è una crisi distribuita in modo uguale nel mondo. È una crisi che ha coinvolto principalmente l’occidente».

«Noi», continua, «siamo sempre abituati a pensare che la democrazia liberare ha come conseguenza naturale il benessere e la prosperità. Oggi i fatti ci dicono che non è più così. Basti guardare alla Cina. Il suo regime è autoritario eppure il paese non è in crisi. E allora questi enormi problemi che stiamo vivendo devono diventare praterie da percorrere per l’impresa sociale. La disuguaglianza è un male che fa male».

Ma l’impresa sociale da sola non basta. «Però», continua Maffettone, «svolge un ruolo di sussidiarietà, e si pone tra il pubblico e il privato. Perciò può funzionare. Io non credo nei modelli unilaterali, ci servono modelli capaci di stare tra pubblico e privato appunto, e l’impresa sociale è l’emblema. Lo Stato da solo – e questo è un dato di fatto – non ce la fa più. È l’impresa sociale che può far crescere il capitale umano».

Ma il processo non è facile, o immediato come si potrebbe pensare: «Una delle questioni su cui è prioritario lavorare», dice il deputato Lepre, «è la necessità di riottenere il consenso dell’opinione pubblica. Il terzo settore, e in modo particolare quello dell’impresa sociale, è stato attaccato in modo esplicito dalla politica. Tutti gli attacchi populisti, tutte queste piccole gocce, hanno creato un clima teso. Basti pensare alla comunità che accoglievano i migranti fatta passare come insediamenti per fare soldi. La retorica populista non ha mai amato il terzo settore».

Serve nuova linfa: «In questo contesto il tema del pluralismo è cruciale», aggiunge Fosti. «Quello che sta succedendo oggi è ancora legato al dibattito anni Ottanta, dove si diceva che “lo stato non è la soluzione ma il problema”. Dovremmo invece iniziare a chiederci: “No lo Stato. Ma quale Stato? No il mercato. Ma quale mercato. No l’impresa sociale. Ma quale impresa sociale?”. In modo da non fare di tutta l’erba un fascio. La maggior parte della popolazione non si sente riconosciuta, o meglio non vede riconosciuti i loro problemi. Così le distanze si allargano. Ed è nel dna delle imprese sociali che c’è la chiave del problema: sono nate nella dimensione sociale e capaci di riabilitare la dimensione connettiva all’interno della comunità».

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