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Lesbo

Perché l’incendio nel campo di Moria si poteva evitare

1 Ottobre Ott 2019 1536 01 ottobre 2019
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Un campo profughi pensato per 3100 persone dove, attualmente ne vivono 13mila. Il 40% minori, tra cui oltre mille non accompagnati. Non ci sono bagni chimici e docce sufficienti. La situazione è ai limiti dell'umano tanto che si registrano casi di tentato suicidio e autolesionismo. «Questa tragedia è il risultato diretto di politiche brutali», dicono da Medici Senza Frontiere. «L'incendio, dove hanno perso la vita una mamma e un bambino, non è stato un incidente»

Nelle isole greche sono intrappolati 24mila profughi. Il campo profughi di Moria, a Lesbo, è stato pensato per ospitare 3100 persone. Quando domenica 29 settembre è scoppiato un incendio, che è costato la vita a una donna e un bambino, erano invece in 13mila.

«Il quadruplo della sua possibilità d’accoglienza», dice Maurizio Debanne, operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, ong presente sull’isola con una clinica pediatrica alle porte del campo profughi.

«Fino allo scorso febbraio», continua Debanne, «i profughi arrivavano a 5mila presenze. Un campo sicuramente sovraffollato, ma non ai livelli a cui siamo arrivati oggi. Con l’estate sull’isola sono arrivate in media 180 nuove persone al giorno. Mi ricordo di un momento particolare in cui in sole 24 ore abbiamo registrato 600 nuovi arrivi».

Il campo di Moria è diviso in due zone: «una parte formale, i profughi dormono in container dove vivono quattro famiglie alla volta, e una zona ufficiosa dove le persone dormono nelle tende che di solito si usano per andare in campeggio».

Nel campo, ex base militare, ci sono pochissimi bagni chimici e docce. La maggioranza dei profughi arriva dall’Afghanistan, e poi Siria, Iraq, Striscia di Gaza e Congo. «Il 40% delle persone», continua Debanne, «sono bambini. Oltre mille non sono accompagnati dai genitori. Questa pericolosa crisi, che compromette la vita di migliaia di persone vulnerabili, è la conseguenza di un sistema di accoglienza fallimentare, della mancanza di meccanismi di protezione adeguati e di una insufficiente fornitura di servizi: ci sono solo 2 medici del governo greco per 13mila perosne. Ho incontrato una bambina afgana di nove anni colpita da una bomba durate la guerra e rimasta sulla sedia a rotelle che vive dentro le tende. Persone ammalate di cancro. Donne in stato di gravidanza all'ottavo e nono mese che continuano a stare lì senza essere evaquate. Un profugo che ha fatto richeista d'asilo e si è visto fissare un primo appuntamemto per il 2021. Questo dimostra che l’approccio europeo alla migrazione, basato su contenimento e deterrenza, è chiaramente fallito». Non si è ancora fatta chiarezza sull’incendio che è scoppiato nel campo. Probabilmente è stato accidentale. «Ci sono tantissimi cavi elettrici vacanti», dice Maurizio Debanne.

«Siamo sconvolti dall’incendio scoppiato ieri nel campo di Moria. Le nostre équipe mediche hanno assistito fino a tarda notte le vittime degli scontri esplosi tra polizia e migranti subito dopo l’incendio. In totale abbiamo ricevuto 21 pazienti, 8 di loro siamo riusciti a stabilizzarli nella nostra clinica per poi trasferirli all’ospedale pubblico di Mitilene», ha dichiarato Marco Sandrone, capo progetto MSF a Lesbo, «Questa terribile tragedia è il risultato diretto di politiche brutali che intrappolano 13.000 persone in un campo fatto per 3.000. Il numero di persone cresce di giorno in giorno, mentre i trasferimenti sulla parte continentale della Grecia sono limitati ed inadeguati. I nostri medici e psicologi vedono ogni giorno pazienti che dovrebbero essere evacuati urgentemente, per essere accolti in strutture mediche attrezzate. E invece sono costretti a sopravvivere in condizioni impietose nel campo di Moria, in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, dove le loro condizioni mediche e psicologiche si deteriorano inevitabilmente giorno dopo giorno. È chiaro come la responsabilità di questa situazione sia di natura politica. Chiediamo l’evacuazione immediata per i più vulnerabili affinché siano trasferiti in strutture adeguate dove possono accedere alle cure mediche di cui hanno bisogno».

Credit: Anna Pantelia/MSF