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Governo

Legacoop: «Bene il Piano Casa, ma serve un impegno forte su affitti e detrazioni»

16 Ottobre Ott 2019 1604 16 ottobre 2019
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Il Piano Casa annunciato dal ministro alle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli prevede un miliardo di euro per un “programma pluriennale per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e la rigenerazione urbana”. «Un segnale politico molto positivo visto che dopo molti anni la casa torna nell’agenda pubblica ma naturalmente bisogna capire i dettagli del provvedimento», sottolinea Rossana Zaccaria presidente di Legacoop Abitanti, che con il cappello dell’Alleanza delle Cooperative Italiane Abitanti ha presentato il Piano Nazionale di Edilizia Residenziale Sociale. «Ci piacerebbe confrontarci con l’esecutivo», aggiunge. L’intervista

Un miliardo pensato come “programma pluriennale per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e la rigenerazione urbana” nell’ottica di un Green New Deal. È questa una delle novità previste nella Legge di bilancio, voluta dalla ministra alle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli: le misure saranno comprese sia nel dl fiscale che in manovra ma questi fondi saranno cumulabili con misure come il sisma bonus e l’ecobonus che saranno prorogati, così come la cedolare secca per gli affitti. Negli stessi giorni l’Alleanza delle Cooperative Italiane Abitanti ha presentato il Piano Nazionale di Edilizia Residenziale Sociale, «finalizzato all’incremento di patrimonio a costi accessibili e al sostegno delle persone attraverso interventi di Rigenerazione Urbana», spiega Rossana Zaccaria presidente di Legacoop Abitanti.


Presidente come avete accolto le prime indiscrezioni sul Piano Casa del Governo?
Il nostro è un giudizio sicuramente molto positivo perché significa la ripresa del tema casa che manca da più di dieci anni. L’ultimo piano casa risale al 2008, quindi è un dato politico rilevante il ritorno nell’agenda pubblica di un tema così importante. Poi troviamo positivo anche l’impianto generale della proposta

In che senso?
È importante che abbia due traiettorie portanti che sono quella del Green News Deal, incardinandosi sull’idea di rigenerazione urbana coerente con l’avanzare delle normative sul consumo di suolo e l’idea che la casa sia un tema portante anche sul fronte dell’inclusione e della coesione sociale. Questi sono le questioni che vediamo in linea con il nostro lavoro associativo

Il Piano mette sul piatto un miliardo di euro. Ma in una logica di cofinanziamento. Cioè con l’auspicio che questi denari pubblici facciano da moltiplicatore per investimenti che vengano finanziati anche da altri enti pubblici e da privati…
È un buon modo che si impone in un’epoca di risorse pubbliche scarse come quella che viviamo. Sempre più oggi la partnership pubblico-privato è un’impostazione che deve prendere piede. Proprio per questo abbiamo presentato il primo di ottobre a Bruxelles una piattaforma nazionale per l’abitare che mette a sistema i diversi attori – cooperativi, pubblici e privati – per intercettare risorse europee sul tema della casa che oggi sono scarsamente sfruttate. D’altro canto però crediamo che sia importante capire nel concreto questo annuncio come troverà attuazione

Quali sono le criticità che vedete?
Più che parlare di criticità parlerei di incognite. Nel senso che parlando di un annuncio di cui non conosciamo ancora i particolari ci sono alcuni punti su cui vorremmo avere più chiarezza

A quali incognite si riferisce?
In primo luogo al periodo. Si parla di un piano pluriennale. Ma va specificato di quanti anni si parla. Questo perché naturalmente quel miliardo di euro è più o meno dirimente a seconda del periodo in cui si concretizza. C’è poi il tema del bando con cui si regolerà l’accesso a questi fondisul quale auspichiamo procedure semplificate. Infine tra le attività previste dal piano ci sono voci come l’efficientamento energetico, l’innovazione tecnologica con la trasformazione di edifici da tradizionali a intelligenti, fibra ottica e incremento della domotica che sono certamente tutti temi di grande interesse e utilità rispetto ai quali andranno previste delle priorità. Per questo siamo disponibili e auspichiamo un tavolo tecnico di approfondimento

Poco prima dell’annuncio del Piano Casa per altro avete presentato un Piano Nazionale di Edilizia Residenziale Sociale. Cosa vi ha mosso nell’immaginare questa progettualità?
La proposta nasce di fronte ai livelli raggiunti del “costo dell’abitare” che limitano significativamente il reddito disponibile per i cittadini. Secondo noi una seria politica di contrasto alla povertà deve necessariamente partire dalla casa e i costi ad essa connessi. Dopo molti anni di assenza di una politica strutturale per la casa, è necessario promuovere un grande programma di Edilizia Sociale con valenza nazionale sulla base del principio che la casa è il perno di una politica che prevede la sicurezza, l’integrazione e il sostegno delle persone all’interno di una comunità, considerando le politiche abitative come parte integrante delle politiche sociali nell’ambito della cornice della coesione e dell’inclusione sociale

Possiamo quantificare il “disagio abitativo”?
In primo luogo i limiti dell’offerta abitativa italiana messi in luce dalla Commissione Europea nella Relazione 2019 in cui si evidenzia come «Le disparità di reddito e il rischio di povertà sono elevati, con ampie differenze regionali e territoriali. Nel 2017 il 28,9 % della popolazione era a rischio di povertà o di esclusione sociale, una percentuale superiore ai livelli pre-crisi e ben al di sopra della media UE del 2017 (22,4 %). È problematico anche l'accesso a un alloggio adeguato e a prezzi accessibili e l'erogazione di servizi sociali resta insufficiente e frammentata. Gli effetti dei trasferimenti sociali sulla riduzione della povertà e delle disuguaglianze sono tra i più ridotti dell'UE». Inoltre sta profondamente cambiando la diversificazione della domanda che esprime nuovi bisogni e conseguentemente nuovi modelli abitativi. Secondo Eurostat solo il 4% della popolazione italiana ha accesso agli alloggi con un affitto agevolato, quasi un terzo degli inquilini che pagano gli affitti a prezzi di mercato sono stati sovraccaricati dai costi della casa nel 2017 e il tasso di disagio abitativo rimane molto elevato a 11,1 % (rispetto a una media UE del 5,6%).

Tutti questi dati che scenario dipingono?
La contrazione di capacità di impegno economico delle famiglie, peggiorato dall’impoverimento del ceto medio che crea nuclei famigliari che non possono né accedere all’edilizia pubblica né ad un muto, e i cambiamenti sociodemografici in atto hanno una immediata ricaduta sui profili di soluzioni abitative. Si manifesta in maniera rilevante un incremento del mercato della locazione che cresce del 10% dal 2012, nonostante la percentuale del patrimonio abitativo in proprietà in Italia, che dell’80 per cento, rimane molto elevato rispetto ai parametri europei.

Quindi la vostra proposta è pensata per rispondere alla necessità di una forte innovazione dei modelli abitativi nell’offerta di mercato…
Quello che emerge è un bisogno di affitto dovuto sia alla difficoltà di accesso alla proprietà ma anche da una domanda che pone bisogni legati a degli elementi di transitorietà, mobilità e specifiche necessità. Il nostro piano si propone di dare una risposta a questo bisogno

Come?
Il piano si compone di due capitoli. Il primo è il “Piano Nazionale di Edilizia Residenziale Sociale” e il secondo è la “Fiscalità per la Rigenerazione Urbana”. Il primo è un programma edilizio per la locazione a lungo termine a canoni accessibili il secondo invece è l’estensione delle detrazioni per le ristrutturazioni a interventi di rigenerazione urbana

Entriamo nel dettaglio del programma per gli affitti a lungo termine…
Riteniamo si debba promuovere un programma nazionale di edilizia sociale che abbia l’obbiettivo di aumentare il patrimonio di alloggi in locazione a canoni sostenibili. Tali interventi costruttivi sono da vincolare su comuni ad alta tensione abitativa e solo su aree dismesse e di riuso ex industriali anche per promuovere delle vere azioni di rigenerazione in grado di incidere significativamente sul riordino di parti di città , in coerenza con il principio del contenimento del consumo di suolo. Per farlo abbiamo immaginato la realizzazione di 10 mila alloggi da 60 metri quadri circa per un investimento complessivo di 1,5 miliardi di euro di cui 50 milioni di euro all’anno per tutta la durata del mutuo sarebbero un contributo pubblico e i restanti a carico del privato e sostenuti con Debito Bancario. L’esito previsto sarebbe di immettere sul mercato alloggi in affitto con un canone di locazione mensile di 320 euro oltre agli oneri fiscali e di gestione e la creazione di 35mila nuovi posti di lavoro diretti. Naturalmente il soggetto attuatore avrà l’obbligo di locare gli alloggi a soggetti in possesso di determinati requisiti come famiglie numerose, anziani, studenti o scaglioni Isee

E invece la fiscalità per la rigenerazione urbana in cosa consiste?
Riteniamo occorra una nuova politica fiscale incentrata sui temi dell’ambiente e della rigenerazione urbana dove l’uso della leva fiscale risulti strategico per qualsiasi disegno di politica industriale sostenibile. Come è noto la domanda di investimenti nel settore abitativo è notevole anche da un punto di vista dell’adeguamento dello stock esistente: il censimento Istat del 2011 evidenziava già allora che solo il 6,8% delle abitazioni era stato costruito dopo il 2001. L’ENEA-Agenzia Nazionale per le Nuove tecnologie e l’Energia ha stimato che solo tra il 2014 e il 2016 sono stati investiti circa 10 miliardi di euro e che oggi il bisogno è in ulteriore crescita.

Per questo però esistono già le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni cui si aggiungerà sembra anche il Bonus Facciate…
Ed è giusto che esistono e devono continuare ad esserci. La nostra proposta è che questa fiscalità premiante non sia legata solo alla ristrutturazione ma che venga introdotta anche per l’acquisto di unità immobiliare a destinazione residenziale che siano abitazione principale di classe energetica A o B.

Cosa cambierebbe?
In questo modo si incentiverebbero gli acquisti di abitazioni civili, aventi i requisiti prima casa e destinate ad abitazione principale che soddisfano specifici e stringenti requisiti di classe energetica (A o B). In più si promuoverebbe contestualmente il recupero di aree dismesse rendendo più fattibili interventi di sostituzione edilizia nei programmi di rigenerazione urbana. Infine, per i soggetti con redditi medio-bassi, serve prevedere contributi pubblici finalizzati a contenere la rata del mutuo in modo da facilitare l’accesso alla proprietà di case sostenibili energeticamente e sicure.

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