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Riconoscimenti

Duflo, Kremer e Banerjee: nobel di concretezza, competenza e rigore

21 Ottobre Ott 2019 1331 21 ottobre 2019
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Il prestigioso premio del 2019 è andato ai tre studiosi per la lotta alla povertà globale. Sono accomunati da un paziente lavoro sul campo – a tratti quasi artigianale – volto a sperimentare interventi mirati e circoscritti capaci di esprimere un impatto tangibile, valutandone l’efficacia in modo sistematico e rigoroso

Lo avrete già letto e sentito da mille parti, il premio Nobel per l’economia di quest’anno, è un premio triplice: alla concretezza, alla competenza e al rigore.

Mentre le tradizionali e più mediatiche politiche di sviluppo, promosse dai governi e dalle grandi agenzie della cooperazione internazionale, si basavano sui massimi sistemi e su ciclopici investimenti infrastrutturali, a metà degli anni ’90, Abhijit Banerjee (MIT), Ester Duflo (MIT) e Michael Kremer (Harvard) inaugurarono un paziente lavoro sul campo – a tratti quasi artigianale – volto a sperimentare interventi mirati e circoscritti capaci di esprimere un impatto tangibile, valutandone l’efficacia in modo sistematico e rigoroso.

Ed è proprio il mix fra tipologia di interventi (micro e concreti) e loro valutazione (metodica e sistematica) che ha reso davvero speciale questo fronte di ricerca da loro aperto.

Michael Kremer ebbe la prima intuizione. Mosso dal desiderio di contribuire fattivamente all’incremento del livello di istruzione in Kenya (è assodato come l’istruzione sia il combustibile indispensabile per ogni forma di sviluppo, economico ed umano) volle capire, guardando ai dati, quale delle diverse possibili politiche adottabile fosse la più efficace. L’unico modo per fare questo con adeguato rigore, consisteva nel tradurre in un contesto sociale il protocollo di sperimentazione che convenzionalmente si adotta in ambito medico.

Individuò un gruppo ben definito di scuole il più possibile simili e comparabili fra loro (i nostri pazienti) e in modo casuale assegnò loro politiche differenti (le nostre terapie da testare): ad un gruppo fornì libri e materiale didattico addizionale in abbondanza, ad un secondo gruppo di scuole incentivi monetari per le famiglie che avessero mandato i bambini a scuola con regolare frequenza, ad un terzo gruppo furono forniti dei kit per vaccinazioni contro infezioni intestinali.

Dopo un lasso di tempo (il tempo che serve ai principi attivi per esprimere le loro proprietà) si valutano, dati alla mano, i valori medi registrati nei tre diversi gruppi: livello di apprendimento dei bambini (temperatura corporea), numero di assenze (pressione arteriosa), incidenza dell’abbandono scolastico (battito cardiaco) ecc… Questa, in “pillole” (battuta!), è la dinamica metodologica dei randomized controlled trials celebrati da questo Nobel.

In linea di principio, tutte e tre le iniziative messe al vaglio in questo esperimento appaiono lodevoli, ma sul campo l’urgenza esortava a distinguere quelle veramente efficaci da quelle ”carine”.

Da questo esperimento si è imparato come il programma di vaccinazione – sebbene meno romantico – sia più efficace del regalo di meravigliosi libri e quaderni raccolti con tanto pathos nelle nostre feste pre-natalizie: quando sei perennemente malato e le assenze sono la regola, della Treccani in aula ci fai poco.

Discorso simile per gli incentivi monetari alle famiglie: se ti mandano a scuola malato a tutti i costi, sulla Treccani – quando va bene – ci dormi, e – quando va male – l’infezione si propaga a tutta la classe.

Ester Duflo e Abhijit Banerjee (quest’ultimo marito della brillantissima Duflo, non lei la moglie di…) hanno indirizzato i loro sforzi sulla scia di Kremer, conducendo esperimenti sul campo in India cercando di setacciare con rigore gli interventi più concreti ed efficaci per migliorare le condizioni sanitarie, l’educazione di donne e bambini nonché la promozione di attività imprenditoriali radicate direttamente sul territorio. Molti dei rimedi da loro testati, sono frutto di lunghi periodi di osservazione spesi imparando direttamente sul campo, un corpo-a-corpo con gli affanni e i problemi che i poveri affrontano quotidianamente.

Scindendo il grande problema della povertà in molteplici aspetti ben circoscritti (sanità, educazione, produttività ecc…) ed affrontando ognuno di essi con esperimenti accuratamente congegnati e valutati, i nostri premi Nobel hanno contribuito a sbrogliare anche alcuni nodi concettuali. Tradizionalmente gli economisti hanno utilizzato confronti fra Paesi differenti per cercare di misurare quanto, per esempio, diversi livelli di educazione abbiano un impatto sulle capacità delle comunità di generare ricchezza e sviluppo.

Tuttavia, in questo genere di valutazioni si rischia l’errore di confrontare le mele con le pere (ovvero di confrontare l’efficacia di un medicinale somministrato prima a un neonato e poi a un body builder). Gli esperimenti randomizzati condotti sul campo, consentono per loro stessa natura di stabilire nessi causali ben precisi ed offrono informazioni utili a definire anche i canali attraverso i quali gli effetti desiderati si trasmettono e propagano nelle differenti realtà.

L’altro giorno ero alla mia scrivania in università cercando di mettere insieme le idee per una lezione, quando mi è arrivato un messaggino via Skype di un mio collega tedesco “DULFO”. Mi ero completamente dimenticato dell’annuncio dei Nobel. Ma appena ho letto Dulfo, subito la mia mente è andata indietro di 10 anni, quando un mio amico – missionario in una favelas in Brasile per forte volontà – mi scrisse in una mail una frase che mi è sempre rimasta tatuata nella mente «… quella competenza e quel rigore che i poveri meritano». È proprio questo quello che i poveri meritano. Competenza e rigore.


Da cittanuova.it a cura di Tommaso Reggiani

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