America Latina

In Cile le proteste uniscono una società divisa

25 Ottobre Ott 2019 1037 25 ottobre 2019

Come afferma il motto delle manifestazioni di questi giorni, Chile despertó – il Cile si è svegliato. Grazie alle proteste la società cilena si è forse scoperta più coesa di quanto pensasse: oltre alle immagini della violenza e al profondo turbamento generato in ciascuno, i cileni ora condividono l’esperienza della piazza e il sogno collettivo di una società che possa cambiare

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Proteste Cile
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Come afferma il motto delle manifestazioni di questi giorni, Chile despertó – il Cile si è svegliato. Grazie alle proteste la società cilena si è forse scoperta più coesa di quanto pensasse: oltre alle immagini della violenza e al profondo turbamento generato in ciascuno, i cileni ora condividono l’esperienza della piazza e il sogno collettivo di una società che possa cambiare

Santiago, Chile - A una settimana dall’inizio delle manifestazioni che stanno agitando il Cile, le proteste hanno sortito un effetto totalmente inatteso: una società fortemente segregata si sta scoprendo unita, almeno in questi giorni di agitazioni. Il Cile è uno dei paesi dell’Ocse con i più alti livelli di disuguaglianza. Nonostante si tratti della più forte economia latinoamericana, sono in pochi a goderne i benefici – e non solo per la disuguale distribuzione della ricchezza. Santiago, il centro delle proteste di questi giorni, ne è la dimostrazione: le zone più povere faticano ad offrire ai propri abitanti servizi di base come scuole pubbliche, consultori di quartiere e linee di autobus, mentre nelle aree benestanti i residenti hanno a disposizione licei d’élite, cliniche private e autostrade urbane. Una disuguaglianza di opportunità che condiziona la qualità della vita e ha effetti a lungo termine sulle traiettorie di vita di quanti abitano Santiago.

Eppure, come afferma il motto delle manifestazioni di questi giorni, Chile despertó – il Cile si è svegliato. Il primo motivo di risveglio è forse stata l’esperienza condivisa della piazza. La decisione del governo di militarizzare la crisi, mandando l’esercito a reprimere le proteste nascenti senza cercare di comprenderne le ragioni, ha generato la reazione contraria di tutta la popolazione. Le manifestazioni derivanti sono state trattate diversamente in base ai quartieri: con tolleranza e lacrimogeni dopo il coprifuoco nelle aree benestanti, con violenza più immediata nelle zone popolari. La partecipazione della classe alta nelle proteste ha però permesso che si cominciasse a raccontarne le rivendicazioni invece che i pochi episodi violenti.

Il secondo motivo di risveglio è stata la presa di coscienza della disuguaglianza che struttura la società cilena. I servizi di buona qualità sono privati, ma non tutti hanno le risorse per accedervi: chi può cerca di garantire la miglior istruzione possibile per i propri figli o la miglior assistenza sanitaria per i propri familiari, ma spesso per farlo è necessario indebitarsi – tanto che circa tre quarti dei cileni hanno debiti a proprio carico, un fardello non solo finanziario ma anche, in molti casi, psicologico. Molti si sono accorti per la prima volta di questa realtà soltanto nell’ultima settimana: “non pensavo che la disuguaglianza fosse tanta”, ha affermato il presentatore di un programma del mattino, mentre per la prima volta non intervistava i soliti ospiti ma ricercatori universitari che lavorano con le molteplici dimensioni delle disuguaglianze socioeconomiche. E le proteste trasversali di questi giorni hanno fatto pensare che forse tanto la classe alta quanto la classe bassa vivono la stessa precarietà strutturale, che condiziona le vite di entrambe.

Il Cile non è ancora tornato alla normalità. I militari sono ancora per strada, il coprifuoco rimane in vigore (siamo ormai alla sesta notte consecutiva), le normali attività lavorative non hanno ripreso e le riforme promesse dal presidente Piñera per calmare le acque sono ancora promesse. Grazie alle proteste però la società cilena si è forse scoperta più coesa di quanto pensasse: oltre alle immagini della violenza e al profondo turbamento generato in ciascuno, i cileni ora condividono l’esperienza della piazza e il sogno collettivo di una società che possa cambiare. In molti parlano ora di un “nuovo patto sociale”, con cui portare avanti i tanti cambiamenti strutturali di cui il paese ha bisogno, mentre altri temono che l’entusiasmo di questi giorni possa scemare presto. La sfida, soprattutto per le generazioni giovani che hanno avviato le proteste iniziali, sarà rendere permanente il risveglio di un paese che in piazza si è scoperto unito.

*Postdoctoral research fellow, P. Universidad Católica de Chile

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