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Catastrofisti per caso. Carl Frey: «l'allarmismo sull'automazione è stato esagerato»

31 Ottobre Ott 2019 1136 31 ottobre 2019
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A sei anni dalla pubblicazione del Rapporto di Oxford, l'economista Carl Frey confessa che quello studio è stato ampiamente equivocato, che non era affatto intenzione degli autori prevedere la scomparsa della metà dei posti di lavoro oggi esistenti, che nella loro ricerca si parlava in realtà di professioni vulnerabili, non suscettibili di essere eliminate dai processi di automazione e computerizzazione, che la sostituzione del lavoro vivo con macchine automatiche dipende da un certo numero di fattori, quali il costo dell'investimento, le norme di regolazione vigenti, la pressione politica e la resistenza sociale

Pochi mesi fa l'Economist ha intervistato l'economista svedese Carl Benedict Frey, coautore con Michael Osborne di uno dei rapporti più famosi degli ultimi anni ( “An accidental doom-monger”, The Economist, 29 giugno 2019).

Pubblicato nel 2013, lo studio degli accademici dell'Università di Oxford conteneva una statistica secondo cui entro il 2035 il 47% dei posti di lavoro statunitensi sarebbero ad alto rischio di automazione e digitalizzazione. Da allora, quel 47% è stato citato infinite volte. Si può dire che, nel bene o nel male, quella statistica di un'imminente apocalisse occupazionale, sia di professioni manuali che intellettuali/cognitive, ha contribuito non poco a caricare di angoscia l'immaginario collettivo sul futuro del lavoro.

Senonché, a distanza di ben sei anni dalla pubblicazione del Rapporto di Oxford, Carl Frey confessa candidamente all'Economist che quello studio è stato ampiamente equivocato, che non era affatto intenzione degli autori prevedere la scomparsa della metà dei posti di lavoro oggi esistenti, che nella loro ricerca si parlava in realtà di professioni vulnerabili, non suscettibili di essere eliminate dai processi di automazione e computerizzazione, che la sostituzione del lavoro vivo con macchine automatiche dipende da un certo numero di fattori, quali il costo dell'investimento, le norme di regolazione vigenti, la pressione politica e la resistenza sociale.

Tutto vero, ma perché aspettare tutti questi anni per affermare il contrario di quanto percepito dalla lettura del loro Rapporto? Carl Frey ha addirittura scritto un libro, The Technology Trap, in cui, in linea con gli economisti classici, sostiene che le nuove tecnologie, oggi come ieri, finiscono sempre per creare maggiore occupazione.

Certo, bisogna aspettarsi un aumento della disoccupazione e della povertà prima che l'aumento dei posti di lavoro, della produttività e dei salari si manifestino. Se, nella fase di transizione, le resistenze sociali alle nuove tecnologie prevalgono sulle promesse di felicità insite in un mondo computerizzato, allora, dice il Signor Frey, bisogna semmai temere un futuro non con troppi robot, ma con troppo pochi!

Forse, però, è il caso di ricordare che da quando i processi di digitalizzazione e automazione sono oggetto di studio e di implementazione, e cioè da diversi anni ormai (non solo da oggi!), l'occupazione non è affatto diminuita, ma è aumentata.

Sono aumentati i posti di lavoro atipici, precari, temporanei e contingenti, soprattutto sono aumentati i lavori mal pagati. Ed è aumentata, checché se ne dica, anche la produttività, solo che questo aumento non si vede per il semplice fatto che molte attività di servizio digitalizzate (dai pagamenti bancari alle riservazioni di biglietti aerei online, tanto per fare i soliti esempi) sono oggi svolte da noi ma, non lasciando tracce monetarie, non appaiono nelle statistiche del PIL.

Questo, non altro, è il “futuro” del lavoro. Un futuro qui e ora.

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