Arte

Living Grains: a Roma l’arte “sociale” del ghanese Ibrahim Mahama

31 Ottobre Ott 2019 1925 31 ottobre 2019

Dopo aver scioccato Milano coprendo porta Venezia con dei sacchi di juta cuciti fra loro, scuri, grezzi e sfibrati, creando un effetto cupo, sconvolgente e d’impatto. Oggi l’artista ghanese Ibrahim Mahama è ancora in Italia, questa volta a Roma, con un’altra installazione che riprende il discorso portato avanti sull’origine degli oggetti, la storia negata, il colonialismo, lo spostamento di merci e persone, lo sfruttamento e la globalizzazione

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Dopo aver scioccato Milano coprendo porta Venezia con dei sacchi di juta cuciti fra loro, scuri, grezzi e sfibrati, creando un effetto cupo, sconvolgente e d’impatto. Oggi l’artista ghanese Ibrahim Mahama è ancora in Italia, questa volta a Roma, con un’altra installazione che riprende il discorso portato avanti sull’origine degli oggetti, la storia negata, il colonialismo, lo spostamento di merci e persone, lo sfruttamento e la globalizzazione

Ad aprile di quest’anno aveva scioccato Milano coprendo l’intera superficie di porta Venezia con dei sacchi di juta cuciti fra loro, scuri, grezzi e sfibrati, creando un effetto cupo, sconvolgente e d’impatto. Oggi l’artista ghanese Ibrahim Mahama è ancora in Italia, questa volta a Roma, con un’altra installazione che riprende il discorso portato avanti sull’origine degli oggetti, la storia negata, il colonialismo, lo spostamento di merci e persone, lo sfruttamento e la globalizzazione. Si chiama Living Grains e, promossa dalla Fondazione Giuliani, è visitabile fino al 21 dicembre presso la sede della Fondazione, nel quartiere romano di Testaccio. Composta da tre momenti distinti ma legati fra loro, anche questa mostra si focalizza sul materiale e il tragitto di merci e persone nella società globalizzata e capitalista, rappresentando l’indagine della memoria e del declino della storia, i frammenti culturali, lo scarto e la trasformazione futura di oggetti raccolti dall’ambiente urbano.

Qui però, l’oggetto in questione non è più il sacco di juta – importato nel Ghana per trasportare i chicchi di cacao e poi riutilizzato – ma la macchina da cucire. Nella sala principale un’imponente installazione di quasi 200 macchine da cucire in disuso, raccolte dalle discariche grazie a una rete di collaboratori, sono assemblate insieme in un’installazione su grande scala dall’effetto geometrico e alienante. “Queste macchine, legate in maniera intrinseca alla moda e all’industria tessile, simboleggiano metaforicamente un contesto dove l’industria, e ogni ambito ad essa correlato, ignora completamente il processo di decadimento dell’oggetto”. Da qui il titolo: “Capital Corpses I”. Di tanto in tanto le macchine si animano, producendo per qualche istante il rumore assordante tipico della fabbrica.


Il suono è infatti una componente fondamentale e spesso trascurata dell’oggetto, che l’artista sottolinea anche nei due film in mostra. Il primo, Parliament of Ghosts, ritrae i lavoratori del mercato Agbogbloshie di Accra, la più grande discarica di rifiuti al mondo, mentre rimodellano incessantemente oggetti di latta, legno e acciaio, caduti in disuso con il progresso. Le scene di questo lavoro disumano sono accompagnate da una voce fuoricampo: si tratta delle registrazioni dei dibattiti nel Parlamento ghanese degli anni ’50 in cui “l’urgenza di valorizzare le capacità e il potenziale dei giovani ghanesi viene enfatizzata con un’ironia che risulta allo stesso tempo possibile e tragica”. Il secondo è invece un film in realtà virtuale – fruibile grazie ad un visore 3d – intitolato “Promises of hanging living men have no dead weight”, in cui lo spettatore è immerso nelle dinamiche di edifici in stato di degrado, silos abbandonati e altri scenari architettonici.


Maps of the Gold Coast” è infine il titolo della terza parte della mostra: un gruppo di mappe del 1920-1950 oggi obsolete, prodotte durante il periodo coloniale in Ghana. Vi si trovano le ricerche eseguite dagli inglesi durante la costruzione della ferrovia (ora quasi interamente in disuso) realizzata per il trasporto di merci e minerali, sulle quali Mahama è intervenuto con dei disegni. Dietro si cela anche il viaggio degli esseri umani, di tutte quelle persone che lavorano alla produzione di ogni oggetto, che si spostano per inseguire il lavoro, ma che spesso vengono dimenticate. Ed ecco che le mappe sono qui affiancate da una serie di fotografie che ritraggono l’avanbraccio di alcune donne provenienti da paesini del nord Ghana, vicini a dove Mahama è cresciuto. Partite per trovare lavoro come operaie nella capitale Accra, le donne si tatuano le braccia con i loro nomi e i contatti dei loro cari, nel caso venissero uccise o ferite durante uno dei numerosi incidenti stradali o in cantiere.


Nato nel 1987 a Tamale, in Ghana, Mahama è un artista riconosciuto in tutto il mondo e quest’anno è stato tra gli artisti a rappresentare il suo Paese nel primo padiglione ghanese alla 58esima edizione della Biennale di Venezia. L’intenzione dell’artista, però, è soprattutto di investire nella propria comunità: sempre quest’anno ha fondato nella sua città natale il Savannah Centre for Contemporary Arts (SCCA), un centro artistico che comprende spazi espositivi, un centro di ricerca e le residenze degli artisti.

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