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Quando le suore ci facevano pregare: la voce dei genitori nei percorsi di tutela minori

31 Ottobre Ott 2019 1317 31 ottobre 2019
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«Veniamo dal Marocco, a me non dava fastidio ma è stato un palese non ascolto dei desideri dei miei genitori per noi figli», ha raccontato Leila. Prassi partecipative nei percorsi di tutela minori invece sono possibili ed efficaci, per quanto "controintuitive", come dimostra l'esperienza di La Casa davanti al sole. Legacoop in un convegno porta l'attenzione sulle eccellenze del sistema di accoglienza e supporto ai minori fuori famiglia

Leila per un certo periodo della sua vita è stata in comunità, insieme a suo fratello. Ne hanno girate tre diverse. La prima, ricorda, era gestita da suore: «partecipavamo a tutte le funzioni religiose, per due anni e mezzo. Io avevo sette anni, non mi dava fastidio, ma i miei genitori (quelli di Leila arrivano dal Marocco, ndr) non ne erano felici. E stato un palese non ascolto dei loro desideri per noi figli», ricorda. Quando sono arrivati al Roccolo – una comunità di accoglienza familiare nel varesotto, della cooperativa La casa davanti al sole – è stato immediatamente differente: «I miei genitori hanno avuto la possibilità di vedere la casa e la mia stanza prima che io andassi in comunità. È cominciato un percorso diverso, i miei genitori si sono sentiti protagonisti, mia mamma ha partecipato ai gruppi di auto mutuo aiuto e ne è stata felice, hanno espresso il desiderio che io imparassi l’arabo. Poi io non ho voluto, ma quella è un’altra storia».

Quella di Leila è una delle esperienze portate ieri a Milano nell’ambito dell’incontro pubblico “Prassi partecipative per la qualità del lavoro nella tutela minori” organizzato da Legacoop Lombardia alla Casa dei Diritti, con la partecipazione di assistenti sociali, cooperatori sociali, assessori alle politiche sociali, rappresentati delle istituzioni, genitori e figli. Al centro della mattinata c’è stata la partecipazione come strumento metodologico per l’attuazione di percorsi più efficaci e condivisi all’interno della tutela minorile, che si tratti di affido o di accoglienza in comunità.

Da sinistra: Roberto Molinari, assessore ai servizi sociali del Comune di Varese; Valentina Calcaterra, ricercatrice dell'Università Cattolica; Attilio Dadda, presidente Legacoop Lombardia; Sara De Carli, giornalista di Vita; Giammatteo Secchi, La casa davanti al sole

La casa davanti al sole è una cooperativa attiva nella provincia di Varese che ha alle spalle almeno trent’anni di esperienza di prassi partecipative, raccolte recentemente nel volume “Tutela minorile e processi partecipativi” (Franco Angeli) e corroborate nelle loro evidenze da una ricerca qualitativa condotta da Valentina Calcaterra, dell’Università Cattolica di Milano.

Una tutela minori partecipata, con prassi operative e atteggiamenti diversi dal “noi” e “voi” - noi operatori che sappiamo, proponiamo, risolviamo e voi genitori, che eseguite – è possibile. «Non è l’unico modello possibile, ma certamente è un modello che riteniamo utile promuovere e fare conoscere, perché impatta fortemente sulla qualità dei percorsi», ha evidenziato Attilio Dadda, presidente di Legacoop Lombardia, una rete di realtà che seguono sul territorio 1.500 minori e 1.200 famiglie. Giammatteo Secchi, esperto di progettazione di comunità, formatore, che da trent’anni vive e fa parte di una casa famiglia de La casa davanti al sole, ha spiegato come «gli interventi partecipativi sono possibili in tutti i diversi momenti della tutela, dalla fase precedente la segnalazione fino al procedimento avviato, dalla emissione del decreto giudiziario fino all'eventuale decisione dell'allontanamento del bambino/ragazzo. Il codice deontologico come le leggi ci dicono che il nostro compito è attivare tutte le risorse della famiglia, pur nelle fragilità che essa presenta». Sapendo però che per costruire buoni progetti tra operatori e famiglie bisogna prima liberarsi di due pregiudizi: «quello di molti genitori che si considerano “proprietari” dei propri figli e non accettano di mettersi in discussione e quello di operatori sociali che hanno posto al centro del proprio intervento la dimensione del controllo e della ingiunzione, per cui l’operatore – che giustamente sente la responsabilità di dover agire a tutela del fanciullo - concretizza la propria azione in interventi proposti in maniera unilaterale, dimenticando a volte che il bene del fanciullo passa attraverso il bene della sua famiglia», ha detto Secchi. Come

D’altronde, come ha evidenziato Valentina Calcaterra, assistente sociale e docente di Metodologia del servizio sociale in Cattolica, quella della partecipazione «è una metodologia che in teoria ci trova tutti concordi, ma nella pratica è controintuitiva. Ad esempio, dinanzi a un genitore poco collaborativo, nella pratica tendiamo a dire “lavoriamo con chi ci sta, a lui penseremo dopo”. In realtà tutte le ricerche dicono che proprio quel genitore va tenuto dentro il più possibile». Lo ha raccontato ad esempio Sefora, mamma affidataria: «Il papà della bambina ha messo in atto atteggiamenti quasi persecutori nei nostri confronti, benché fin dall’inizio il progetto fosse partito come “affido partecipato”. Per un certo periodo il papà non ha partecipato agli incontri settimanali. Sono stati bravi gli operatori a ricucire».

I partecipanti all'incontro del 30 ottobre alla Casa dei Diritti di Milano

Tre le domande, per Secchi, che ci possono guidare per capire la differenza di approccio: come mi pongo, cosa osservo, cosa faccio. Mi pongo come risolutore tecnico, colui che sa ed eroga servizi o come facilitatore di processi evolutivi? Osservo la situazione del momento, come per scattare una foto (e questo significa evidenziare le criticità attuali) o ho un approccio più “cinematografico”, in movimento, che tiene insieme il passato, il presente e il futuro? Ho un approccio che dice “io dico, tu fai” o con i genitori condividiamo le preoccupazioni? In sostanza, «lavoro con le persone o sulle persone?», sintetizza Secchi. Perché «lavorando sul campo sentiamo spesso gli operatori sociali manifestare il desiderio che le famiglie siano più collaborative, ma purtroppo approfondendo si capisce che questo si traduce semplicemente nel desiderare famiglie più disponibili ad aderire al progetto elaborato dai servizi».

Un approccio partecipativo invece – ha esemplificato la dottoressa Calcaterra, evidenziando i punti salienti emersi dalla ricerca qualitativa che ha coinvolto famiglie, operatori delle comunità e dei servizi sociali – è fatto di genitori che accompagnano i figli in comunità, quasi affidandoli ad essa, che sono coinvolti nella stesura del progetto educativo e nell’individuare gli obiettivi educativi dei figli, che partecipano ai colloqui con i docenti insieme agli educatori…

«Costruire insieme il progetto e condividerlo è diverso che aderire a un progetto calato dall’alto. In questo modo i percorsi sono più efficaci, durano meno, si liberano anche risorse», ha concluso Secchi. Per Dayana ad esempio è stato così: accolta a La Casa davanti al sole da ragazzina, insieme a sua figlia, quando ha compiuto 18 anni è uscita per costruire le condizioni di una vita autonoma, lasciando per un anno sua figlia in comunità. «Mi sono sentita sempre coinvolta e supportata. Sono bastati pochi mesi e sono riuscita a riprendere mia figlia con me».

Foto di Alberto Scandalitta

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