Sardine Piazza Grande
Commento

Analisi del nuovo movimento: le “sardine” sapranno durare?

21 Novembre Nov 2019 1019 21 novembre 2019
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Uno scienziato della politica si interroga sulla nuova mobilitazione nelle piazze italiane inserendola in una sorta di mobilitazione globale che porta in piazza milioni di persone in Cile, Beirut, Hong Kong, Parigi. E si chiede perché tanti nuovi movimenti non riescono a durare e a vincere. Sarà così anche per le “sardine”?

Dopo Bologna, le piazze sono piene a Modena come in una dozzina di città italiane dove è annunciata la presenza di Matteo Salvini: tutto grazie alle “sardine” inventate da quattro giovani bolognesi che nel giro di una settimana sono passati dall’anonimato alla celebrità riempiendo Piazza Maggiore, una cosa che nessun altro partito, sindacato o associazione sarebbe riuscito a fare, men che meno i sei giorni e con il solo passaparola.

Dopo aver reso omaggio alla loro creatività (qualcuno dia loro una laurea Honoris Causa in Comunicazione Politica, grazie) dobbiamo però guardare al contesto. Se vogliamo capire meglio il loro successo occorre ricordare che a Beirut come a Santiago del Cile ci sono manifestazioni di massa autorganizzate da un mese. I giovani francesi si scontrano con la polizia esattamente come i loro coetanei a Hong Kong, sempre più radicali. Non dimentichiamo, inoltre, che pochi mesi fa manifestazioni popolari hanno costretto il presidente del Sudan Omar al-Bashir a lasciare il potere, mentre mobilitazioni analoghe in Algeria hanno posto fine al regime di Abdelaziz Bouteflika. Questi movimenti hanno obiettivi diversi ma anche alcune caratteristiche simili, per esempio il fatto di essere nati in brevissimo tempo e di aver sfruttato al meglio le possibilità di comunicazione e coordinamento offerte dai social media, come le “sardine” bolognesi.

Nel suo libro Twitter and Tear Gas, Zeynep Tufekci, una sociologa della University of North Carolina, sottolinea che in piazza Tahrir al Cairo, nel 2011, la gestione di tutte le forniture mediche (quanto mai necessarie, data la violenza della repressione governativa) era assicurata da soli quattro volontari, due dei quali non erano neppure in Egitto: usavano Twitter e Google.doc. La soluzione di innumerevoli problemi pratici, che per movimenti privi di connessioni online avrebbe richiesto il lavoro di centinaia di persone per settimane o mesi, diventava possibile in tempo reale.

Il punto che qui ci interessa è il fatto che il paziente lavoro di organizzazione dei “vecchi” movimenti portava con sé una capacità di agire politicamente nelle fasi successive a quelle iniziali, e per lunghi periodi, come avvenne per il movimento dei Diritti civili negli Stati Uniti. Al contrario, questi nuovi movimenti trovano difficile cambiare tattica e obiettivi secondo le necessità del momento perché mancano sia della cultura che delle infrastrutture per prendere decisioni collettive.

In tutti i casi che abbiamo citato, i partecipanti hanno adottato forme di decisione assembleari e rifiutano di avere leader riconosciuti o portavoce e rappresentanti che possano negoziare con le autorità sulle richieste che hanno scatenato la protesta, come la corruzione in Libano o l’aumento del prezzo dei trasporti pubblici in Cile. Questo sicuramente favorisce la partecipazione di cittadini in precedenza estranei alla politica, oltre che di persone molto eterogenee come condizione sociale, formazione culturale, fede religiosa.

Nello stesso tempo, però, l’incapacità di muoversi tatticamente di fronte alla reazione delle autorità si dimostra un ostacolo molto difficile da superare: non sappiamo come finirà a Hong Kong ma, negli anni scorsi, l’unico successo dei grandi movimenti di piazza fu quello del Cairo dove i militanti, aiutati da una rete di sindacati e dall’intensa ed efficace copertura della rete televisiva Al Jazeera, riuscirono a far dimettere Hosni Mubarak, ma non a continuare la propria azione e a consolidare l’effimero momento democratico che l’Egitto stava vivendo. Gli altri movimenti furono sconfitti abbastanza rapidamente con l’eccezione della Tunisia, mentre in Francia i “gilet gialli”, dopo aver bloccato un anno fa l’aumento del prezzo dei carburanti voluto da Macron sembrano aver esaurito la loro spinta e la repressione è durissima: ancora ieri un giovane ha perso l’occhio sinistro a causa di una granata lacrimogena.

In Italia oggi le “sardine” sono senza dubbio il movimento più interessante, ma sapranno durare? Sapranno dimostrare la capacità di contenere l’egemonia politica e culturale della destra fascistoide cresciuta negli ultimi 18 mesi con Salvini?

*Docente di Scienze politiche presso l'Università di Padova e autore del recentissimo “Democrazie a rischio. La produzione sociale dell'ignoranza” (Pearson)