Immigrazione

Africa e diaspore africane in Italia: un destino legato a doppio filo

2 Dicembre Dic 2019 1032 02 dicembre 2019

La Federazione delle Diaspore Africane in Italia (Fedai) festeggia il suo primo anno, ad oggi conta 18 associazioni, dalla Guinea a Capoverde, dal Burundi all’Etiopia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e non solo. Nell'occasione il convegno, “Il futuro ci invita a camminare insieme”

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La Federazione delle Diaspore Africane in Italia (Fedai) festeggia il suo primo anno, ad oggi conta 18 associazioni, dalla Guinea a Capoverde, dal Burundi all’Etiopia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e non solo. Nell'occasione il convegno, “Il futuro ci invita a camminare insieme”

“Il futuro ci invita a camminare insieme”. Ne sono convinte le associazioni riunite nella Federazione delle Diaspore Africane in Italia (Fedai) che sabato 30 novembre a Roma hanno festeggiato il primo anno di vita e la registrazione ufficiale di questa nuova realtà, con la nascita dello Statuto. Il fine: favorire una migliore integrazione e convivenza sociale, rafforzare le istanze promosse dalle associazioni e dalle comunità aderenti così come il proprio ruolo di collegamento tra l'Italia e i Paesi di origine. E proprio al futuro dell’Africa hanno dedicato un incontro in cui le varie comunità si sono confrontate, riflettendo insieme sulla travagliata storia del continente, su immigrazione, sviluppo, cooperazione, e sul ruolo delle diaspore stesse che fino ad oggi hanno faticato, soprattutto qui in Italia, a far sentire la propria voce.

“Eppure siamo un ponte tra le culture, vero motore di sviluppo anche grazie alle nostre rimesse, che ormai da anni superano il volume degli aiuti pubblici allo sviluppo italiani” spiega Godwin Chukwu, nigeriano di origine, da oltre 30 anni in Italia. Chukwu è anche presidente della Federazione che ad oggi conta 18 associazioni, ma che mira ad allargarsi: dalla Guinea a Capoverde, dal Burundi all’Etiopia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e non solo.

Paesi diversi, ognuno con le proprie problematiche e punti di forza: eppure nell’immaginario degli italiani – politici compresi – l’Africa resta ancora un tutt’uno compatto, un continente che ci si ostina a vedere come povero e sottosviluppato, dimenticando che le capitali – e le popolazioni – crescono a ritmi vertiginosi, all’ombra di potenze come Cina, Russia e Giappone che cercano di espandere la propria influenza economica. “Siamo forse entrati nella seconda fase dello ‘Scrumble for Africa’, la corsa disordinata per l’accaparramento delle immense risorse e ricchezze del continente africano – continua Chukwu – questi Paesi portano soldi, idee, progetti, eppure noi africani continuiamo a restare muti”. E’ qui che il futuro si fa di nuovo preoccupante. “Di che genere di sviluppo si sta parlando? E dove potranno tornare i nostri figli se ormai avremo venduto tutte le nostre terre?” si chiedono le diaspore.


Succede che, più che tornare, i figli continuano a lasciare le proprie case e i propri Paesi di origine: e sono proprio le risorse migliori, la forza lavoro giovane e forte che affronta viaggi d’inferno per raggiungere un nord del mondo che non sa come gestire questo fenomeno ormai strutturale. L’ultima trovata è quella di bloccarli prima della partenza, quell’esternalizzazione delle frontiere travestita da “sviluppo”, con cui l’Europa ha privato i giovani africani della libertà di movimento anche all’interno del loro stesso continente. “Senza libertà di movimento non si cresce” ha ribadito lo storico ed esperto di Africa, Alessandro Triulzi, intervenuto anche lui all'incontro. Sottolineando il doppio filo che lega le diaspore al destino dell’Africa così come a quello del Paese che li ospita.


“In Italia non ci occupiamo solo di mandare soldi all’estero – conferma Marian Mohamed Hassan, attivista e mediatrice linguistica culturale di origine somala – ci dedichiamo anche ai profughi, cerchiamo di tenerli fuori dalla malavita e di creare loro dei contatti, un lavoro che svolgiamo in silenzio e che nessuno ci riconosce. Ma lo facciamo, perché purtroppo in Italia l’accoglienza si gestisce ancora con l’emergenza”. Finita l’emergenza, loro sono ancora lì, sempre più emarginati e impoveriti, discriminati anche nel lavoro: “Esiste una sorta di gerarchia delle retribuzioni per cui gli immigrati africani stanno al gradino più basso – ha spiegato Francesco Carchedi, sociologo, docente universitario ed esperto dei processi migratori – Secondo i dati del Ministero del Lavoro subiscono un divario retributivo, per la stessa prestazione di lavoro, di 3-400 euro. Questo ha effetti anche sulle rimesse, che vanno così a ridursi”.

Carchedi cita anche il mancato riconoscimento dei titoli di studio – “la maggioranza crede, a torto, che gli immigrati africani siano una massa di ignoranti” –, così come il “meccanismo perverso” della norma che correla il contratto di lavoro al permesso di soggiorno. Da qui, la necessità di ribaltare slogan facili come ‘aiutiamoli a casa loro’: “Dobbiamo semmai aiutarli a casa nostra, con politiche attive in questo senso. Perché un pezzo dello sviluppo dell'Africa parte anche dall'Italia”.


La Fedai lamenta però la mancanza di strumenti, il difficilissimo accesso ai fondi della cooperazione, la poca attenzione da parte delle istituzioni verso i consigli preziosi che le diaspore africane, con le loro conoscenze e professionalità, possono offrire. Questo nonostante pochi giorni fa la Vice Ministra Emanuela Del Re, durante l’apertura dei lavori dell’Italia Africa Business Week a Milano, abbia sottolineato l’impatto e il contributo delle diaspore a livello economico, sociale, culturale e politico. Per le diaspore africane è tempo che dalle parole si passi ai fatti, con la Federazione come strumento capace di facilitare il dialogo, l’incontro e le relazioni reciproche.

(Nella foto: Michele Vollaro, Mukuna Samulomba, Catherine Iheme, Alessandro Triulzi)

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