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Le Ong a Lamorgese: "Diritto internazionale unico codice di condotta possibile"

5 Dicembre Dic 2019 1736 05 dicembre 2019
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Rispetto alle ripetute anticipazioni del Ministro dell’Interno su un nuovo regolamento per le organizzazioni in mare, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch riaffermano tramite un comunicato congiunto che il diritto internazionale è l’unico “Codice di Condotta” possibile, già in vigore e del tutto sufficiente

A tre mesi dall’insediamento del nuovo governo, le organizzazioni impegnate in attività di ricerca e soccorso in mare si rivolgono alle autorità italiane e in particolare alla Ministra dell’Interno Lamorgese per ribadire l’urgenza di ripristinare il diritto internazionale nel Mediterraneo centrale e affrontare il drammatico impatto umanitario delle politiche in corso. Le organizzazioni si dicono inoltre disponibili a continuare un dialogo con l’obiettivo comune di salvare vite in mare, ma non se l’unica azione in discussione è il controllo delle navi umanitarie, che non sono il problema ma parte della soluzione.

Rispetto alle ripetute anticipazioni del Ministro dell’Interno su un nuovo regolamento per le organizzazioni in mare, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms e Sea Watch riaffermano che il diritto internazionale è l’unico “Codice di Condotta” possibile, già in vigore e del tutto sufficiente. Deve urgentemente essere messo al centro di ogni decisione in materia di ricerca e soccorso affinché venga rispettato da tutti gli attori coinvolti, a partire da quelli istituzionali, come è sempre stato fatto dalle organizzazioni in mare in ogni operazione di salvataggio.

“Apprezziamo i passi avanti in termini di dialogo e coordinamento europeo, ma servono soluzioni reali. Concentrare l’attenzione sulle navi umanitarie, che hanno sempre rispettato le leggi del mare e rappresentano una minima parte degli arrivi, non è che una distrazione dal problema. L’obiettivo comune deve essere fermare morti e sofferenze, secondo gli obblighi del diritto internazionale che tutti, a partire dagli Stati, devono rispettare” dichiarano le organizzazioni. “Nessun essere umano dovrebbe rischiare la vita affidandosi a reti criminali per fuggire da persecuzioni e violenze. Saremmo felici di non dovere più svolgere il nostro lavoro umanitario in mare, ma continueremo a farlo finché sarà necessario”.

Il primo punto sollevato dalle organizzazioni è la necessità di assicurare un efficace coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso, che preveda un meccanismo di sbarco coordinato a livello europeo in grado di garantire la tempestiva indicazione di un vicino porto sicuro e la ricostituzione di una capacità di ricerca e soccorso governativa con l’impegno di risorse dall’Italia e da tutti gli Stati membri. Le organizzazioni chiedono anche l’interruzione del supporto fornito alle autorità libiche, con cui il governo italiano ha rinnovato un Memorandum di Intesa che ha come conseguenza diretta l’intercettazione in mare di migliaia di persone in fuga che vengono riportate sistematicamente in un paese in guerra e nelle disumane condizioni dei centri di detenzione, in violazione del diritto internazionale.

Infine ribadiscono l’urgenza di una drastica modifica dei decreti sicurezza, ancora in vigore con tutte le loro conseguenze – compresi i sequestri amministrativi che trattengono in porto quattro navi, che peraltro il governo avrebbe il potere di liberare immediatamente facendole tornare a salvare vite – e di superare una volta per tutte l’approccio criminalizzante, smentito da tutte le indagini giudiziarie avviate, del lavoro delle organizzazioni non governative in mare.

Nonostante la riapertura del dialogo con le organizzazioni, i soccorsi delle navi umanitarie sono ancora soggetti a incertezze e sospetto, mentre la concessione del porto di sbarco resta condizionata ad accordi per la redistribuzione negoziati caso per caso, peraltro in una stagione che rende la permanenza in mare ancora più penosa per la salute e la sicurezza dei naufraghi e degli equipaggi. Intanto i naufragi continuano: almeno 743 persone sono morte quest’anno nel Mediterraneo centrale, migliaia sono state intercettate e riportate in Libia.