Beteya
Integrazione

Beteyà, la moda che veste di accoglienza e legalità

5 Febbraio Feb 2020 0900 05 febbraio 2020
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In occasione della festa di Sant’Agata a Catania, dei giovani migranti che fanno parte del progetto Betaya insieme a ragazzi siciliani, hanno mostrato i loro capi di abbigliamento realizzati in beni confiscati alla mafia e che oggi sono diventati atelier

Capi di abbigliamento realizzati da ragazzi siciliani e migranti sono stati donati dai protagonisti della start-up Beteyà al parroco della Cattedrale di Catania, monsignor Barbaro Scionti, in occasione dei festeggiamenti di Sant’Agata, la terza festa religiosa al mondo che ogni anno porta nelle vie di Catania oltre un milione di persone tra devoti e turisti.

Un gesto quello avvenuto qualche giorno prima dell’inizio delle festività agatine che racconta una storia di accoglienza e di integrazione sotto il segno della legalità. La start-up di abbigliamento nasce grazie al riutilizzo e al recupero di beni confiscati alla mafia e oggi dà lavoro a giovani siciliani e migranti che hanno terminato il percorso di accoglienza vedendo all’attivo due atelier nella centralissima via Etnea di Catania e a Piazza Armerina in provincia di Enna.

Il progetto nasce nel 2017 quando un network di partner dell’entroterra siciliano che vede come capofila l’associazione Don Bosco 2000, il D.A.S. Società Cooperativa, Confcooperative Sicilia, il comune di Villarosa e l’associazione culturale Villarosa propone il progetto “Sud-Arte&Design” per il bando “Beni Confiscati 2016” di Fondazione con il Sud.

Il progetto vede per ogni capo venduto, una quota di €1,33 destinata ai progetti che l’associazione Don Bosco 2000 sta realizzando in Senegal e in Gambia, creando opportunità di sviluppo sostenibile in grado di dare un’alternativa alla migrazione forzata di tanti giovani africani. Il resto dei proventi serve invece a sostenere l’attività del brand.

«Di fronte al clima di odio che viene creato ad hoc come forma di strumentalizzazione politica, le motivazioni alla base di Beteyà sono ancora più forti per l’associazione. La strategia complessiva del progetto è quella di mettere insieme capitali umani diversi (migranti e italiani) per la realizzazione e la vendita di un prodotto che rappresenta la sintesi tra due diversità culturali come quella africana e quella europea. In questo contesto, attraverso una fase compatta di formazione tra giovani al di sotto dei 29 anni siciliani e migranti (con buon livello di scolarizzazione) si son messe in atto una serie di dinamiche già sperimentate per far diventare la diversità tra le risorse umane una ricchezza e non un limite», spiega Cinzia Vella, coordinatrice del centro di Catania dell’associazione Don Bosco 2000 e responsabile del progetto Beteyà.

Il budget totale del progetto ammonta a €640.000, con un contributo chiesto alla Fondazione con il Sud di €500.00, mentre la restante quota è finanziata prevalentemente dall’associazione Don Bosco 2000, con il sostegno di altri partner territoriali.

«Attualmente sono ben 8 i giovani che lavorano direttamente nel progetto, scelti tra un gruppo di 29 giovani inoccupati (tra siciliani e migranti), ai quali è stata fornita una formazione generale e specifica sul tema della gestione aziendale e delle strategie di marketing. Il team di Beteyà comprende gli addetti alla produzione nell’atelier, l’ufficio grafico e del marketing, gli addetti alla vendita. A ciò si aggiungono anche altri giovani che stanno procedendo con la formazione in affiancamento ai lavoratori del team Beteyà», conclude Cinzia Vella.

Un esempio concreto di come partendo dal principio di legalità si possano sposare progetti di accoglienza, integrazione e al tempo stesso di sviluppo di un territorio.