Rula Jebreal Sanremo 2020
Sanremo 2020

Rula Jebreal, perché era necessario parlare di abusi e violenza sul palco dell’Ariston

5 Febbraio Feb 2020 1156 05 febbraio 2020
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Se vi state chiedendo se la prima serata della kermesse musicale fosse il posto giusto per parlare di violenza, stupri, abusi e femminicidi, la risposta è sì. «Se l’informazione classica non è in grado di parlare di queste tragedie senza cadere in continui stereotipi il monologo di Rula Jebreal è stato importante», dice la femminista e scrittrice Lea Melandri. «C’è un silenzio da parte della cultura del maschio che è come una cancellazione vergognosa. Recuperiamo una coscienza collettiva. La vera domanda che dobbiamo farci è: “Perché gli uomini in quanto uomini uccidono le donne in quanto donne?”»

Se non avete ancora avuto modo di ascoltare il discorso che la giornalista Rula Jebreal ha fatto sul palco dell’Ariston durante la prima serata delle kermesse musicale, fatelo. Se vi state chiedendo se quello fosse il posto giusto per parlare di violenza, stupri, abusi e femminicidi, la risposta è sì, lo era. «Perché», spiega la femminista e scrittrice Lea Melandri, «se l’informazione classica non è in grado di parlare di queste tragedie senza cadere in continui stereotipi allora il gesto di Rula Jebreal è da apprezzare. Ma è grazie al femminismo – parola ancora impronunciabile – che oggi si arriva a parlare in prima serata e ad un grande pubblico – della violenza sulle donne».

Violenza che oggi vediamo nelle sue forme più selvagge. Lea Melandri ieri con una delegazione di donne si trovava all’esterno del teatro Ariston per manifestare: «Non contro Sanremo», dice, «ma contro la Rai che, come la maggioranza di chi fa informazione oggi in Italia, continua a raccontare gli omicidi delle donne come un caso patologico di un singolo. Senza invece farsi la domanda vera: “Perché gli uomini in quanto uomini uccidono le donne in quanto donne?”. Oggi ancora di più perché si manifesta ancora più potente davanti alla libertà femminile. Ho apprezzato il racconto di Rula Jebreal, è stato di grande intensità e quello che mi ha fatto piacere è che sono state usate le parole del femminismo».

E le parole del femminismo sanno di verità. «In Italia», spiega Rula Jebreal nel suo monologo, «i numeri sono spietati. Negli ultimi tre anni sono tre milioni e 150mila le donne che hanno subito violenze sessuali nei posti di lavoro. Negli ultimi due anni 88 donne al giorno hanno subito abusi o violenze, in media ogni 15 minuti. Ogni tre giorni è stata uccisa una donna. Sei donne solo la scorsa settimana e nell’80% dei casi il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Mia madre si è suicidata dandosi fuoco ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi. Era stato il luogo della sua tortura. Mia madre Nadia fu brutalizzata e stuprata due volte: a 13 anni da un uomo e poi da un sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare perché le ferite sanguinano molto di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei mentre le fiamme divoravano il suo corpo, aveva le chiavi di casa. Sono stata scelta per celebrare la musica e le donne. Ma soprattutto per parlare davvero delle cose di cui serve parlare. Il senso di tutto sta nelle domande giuste. Che non si chieda mai più a una donna che è stata stuprata com’era vestita. Mia madre Nadia ha avuto paura di quella domanda e cosi tante donne. Noi non vogliamo più essere vittime, quote, accessori. Per farlo dobbiamo lottare, urlare da ogni palco, anche quando ci diranno che non è opportuno. Io sono diventata la donna che sono grazie a mia madre e a mia figlia. Tutte noi abbiamo una mamma, una collega, una sorella, una vicina, e uomini per bene. Lasciateci essere quello che vogliamo: madre di dieci figli o madre di nessuno, casalinghe o in carriera. Indignatevi insieme a noi quando qualcuno ci chiede “lei cosa ha fatto per meritare quello che le è accaduto”».

In questo Paese il femminismo è messo sotto silenzio: «C’è un silenzio», spiega Melandri, «da parte della cultura del maschio che è come una cancellazione vergognosa. Spero che la coscienza di qualcuno si sia smossa. Ma servono mille e mille interventi così e soprattutto serve un passaggio da mobilitazione individuale a collettiva. È necessaria perché non si può passare sopra a questi dati allarmanti. È una questione di massima emergenza e tanto più cresce la libertà che vogliono le donne tanto più aumemta la violenza contro di loro».

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