#lacasapossibile

Politiche sulla casa, governo dove sei?

11 Febbraio Feb 2020 0937 11 febbraio 2020

«Non possiamo ancora parlare di emergenza casa, ma se non mettiamo testa a una politica dell’abitare presto correremo rischi sociali. I segnali ci sono già. Le coop? Un po’ di autocritica è necessaria». Intervista al neo presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane Settore Abitanti e numero uno di Confcooperative Habitat, Alessandro Maggioni

  • ...
Tierra Mallorca Casa Chiavi Unsplash
  • ...

«Non possiamo ancora parlare di emergenza casa, ma se non mettiamo testa a una politica dell’abitare presto correremo rischi sociali. I segnali ci sono già. Le coop? Un po’ di autocritica è necessaria». Intervista al neo presidente dell’Alleanza delle cooperative italiane Settore Abitanti e numero uno di Confcooperative Habitat, Alessandro Maggioni

Alessandro Maggioni da numero uno di Confcooperative Habitat (il ramo di Confcoop che riunisce le cooperative edilizie di abitazione: 1.115 enti aderenti, 71.500 soci, 355 milioni di euro di fatturato aggregato, oltre 4mila alloggi assegnati in proprietà nel 2018) il 3 febbraio ha raccolto da Rossana Zaccaria (presidente di Legacoop Abitanti) il testimone di presidente dell’ dell’Alleanza delle cooperative italiane Settore Abitanti.Maggioni nelle scorse settimana ha duramente criticato il Governo che dopo aver annunciato in pompa magna col ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli il lancio di un piano casa ribattezzato Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare”, ha stanziato per l’anno in corso la miseria di 12,8 milioni di euro, «con i quali a spanne si possono costruire 50 alloggi». Praticamente nulla rispetto a un bisogno in crescita come dimostra l’inchiesta del numero di Vita magazine di febbraio.

Maggioni oggi si può parlare di “emergenza casa”?
Non parlerei di “emergenza”. O almeno non ancora. Una politica della casa potrebbe avere importanti ripercussioni sociali in senso redistributivo. Lo Stato però ha abdicato dalla sua funzione di regolatore del mercato. E quando manca questa funzione è difficile anche che si realizzi una piena sussidiarietà, si lascia spazio all’affarismo più bieco. Ripeto: se oggi parliamo di casa, ma anche di programmazione urbana, bisogna partire da un potere pubblico che deve ritrovare la capacità di orientare il settore in modo da generare politiche in una dimensione sociale. Non dico che debba fare tutto lo Stato, ma nemmeno può scomparire.

Quale può essere un intervento da prendere a modello?
Quello che la cooperazione edilizia ha fatto allo Stadera, periferia sud di Milano, per esempio. Il pubblico ha messo a disposizione il bene per 25 anni. L’intervento costato 4 milioni di euro è stato sostenuto per un terzo da chiesa Valdese e fondazione Cariplo, per un terzo da un prestito sociale e il resto con un mutuo a carico delle cooperative. Il risultato? Bilocali e trilocali a un costo massimo mensile di 300 euro. Ben inteso: se c’è la volontà politica Stadera è un intervento replicabile in altri contesti. Risposte di questo tipo siamo in grado di mettere sul piatto noi, al contrario di quello che possono fare investitori privati non cooperativi, che malgrado si dica siano disponibili a rendimenti più bassi rispetto al passato, in ogni caso devono fare profitto.

A proposito di Milano: è proprio questa la città dove l'immobiliare sta tirando tantissimo con il rischio di tagliare fuori che non riesce a stare al passo col mercato, in questo contesto forse parlare di “emergenza casa” non è così fuorviante?
Nel capoluogo lombardo il mercato in effetti sta diventando estremamente vitale e robusto e questo di per sè è positivo. Il problema è che questa tendenza va gestita. Altrimenti sul lungo periodo la casa diventa fattore di replicazione delle diseguaglianze. Il che poi genera sì emergenza sociale. Questo sta avvenendo a Milano, ma anche in altre città a forte vocazione turistica come Firenze o Bologna, dove gli studenti fanno sempre più fatica: in questi contesti la casa diventa una leva di rendita che produce bolle e non di sviluppo.

Il modello mutualistico può essere una soluzione importante per far fronte a certi bisogni, però in questi anni anche le cooperative hanno preso qualche cantonata. Non crede?
Confcoop negli anni 80 contava 7mila cooperative di abitanti, oggi siamo a 1.300. Da una parte c'è stata una politica di fusioni, ma dall’altra un uso improprio dello strumento cooperativo: le persone hanno incominciato a creare cooperative nella speranza di calamitare le risorse pubbliche che c’erano sulla prima casa. Quello che non deve più succedere è avere un pubblico che utilizza lo strumento cooperativo per modalità di scambio e di consenso. Ogni risorsa pubblica va messa sul bisogno vero non su quello indotto: oggi non sprecherei un centesimo per metter soldi a sostegno della prima casa di proprietà per esempio per l’acquisto di aree. Qualche agevolazione sul mutuo sarebbe necessaria, ma non andrei oltre. Sono stati questi i meccanismi che hanno generato distorsioni drammatiche anche nella nostra filiera con tanta gente che si definiva cooperatore, ma in fondo erano immobiliaristi brutali, facevano case di pessima fattura, senza nessuna qualità urbana incamerando profitti personali. Questo è successo nel passato. Ma non deve più succedere, noi abbiamo introdotto nella nostra rete meccanismi di rating mutualistico per fare da scudo a queste storture. Le cooperative di abitazione si fanno se c’è il bisogno, se non c’è il bisogno vuol dire che non ha senso fare una cooperativa di abitazione. Oppure si fa una cooperativa di abitazione per costruire case sul libero mercato ma in una logica di scambio mutualistico quindi abbattendo tutta la dimensione del profitto. Punto. Tertium non datur

Contenuti correlati