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Allontanamenti zero: perché la proposta piemontese non è quello che vorrebbe sembrare

13 Febbraio Feb 2020 1815 13 febbraio 2020
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Ridurre il numero di allontanamenti, supportare le famiglie d'origine. Le parole e gli obiettivi del disegno di legge regionale appaiono una battaglia in favore dei minori, ma in realtà sono espressione di una logica che sta tornando (o forse non se ne è mai andata): i figli sono dei genitori e nessuno può intromettersi. Con buona pace delle leggi nazionali e dei diritti dei bambini

Sabato 15 febbraio, a Torino, per la prima volta si scenderà in piazza per dire che gli “allontanamenti zero” sono un mito ideale che ai bambini fa soltanto male. Uno slogan travestito da tutela dei più piccoli, che in verità butta a mare 40 anni di leggi e un sistema di servizi imperniati sui diritti del minore, per rimettere al centro il diritto degli adulti. A cominciare da quello di avere un figlio, comunque e a prescindere, con il legame biologico che vince su tutto.

A chiamare a raccolta è il Comitato ZERO - allontanamento zero, che chiede alla Regione Piemonte di ritirare il disegno di legge regionale "Allontanamento Zero" e di aprire un tavolo di confronto vero sul tema. Il ddlr è stato presentato dall'assessore regionale Chiara Caucino e a livello di proposta è già stata importata anche in Emilia Romagna e Liguria. Sei i punti con cui il Comitato replica al DDLR, punti di buon senso e di esperienza: non è negando che esistono nuclei familiari in difficoltà che si tutelano i minori; le difficoltà importanti come le malattie psichiatriche o le tossicodipendenze, se anche si risolvono, non lo fanno in tempi brevi; ogni allontanamento viene già deciso dai giudici dopo una valutazione complessiva della situazione. Ragioni che però faticano effettivamente a farsi strada, sotto una impostazione della questione che ormai da mesi non fa altro che parlare alla pancia delle persone. Barbara Rosina è presidente dell’Ordine Assistenti Sociali della Regione Piemonte e da settimane gira la regione per partecipare alle tante serate di informazioni e mobilitazione che si stanno moltiplicando.

Partiamo da qui. Perché persino chi non ha un pregiudizio negativo nei confronti dei servizi di tutela dei minori e dei servizi sociali, degli affidi e delle comunità, leggendo il comunicato di presentazione del ddlr pensa “che belle parole!”. Perché invece non è così?
Fondamentalmente dietro l’apparenza di un totale interesse per i minori, il nodo è che questa proposto è centrata solo sul diritto degli adulti. Dice di essere a tutela dei diritti i bambini ma tutela solo il diritto degli adulti ad avere figli, indipendentemente da loro capacità e competenze, non il diritto dei minori ad avere una famiglia in grado di far fronte ai propri doveri e compiti e di accompagnare il bambino o ragazzo nel suo sviluppo evolutivo. L’altro nodo è che il ddlr - nemmeno tanto tra le righe - sfiducia il sistema dei servizi, fondandosi su presupposti non corretti. Per questo si è mobilitato un mondo.

Barbara Rosina

Quali sono i presupposti errati?
Che gli allontanamenti si facciano per motivi economici. Come se non avessimo già da anni una legge nazionale che esclude l’allontanamento per motivi economici.

La legge lo esclude, è vero, ma nella realtà siamo sicuri che non accada?
È così anche nella realtà, ci sono i dati nazionali pubblicati dall’Istituto degli Innocenti che lo dicono. Certo c’è il problema che nella raccolta dei dati bisogna indicare il motivo prevalente dell’allontanamento, mentre nella realtà un minore non viene mai allontanato per un solo motivo, ci sono sempre tanti fattori compresenti. Così anche la questione della deprivazione si affianca ad altre cause, come la dipendenza da sostanze, il disagio psicologico grave, l’incapacità genitoriale, la violenza assistista… Non è mai un solo elemento a fare sì che sia necessaria la messa in protezione di un minore. Questo la proposta di legge non lo tiene in considerazione, immaginando che tutte le situazioni possano essere affrontate e risolte mettendo a disposizione risorse e interventi. Non è sempre vero.

Già mettere a disposizione interventi è qualcosa in più che mettere solo risorse…
Ci sono però tante situazioni in cui si lavora per mesi, offrendo tutti gli interventi possibili e comunque quel nucleo non riesce ad attivarsi o nemmeno. Questi bambini corrono rischi grandi. Già l’età media di messa in protezione è alta, 8 anni, in parte per il ritardo della segnalazione in parte per la lentezza dell’intevento. Il tentativo di recupero delle competenze genitoriali va fatto, ma il disegno di legge presuppone che in sei mesi, dopo aver verificato l’incapacità dei genitori, si passi poi ai parenti: un nonno, uno zio… fino al quarto grado, prima di collocare in comunità o in affido eterofamiliare. Abbiamo davvero tutto questo tempo? Ci sono situazioni di emergenza che il disegno di legge non contempla nemmeno, non c’è il tempo per fare tutti questi interventi con tutta la famiglia allargata: il bambino va messo in protezione.

La regione si propone di ridurre del 60% gli allontanamenti. Quali sono i numeri in Piemonte? Questa riduzione del 60% è plausibile?
Non direi. C’è un documenti di alcuni docenti universitari che fa veder come l’80% degli allontanamenti sia riconducibile a gravi carenze genitoriali, maltrattamento, abusi, violenza assistita, trascuratezza grave... C’è - è vero - un 20% in cui si parla di trascuratezza materiale, affettiva, problemi logistici. Su quel 20% forse si può ridurre, di sicuro non sull’80 in cui i bambini sono in gravissimo rischio. Quindi se i numeri sono questi, non capisco davvero come si possa ambire a ridurre gli allontanamenti del 60%. E poi quello che cerco sempre di mostrare, perché nel ddlr non viene mai fuori, è la cornice.

Una serata informativa

Qual è la cornice?
In Piemonte abbiamo circa 60mila minori seguiti dai servizi, di cui 1.397 sono in affidamento e altri 1.113 sono nelle strutture (dati 2017). Di questi ultimi, 343 sono MNSA. Su 60mila minori in situazioni di fragilità, 2.500 circa sono fuori dalla loro famiglia. Significa che per la stragrande maggioranza, gli altri strumenti che si mettono in campo funzionano. La prima cosa che bisognerebbe dire quindi è che in Piemonte abbiamo molti minori in difficoltà, che i servizi seguono con risorse limitate. Tutto questo la legge non lo considera, non considera la prevenzione e non mette risorse aggiuntive. Qualcosa di più e di meglio si può fare? Certo, ma incrementando le risorse dei servizi. Ci sono state sperimentazioni, ad esempio penso a Pippi che non ha insegnato ai servizi come lavorare ma ha dato risorse aggiuntive e indicato interventi precisi da attivare. Certo che a quel punto potremmo dare maggiori garanzie di aver fatto davvero tutti gli interventi precoci possibili. Sicuramente si può migliorare anche l’offerta degli interventi per i genitori che hanno figli in strutture, la collaborazione tra servizi sociali e sociosanitari, perché per i genitori avere i figli in protezione può essere davvero l'occasione per concentrarsi su se stessi e ripartire… Il punto è capire che queste situazioni sono sempre di grande complessità e che i tempi del cambiamento sono lunghi, non certo quelli del ddlr che prevede che dopo un mese si faccia progetto di rientro in famiglia.

L’assessore ha detto che nei vari Consorzi, a parità di numero di minori, esistono realtà che allontanano anche tre volte in più rispetto ad altri.
Ci sono contesti di alta vulnerabilità sociale, definita anche dai contesti territoriali. Ricordo che la letteratura dice che l’abuso, la violenza, il maltrattamento è sommerso, taciuto, sottostimato. Non credo che chi allontana tre volte in più lo faccia per interesse: molto più verosimilmente ha un sistema che intercetta meglio le situazioni di bisogno. Quindi per me è un dato positivo. Come dire che in Piemonte si allontana più che in Calabria: ma qui, come in altre regioni, abbiamo un sistema di servizi che funziona, da decenni, più che in regioni dove questo sistema di servizi non c’è.

Il ddlr vuole prevenire l’allontanamento con la redazione di un Progetto educativo personalizzato (Pef) senza il quale, salvo differente disposizione dell’Autorità giudiziaria, non sarà possibile procedere ad un allontanamento. Oggi come funziona?
Possiamo chiamarlo Pef come vuole il ddlr o progetto d’aiuto come lo chiamano gli assistenti sociali o come volgiamo, ma una valutazione si fa sempre, anche oggi. E la valutazione dura almeno sei mesi, che è il tempo minimo per comprendere le persone e le situazioni, per parlare con la famiglia, la scuola, gli allenatori… Il progetti esiste già e punta alla responsabilità delle persone, non esistono situazioni in cui il minore arriva all’attenzione dei servizi e in una settimana viene allontanato. Ovvio, a meno che si verificano situazioni gravissime in cui sono già evidenti i maltrattamenti, ad esempio se una bambina arriva in pronto soccorso con lividi, notati dalle insegnanti in palestra è ovvio che lì prima metto in protezione la bambina e intanto cerco di capire la situazione. Ho seguito personalmete i casi di diversi neonati con sindrome da astinenza neonatale: lì per forza fai in modo che il neonato non esca dall’ospedale dopo tre giorni con la sua mamma e il suo papà, ma lo metti in protezione fino a che non hai idee più chiare. Dopo la valutazione, che si condivide con la famiglia, si stende il progetto di aiuto e le persone sono chiamate a rispettare gli impegni, nell’ottica della responsabilità.

Come sta reagendo il territorio?
C’è una grande reazione a Torino, con il Comitato ZERO - allontanamento zero cui hanno aderito docenti, psicologi, magistrati, associazioni di famiglie… Fino a domani sul ddlr sono aperte le consultazioni. A macchia di leopardo in regione ci sono moltissime serate pubbliche, organizzate prevalentemente dalla Cgil e dai sindacati. Certo è un tema su cui è difficile sfondare le iniziali barriere di pregiudizio, quello per cui “gli assistenti sociali rubano i bambini” e per cui tutti hanno diritto di essere genitori e che sui figli è la sola famiglia che decide, è un questione privata e personale su cui nessuno può dire nulla. Il vecchio proverbio “tra moglie e marito non mettere il dito” ha questo senso, della famiglia che decide. Ma da almeno 40 anni in Italia invece la legge riconosce il bambino come portatore di diritti propri, come persona. Questo ddlr sarebbe un passo indietro.

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