Cittadinanza

Crossing the color line: le “nuove generazioni” di italiani si raccontano

18 Febbraio Feb 2020 1448 18 febbraio 2020

In un momento in cui la discussione sulla cittadinanza comincia a riaffiorare in ambito politico, il documentario di Sabrina Onana fa emergere la voce di questi ragazzi, figli di genitori stranieri, che l’Italia non vuole ancora riconoscere.

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In un momento in cui la discussione sulla cittadinanza comincia a riaffiorare in ambito politico, il documentario di Sabrina Onana fa emergere la voce di questi ragazzi, figli di genitori stranieri, che l’Italia non vuole ancora riconoscere.

Cosa significa essere italiano di origine straniera in un'epoca di forti nazionalismi? Che cosa rappresenta la cittadinanza italiana e come si può associare all’identità e all’appartenenza culturale di una persona? Tematiche fondamentali del nostro tempo, che però spesso vengono strumentalizzate a livello politico, tra liti e dibattiti che arrivano a cancellare la voce dei diretti interessati. Da qui la necessità, per la giovane regista Sabrina Onana, di riportare proprio questa voce in primo piano: Jacklin, Victoria, Hawa, Ark Joseph, Yasir, Georgina, sono infatti alcuni fra i protagonisti del suo documentario intitolato “Crossing the color line” (Attraversando la linea del colore), ragazze e ragazzi diversi tra loro per storia, sogni ed esperienze, ma con una cosa che li accomuna: vivono nel nostro Paese ma sono tutti nati da genitori stranieri. Alcuni di loro sono arrivati in Italia da piccoli, altri in Italia ci sono proprio nati, vivono a Roma, Napoli, Milano, Genova, qui hanno fatto le scuole, hanno l’accento della regione in cui vivono, sono in tutto e per tutto italiani. Eppure per avere la cittadinanza c’è chi ha dovuto aspettare di compiere i 18 anni, e c’è chi ancora sta aspettando, con tutti i problemi – pratici, emotivi ed esistenziali – che questo limbo burocratico porta con sé.

«Con il mio lavoro ho voluto che si riappropriassero della propria narrazione, che si esprimessero liberamente sulle loro esperienze quotidiane, che parlassero di questioni legate all’identità, al di là delle strumentalizzazioni politiche – spiega la regista in occasione della proiezione del film a Roma, presso lo spazio Facebook Binario F – non a caso, ho girato il film dopo le elezioni italiane del 2018, mi interessava in particolare questo contesto socio-politico». Ventunenne di origini italo-camerunensi, Onana è infatti una studentessa di sociologia contemporanea alla Sorbona di Parigi e non ha mancato di notare come l’avanzamento della destra populista e la generalizzazione del malcontento popolare abbiano creato terreno fertile all'esacerbarsi di comportamenti razzisti e xenofobi e propenso alla legittimazione di stereotipi e pregiudizi etnici. Da qui la sua scelta di concentrarsi sugli afrodiscendenti. «A causa del colore della pelle non possono sottrarsi allo sguardo dell’altro, e sono quelli che più di tutti subiscono lo stigma migratorio, anche se spesso il paese di origine dei genitori non l’hanno neanche mai visto».

La regista Sabrina Onana

Nei racconti di questi giovani emerge così la difficoltà di rispondere a domande come «Perché sei qui?» («Ci sono nato, dove dovrei essere?» è in genere la risposta), e di dover sempre rendere conto agli altri di ciò che si è. «Ti chiedono continuamente di scegliere»: italiana o egiziana? Italiano o senegalese? A questo si aggiunge la crisi di identità che l’essere costantemente diviso fra due mondi porta con sé, il rifiuto delle proprie origini durante l’adolescenza – in cui si vuole prima di tutto essere accettati – la riscoperta invece durante la crescita. «Il mix tra le culture, crescendo, ti aiuta a vivere – racconta Yasir nel documentario – Sono italiano, somalo, e pure musulmano, cosa che mi ha portato a imparare anche l’arabo. Io lo vedo come un continuo vantaggio, anche nel lavoro. Ma in Italia, questa ricchezza spesso non ha valore».

E poi c’è la questione della cittadinanza. «Vivi tutta la tua vita in un territorio che però non ti riconosce» raccontano i ragazzi, che hanno dovuto tutti affrontare discriminazioni e problemi pratici e burocratici: dalle file in questura fin da piccoli per un “permesso” di soggiorno, all’impossibilità di partecipare alla gita delle superiori, o l’esclusione da gare sportive e bandi lavorativi. Perciò la richiesta alle istituzioni è semplice: riconoscere quella che nel nostro Paese è già una realtà in atto. Sono infatti oltre un milione gli "italiani senza cittadinanza" di cui 800 mila frequentano le scuole italiane. Una speranza per loro era arrivata nel 2015, con la riforma approvata alla Camera della legge 91/92 in direzione di uno ius soli temperato. Ma alla fine non se n’è fatto più nulla, per mancanza di coraggio politico, a destra come a sinistra.

Da allora però, complici anche i social, i ragazzi hanno iniziato a conoscersi tra loro e organizzarsi con manifestazioni e flash mob, creando gruppi e associazioni per far sentire la propria voce. Non a caso, a promuovere e organizzare la presentazione romana del documentario - tramite l’evento intitolato “Italiano non è un colore” - sono state le associazioni “QuestaèRoma” insieme a “Nous”. Definiti da media e istituzioni come “seconde generazioni”, questi ragazzi preferiscono piuttosto definirsi come “prima generazione” o “nuova generazione” proprio per staccarsi dal contesto migratorio dei genitori e legarsi di più al territorio in cui vivono e che amano. «Venire qui non è stata una nostra scelta, ci siamo e basta – precisa Benedicta Djumpah, attivista del movimento #Italianisenzacittadinanza, presente sia all’interno del documentario che durante il dibattito post-film – peccato che in Italia molti non l’abbiano ancora capito».

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