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Caro Ugo, il tuo assassino sono io

3 Marzo Mar 2020 1151 03 marzo 2020
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La vibrante lettera che il cappellano di Nisida ha scritto a Ugo, il quindicenne morto nel tentativo di una rapina. «Napoli ama donare il mantello magico della trasparenza a una quantità indefinita di adolescenti, ad un esercito folle di giovani allo sbando. A te il futuro è stato tolto caro Ugo! Non solo dalla pistola che ti ha sparato. Ma anche da chi ti ha voluto tra la paranza degli invisibili. Voltandosi dall’altra parte. Evitando di sporcarsi le mani. Sfoderando soluzioni sociali per fini elettorali o di prestigio filantropico»

Caro Ugo,
oggi è un giorno particolare per te. No, non è un giorno bello e nulla ha di positivo. Ma è in questo giorno che sei uscito dall’ombra, abbandonando il mantello dell’invisibilità.

Tu certamente non eri invisibile, sia chiaro: non lo eri per i tuoi genitori, per la tua famiglia, per chi ti ha amato e per coloro che tu, con il tuo cuore appassionato di quindicenne, amavi. Eri però invisibile per questa città metropolitana, che ama donare il mantello magico della trasparenza ad un numero enorme di bambini, ad una quantità indefinita di adolescenti, ad un esercito folle di giovani allo sbando. Poi, con un sobbalzo simile allo sbuffo del Vesuvio delle cartoline di inizio Novecento, ogni tanto si sveglia: perché magari uno di questi suoi figli ha ferito, rubato, ammazzato o perché- come nel tuo caso - è stato ucciso.

Leggo che si tratta di una rapina. Gli inquirenti meglio capiranno motivi e circostanze. Se è così però sono molto triste per non averti conosciuto a Nisida: meglio ritrovarsi tra le mura della nostra isola piuttosto che sui manifesti luttuosi della cronaca. “Sono triste di conoscerti”, magari ti avrei detto così. Perché nessuno può dirsi felice di incontrare un quindicenne sotto la veste del detenuto.

Eppure quella tristezza spesso si trasforma in sfida, in gioia, in grinta: perché Nisida, grazie allo sforzo educativo di chi da anni ci lavora, rappresenta per molti almeno una seconda possibilità. Un punto di partenza per nuove strade, un tentativo di stimolare nuove idee in una mente giovane, di seminare sogni differenti in sguardi, almeno per età, aperti al futuro.

A te invece il futuro è stato tolto caro Ugo! Non solo dalla pistola che ti ha sparato. Ma anche da chi ti ha voluto tra la paranza degli invisibili. Voltandosi dall’altra parte. Evitando di sporcarsi le mani. Sfoderando soluzioni sociali per fini elettorali o di prestigio filantropico. Non gestendo con correttezza e intelligenza i fondi per le politiche educative. Non ripensando seriamente nuovi modalità di esercitare il controllo sociale in modo più efficace. Non studiando modi diversi di fare scuola, magari più adatti al nostro contesto difficile. I tuoi assassini caro Ugo si nascondono nei salotti della Napoli bene, come nelle stanze della politica, tra i corridoi degli assessorati come sugli scranni del parlamento. Si celano dietro i muri sacri dei templi dello sport, della religione, dell’imprenditoria: ogni qualvolta i loro sacerdoti e i loro fedeli coltivano il proprio piccolo orto senza curarsi del giardino di tutti.

I tuoi assassini si mimetizzano tra i vicoli e nelle piazze, sotto la bandiera infame della camorra meschina. Il tuo assassino sono anche io Ugo: quando mi stanco di inseguire un ragazzo, quando mi arrendo al “chi nasce tondo non muore quadro”, quando getto la spugna e perdo la speranza. Perdonami Ugo. Perdonaci tutti. Ne sentiremo molte in questi giorni: teorie, proposte, polemiche. Magari sentirai anche me. Tu, se puoi, turati le orecchie e ascolta le parole d’amore del buon Dio, conforta chi ti piange, e prega affinché il mantello dell’invisibilità si dissolva e Napoli impari a prendersi cura dei suoi figli più fragili come madre premurosa e non più come una matrigna dormiente e distratta.

*don Gennaro Pagano è cappellano dell'Istituto minorile di Nisida

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