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Andrée Shammah: «Il mio teatro in cassa integrazione»

5 Marzo Mar 2020 1810 05 marzo 2020

La regista e fondatrice della più importante realtà teatrale privata milanese racconta queste settimane con il palcoscenico muto e la platea vuota. «Per noi non vale il virtuale. Esistiamo solo se siamo dal vivo. È la nostra forza e la nostra fragilità»

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IMG 0025Andrée Ruth Shammah
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La regista e fondatrice della più importante realtà teatrale privata milanese racconta queste settimane con il palcoscenico muto e la platea vuota. «Per noi non vale il virtuale. Esistiamo solo se siamo dal vivo. È la nostra forza e la nostra fragilità»

Per il teatro non c’è smart working che tenga. Il teatro è per definizione presenza, fisicità, rapporto diretto con lo spettatore. Senza queste condizioni il teatro non vive. Se ne è accorta Andrée Ruth Shammah, fondatrice del Franco Parenti, vera cittadella della cultura a Milano, quando per disperazione ha proposto di fare spettacoli in streaming. I suoi collaboratori le sono “balzati” addosso: così si rinnega il teatro, hanno detto. «Per fortuna ho dei bravi collaboratori», commenta lei.

Ma con le sale vuote, gli incassi azzerati e le prospettive incerte è difficile andare avanti: così per la prima volta un teatro ha chiesto di essere ammesso alla cassa integrazione in deroga. Gli incontri con i sindacati sono avviati: anche le rappresentanze sostengono il ricorso a questo ammortizzatore in attesa che il virus permetta di riprendere un po’ di normalità.

«Chiudere il Franco Parenti è stato faticoso. I teatri devono stare aperti, perché sono un luogo gravido di futuro, e qui bisogna affrontare il virus in modo vitale», continua Shammah. Nei primi giorni di emergenza la sua era stata l’unica voce che si era alzata protestando contro la restrizione.

Lo aveva fatto in virtù di una passione e di una convinzione: che un contagio malefico vada combattuto con un contagio benefico. «Il teatro è veicolo di questo contagio, quello della poesia come ci aveva insegnato Vittorio Sermonti. La poesia è un contagio in quanto risveglia la cosa bella che uno porta dentro di sé. Invece oggi con i teatri chiusi, sembra che anche la città sia muta».

La fondatrice del Parenti oggi è assillata da una domanda: come comunica e come si comunica un teatro vuoto? Che risposta si è data? «Ho chiesto ad amici ed esperti di aiutarci. Ma è difficile perché è inutile lasciarsi tentare dalle sirene del virtuale. Non si può prescindere dal grande tema dello spettacolo del vivo, che è un’esperienza che da una parte fa del teatro una cosa fragilissima (e quello che stiamo vivendo lo dimostra). Ma in questa fragilità c’è tutta la sua potenza e la capacità di andare nel futuro».

Nel cantiere del Franco Parenti, le idee come sempre non mancano. «Abbiamo lancato l’idea di parlare attraverso una radio. Nasce la Radio Franco Parenti, dove potremo parlare con i nostri spettacoli, a anche dando voce ad amici. E non potra mancare la voce di Vita. Intanto sul sito abbiamo lanciato #ilbelcontagio, un’iniziativa virale che abbiamo lanciato con la coraggiosa Federica Fracassi. Una pagina facebook dove ogni giorno la poesia fa capolino nella vita delle persone, portata da persone che vivono nel teatro. Per il resto speriamo che, al più presto, sia possibile tornare a fare spettacolo dal vivo. Per dare voce alle parole giuste».

Come quelle di Filippo Dini che il 10 marzo doveva portare in scena il suo spettacolo Locke, e che ora prova senza sapere se mai potrà portarlo al pubblico del Parenti. Intanto lo si potrà ascoltare in anteprima sulla nuova Radio Parenti. Comunque», conclude Andrée, «questa per noi è un’esperienza difficilissima. Non credo come dice Sala che Milano non si ferma. Milano si è fermata, ha perso le sue parole. Non ha voce per spiegare e spiegarsi quello che sta vivendo. Mi chiedo come raccontano le mamme ai loro bambini il virus? Qual è la favola adatta per aiutare a capire? Ci fosse il teatro…»

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