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Scuole chiuse e tv accesa? La lezione di Peppa, Masha e gli altri

5 Marzo Mar 2020 1023 05 marzo 2020
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Con le scuole chiuse e genitori in smartworking la cosa più semplice è mettere i pargoli davanti alla tv. «Questa soluzione forse è la più comoda, ma in realtà anche i cartoni realizzati appositamente per bambini necessitano di un accompagnamento adulto», dice il pedagogista Cosimo Di Bari. «Piuttosto che allarmarci sulla presenza dei cartoon nella vita dei bambini, dovremmo preoccuparci dell’assenza di altre esperienze»

I cartoni animati popolano sempre più le giornate dei bambini. Attraverso la televisione, ma anche i gadget, i giochi, le app, l’abbigliamento. Ancora di più in questi giorni in cui alcuni genitori - per scongiurare il rischio che la chiusura delle scuole per limitare il contagio da Coronavirus, unita all’obbligo del telelavoro, provochi lo stesso effetto di una mentos in una bottiglia di Coca cola - potrebbero essere tentati dall’idea di lasciare i figli in compagnia dei loro personaggi preferiti per riuscire a svolgere le attività lavorative. «Questa soluzione forse è la più comoda, ma in realtà anche i cartoni che sono realizzati appositamente per bambini necessitano di un accompagnamento adulto», commenta Cosimo Di Bari, ricercatore di Pedagogia generale e sociale presso l’Università di Firenze e docente di Pedagogia delle differenze presso l’Università di Parma.

Nel libro appena pubblicato, “Cartoon educativi e immaginario infantile” (FrancoAngeli), Di Bari esamina alcuni dei cartoni più apprezzati (prendendo in esame in particolare quelli rivolti ai bambini di età inferiore ai 6 anni), tra cui Bing, Mini Cuccioli, Topo Tip, Gormiti, Curioso come George, Sam il Pompiere, Paw Patrol. La sua analisi suggerisce di superare la dicotomia “i cartoni fanno bene” o “i cartoni fanno male”. «Per quanto alcuni possano essere più significativi, si possono trovare aspetti positivi e negativi in ciascun cartoon», aggiunge. «Il problema, semmai, è rappresentato dalla loro fruizione in tempi prolungati e dal fatto che spesso i bambini vengano lasciati da soli davanti allo schermo». Che fare allora? «Invece di demonizzare i cartoni, potrebbe essere utile che i genitori (e gli adulti in generale) si mettessero a guardare insieme ai bambini Masha e Orso, Peppa Pig, Paw Patrol e tutti gli altri, riflettendo con loro sui messaggi che essi veicolano e usandoli come stimolo e pretesto per poi giocare, riflettere e far viaggiare la fantasia». Per Di Bari, insomma, «piuttosto che allarmarci sulla presenza dei cartoon nella vita dell’infanzia dovremmo preoccuparci dell’assenza di altre esperienze».

Esistono davvero i cartoni animati sani e positivi per lo sviluppo dei bambini?
Sì, alcuni hanno delle grandi potenzialità educative e didattiche, perché, per esempio, consentono ai bambini di sperimentare altri punti di vista e di immedesimarsi in situazioni nuove, promuovono la capacità di ricostruire narrazioni anche piuttosto complesse, e mostrano valori significativi quali l’amicizia, la collaborazione, il rispetto, la tolleranza, la valorizzazione delle differenze. Molti di questi cartoni, come Minicuccioli e Vampirina, contribuiscono alla diffusione di una diversa immagine del mondo, più variegata, colorata, poliedrica, in cui trovano spazio le tematiche relative ai valori dell’inclusione e dell’integrazione. Al pari di un libro, anche un cartoon può diventare un’esperienza stimolante per il bambino, se fruito attraverso un opportuno accompagnamento dell’adulto.

Perché è così importante che ci sia la presenza dell’adulto?
La diffusione di canali tematici per bambini può far pensare che la fruizione possa avvenire in autonomia per il semplice fatto che il bambino davanti allo schermo sta fermo oppure perché, non essendoci testo da leggere, pensiamo che sia in grado di comprendere tutto da solo. In realtà, il bambino può provare difficoltà a gestire gli stati emotivi e comunque può immergersi in una fruizione poco attiva che non gli permette di coglie le opportunità di quei testi. Così come un adulto può modulare la voce e gli stati emotivi durante la lettura di un libro, allo stesso modo alla fine di un episodio può assumere un ruolo importante per far rielaborare i contenti del cartoon. Dunque, accompagnare la visione non dovrebbe significare semplicemente “stare accanto”, magari mentre si svolgono altre attività, ma monitorare i tempi di fruizione, selezionare i contenuti, promuovere riflessioni tra un episodio e l’altro. Far sì che la visione di un cartoon non sia l’obiettivo principale, ma rappresenti piuttosto lo stimolo per svolgere altre attività ad esso collegate, come disegnare qualche dettaglio visto sullo schermo o inventare storie collegate a quelle appena viste. Purtroppo le modalità di fruizione dei cartoon oggi vanno spesso in direzione contraria rispetto a quella dell’accompagnamento. La stessa sequenza di cartoon presente nei canali tematici o su Youtube sembra rispondere all’esigenza dell’adulto (e in particolar modo del genitore) di trovare momenti di tempo libero per svolgere altre attività mentre il bambino è tranquillo davanti allo schermo.

Per quanto tempo si possono guardare i cartoni?
L’Accademia Americana dei Pediatri ha prodotto vari documenti che sono stati condivisi a livello internazionale e vengono indicati, fascia di età per fascia di età, dei tempi di esposizione. Prima dei 2 anni, sarebbe auspicabile non avere a che fare con gli schermi: dalle statistiche sul tema, ma anche dall’osservazione della realtà, vediamo che questa indicazione è poco rispettata. Comunque, sarebbe auspicabile contenere il tempo di accensione dello schermo al massimo a 15 minuti. Il tempo può raddoppiare intorno ai 3-4 anni, per arrivare a un massimo di un’ora ai 6 anni. Fondamentale, però, sarebbe far sì che la fruizione non fosse un flusso consecutivo.

I cartoni posso avere anche risvolti negativi?
Certamente. È bene chiedersi quanti, ma soprattutto quali “non detti” possano esserci in un cartoon per la prima infanzia, che talvolta pare innocuo ma non lo è. Alcuni contengono molto stereotipi, oppure rappresentano personaggi che mettono al centro una violenza fisica e anche verbale. Oltre a questo, pensiamo al fatto che la maggior parte dei cartoon ha finalità commerciali e obbedisce a logiche legate al marketing. Può far riflettere il fatto che Peppa Pig sia stata censurata in Cina, come emblema del modello occidentale consumistico.

A volte i cartoni non hanno una forte connotazione di genere, ma la pubblicità sì.
Sì, e questo è paradossale. Perché da una parte, come sottolinea nel libro Irene Biemmi, ricercatrice di Pedagogia generale all’Università di Firenze e esperta di questioni di genere, mentre nei cartoni animati di ultima produzione troviamo eroine ed eroi che possono fungere da modello sia per le bambine che per i bambini, dall’altra parte la pubblicità che precede o segue i cartoni rimane ancorata a stereotipi di genere che separano nettamente il mondo maschile dal mondo femminile. Eccezione fatta per Rai YoYo, che dal maggio 2016 ha abolito la pubblicità. Il messaggio che arriva al telespettatore o alla telespettatrice risulta perciò un po' contraddittorio, e se vogliamo, anche schizofrenico .

A proposito di personaggi femminili, Anna Antoniazzi, ricercatrice di Storia della pedagogia all’Università di Genova, contrappone Peppa Pig a Masha e Orso, criticando molto la maialina inglese. Cosa ne pensa?
Antoniazzi mette in luce differenze profonde. Peppa è dispotica, egocentrica autoreferenziale, abituata ad ottenere subito, e senza alcuno sforzo, i suoi comportamenti sembrerebbero rispecchiare le prassi ricorrenti nella quotidianità dei bambini e delle bambine contemporanee che non trovano mai ostacoli, né in famiglia, né a scuola. Con Masha, invece, siamo davanti a un personaggio completamente diverso, dotata di una vitalità e di un vitalismo irrefrenabile, ha una curiosità mai appagata che la porta continuamente a superare confini, barriere, divieti. La sua figura ricorda personaggi come Mowgli, Pinocchio ed Alice. È però Pippi Calzelunghe, forse, il vero antesignano illustre di Masha. Come lei, odia ingiustizie e soprusi e non teme di affrontare situazioni pericolose per non soggiacere alle prepotenze.

Anche le famiglie di Peppa e di Masha sono molto diverse.
Come spiega Antoniazzi, i genitori di Peppa appartengano alla tipologia più ricorrente dei papà e delle mamme della media borghesia occidentale contemporanea. La loro l’ansia di “proteggere” l’infanzia tende in realtà ad isolarla all’interno di una dimensione asettica, arida, priva di prospettive. Il successo di Peppa Pig è dovuto anche a questo suo conformarsi alle paure e alle aspettative delle nuove, timorose, generazioni di adulti. Al contrario in Masha e Orso, l’adulto “educante” non è un umano, ma un orso. Benché, probabilmente, ispirato, nella sua vocazione pedagogica, al Baloo di Kipling, Orso di Masha e Orso è un educatore silenzioso che lascia alla piccola protagonista del cartoon una libertà di movimento, di azione, di errore.

Dei PJ Masks invece che idea si è fatto?
È un cartoon interessante perché prova a portare il bambino a superare la paura del buio e della notte e perché parla delle fragilità, sottolineando come sia solo attraverso la collaborazione che si possano superare le difficoltà. Non mancano però i rischi, perché questo cartoon viene visto anche da bambini di età inferiore ai 3 anni, per i quali non sono frequenti narrazioni che raffigurano nitidamente il “male” o i “cattivi”; inoltre i contenuti, i ritmi e le musiche sono molto simili a quelli di un film di azione e rischiano di produrre un effetto di incantamento nel bambino.

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