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L'idea dei solidarity bond europei si fa strada. Ora facciamoli

9 Marzo Mar 2020 1017 09 marzo 2020

Il virus minaccia infatti direttamente il senso stesso della Unione Europea. Spinelli, Delors, Kohl non hanno immaginato l’Europa per consentire alle multinazionali di eludere le tasse o per far vivere a qualche migliaio di privilegiati l’esperienza lisergica del potere apolide e sovranazionale di Bruxelles. È l'ora di una vera solidarietà anche economica e finanziaria, l'idea lanciata su Vita.it trova consensi

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Bandiera Europa
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Il virus minaccia infatti direttamente il senso stesso della Unione Europea. Spinelli, Delors, Kohl non hanno immaginato l’Europa per consentire alle multinazionali di eludere le tasse o per far vivere a qualche migliaio di privilegiati l’esperienza lisergica del potere apolide e sovranazionale di Bruxelles. È l'ora di una vera solidarietà anche economica e finanziaria, l'idea lanciata su Vita.it trova consensi

L’idea dei solidarity bond europei, che ho iniziato a lanciare sulle colonne di Vita già il 22 febbraio scorso (leggi) e che poi ho rispreso su Repubblica e ancora su Vita.it, sta prendendo piede in Italia e in Europa. L’economista Federico Carli, il Presidente della Fondazione Guido Carli, l'ha fatta propria, decidendo autonomamente di chiamarli proprio con il nome “solidarity bonds”, in una intervista a Formiche.net. Contemporaneamente, in Germania, una proposta analoga viene lanciata dal Prof Achim Truger, membro del consiglio dei grandi saggi del Governo tedesco.

Di che cosa si tratta? La mia proposta è una variante dell’idea degli eurobond, originariamente lanciata da Romano Prodi e dal Prof. Quadro Curzio più di dieci anni fa. Gli eurobond dovrebbero essere obbligazioni come i BTP o i Bund, emesse quindi dai singoli Stati nazionali ma, a differenza dei normali titoli di Stato, non sarebero garantite da un singolo Stato (l’Italia per i BTP, la Germania per i Bund) ma da tutti gli Stati che hanno adottato l’euro. Sarebbero quindi più sicuri anche del Bund tedesco e potrebbero eliminare le penalizzazioni che affliggono gli Stati più deboli dell’Unione europea e che prendono la forma dello “spread”. Come è noto, gli eurobond non sono mai nati per l’opposizione degli Stati del Nord Europa che hanno visto in loro un modo subdolo per forzare la creazione di una unione fiscale in Europa senza che i cittadini ne avessero contezza e la avessero approvata. Non bisogna stigmatizzare la loro opposizione, che si basa sul vecchio motto della Rivoluzione americana: “no taxation without representation”. Ovvero, non puoi avere una unione fiscale senza unione politica. L’unione fisale quindi è un passaggio fondamentale che non può essere deciso da un gruppo di tecnocrati chiusi nella stanza di un grattacielo, ma deve essere assunta consapevolmente e democraticamente dai popoli europei.

Nel caso dei “solidarity bond” stiamo sempre parlando di obbligazioni emesse dai singoli Stati ma garantite da tutti gli Stati che aderiscono all’Unione europea, ma con una differenza sostanziale. Si tratterebbe di obbligazioni di “scopo”, dedicate esclusivamente al finanziamento delle spese direttamente o indirettamente legate alla emergenza coronavirus.

Perché si chiamano “solidarity bonds”? Perchè quando un territorio dell’Unione ha la sfortuna di essere colpito più duramente di altri dal virus, esso deve ad esempio essere posto in quarantena. La quarantena avvantaggia chi è fuori dalla zona rossa, non chi c’è dentro. E’ giusto quindi che chi sta fuori ricompensi chi deve subire la quarantena aiutandolo a lenire i contraccolpi economici della quarantena. Spese sanitarie, cassa integrazione in deroga, indennità di malattia ... ma anche bonus baby-sitter, sospensione temporanea degli adempimenti fiscali .... sono solo un esempio del sacrificio economico enorme che deve sopportare un terrritorio, colpito già nella sua struttura sociale e nel suo capitale umano. Dal momento che questo sacrificio si tradurrà molto presumibilmente in un deficit pubblico dell’ordine di qualche punto percentuale di PIL, il paese che deve finanziarlo rischia anche l’attacco speculativo dei mercati. Se lasciato il paese venisse lasciato da solo, l’aumento dello spread potrebbe auto-alimentarsi e portare al default. E’ evidente che, se ciò dovesse capitare non per demeriti del paese specifico ma per colpa di un fattore esogeno come il coronavirus, per l’Europa sarebbe la fine.

Il virus minaccia infatti direttamente il senso stesso della Unione Europea. Spinelli, Delors, Kohl non hanno immaginato l’Europa per consentire alle multinazionali di eludere le tasse o per far vivere a qualche migliaio di privilegiati l’esperienza lisergica del potere apolide e sovranazionale di Bruxelles. L’Unione Europea mantiene un senso se è in grado di rispondere alle esigenze di protezione dei suoi cittadini e al sogno di un futuro migliore. Se di fronte ad una pandemia l’Europa non è in grado di elaborare una risposta comune in termini di trasporti e movimenti delle persone, se non è in grado di mettere insieme le risorse sanitarie, se non è in grado di convincere i propri cittadini dell’utilità di un finanziamento delle spese per aiutare le zone più colpite dal virus ed evitare così la diffusione del contagio ... allora c’è da chiedersi a cosa serva Bruxelles.

Anche perchè oggi i tassi sono negativi e quindi per i contribuenti europei c’è da guadagnarci ad emettere nuovo debito. E se i mercati dovessero avere difficoltà ad assorbire per intero le nuove emissioni i solidarity bond sarebbero perfetti per il Quantitative Easing della BCE. Tecnicamente quindi non ci sarebbe alcuna difficoltà. Per un politico degno di tale nome sarebbe un gioco da ragazzi vendere al proprio elettorato il valore etico della solidarietà di fronte alla minaccia del coronavirus. Quindi, non procedere con i solidarity bond sarebbe criminale e la vittima sarebbe l’Europa.

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