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Il virus della retorica del ministro Bonafede

11 Marzo Mar 2020 1704 11 marzo 2020

Oggi il Guardasigilli si è presentato in Parlamento per un'informativa sulla situazione delle carceri che generato 12 morti e 40 feriti. Cosa fare per prevenire l'ingresso del virus e nel caso cui il contagio entrasse in un istituto quali sono i protocolli per affrontare l'emergenza. Questi erano i due nodi da sciogliere per la sicurezza di chi sta dentro e di chi sta fuori. Nessuno dei due è stato nemmeno sfiorato, preferendo puntare su una difesa d'ufficio del capo del Dap e vuoti proclami del tipo: «Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità»

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Bonafede
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Oggi il Guardasigilli si è presentato in Parlamento per un'informativa sulla situazione delle carceri che generato 12 morti e 40 feriti. Cosa fare per prevenire l'ingresso del virus e nel caso cui il contagio entrasse in un istituto quali sono i protocolli per affrontare l'emergenza. Questi erano i due nodi da sciogliere per la sicurezza di chi sta dentro e di chi sta fuori. Nessuno dei due è stato nemmeno sfiorato, preferendo puntare su una difesa d'ufficio del capo del Dap e vuoti proclami del tipo: «Lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità»

Oggi il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede era in Parlamento per rendere un’informativa sull’attuale situazione nelle carceri. Prima al Senato e poi alla Camera. Il suo è stato un intervento molto breve che ha rimandato a una successiva relazione scritta.

Di fronte a un bilancio che in questo momento conta, 30 istituti coinvolti, 12 vittime fra Rieti e Modena per presunta overdose di metadone, 40 feriti, undici arresti e 34 evasi a Foggia, il Guardasigilli nella sostanza ha alzato uno scudo a difesa del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, le cui dimissioni sono state richieste da più parti in queste ore.

«È bene chiarire», ha detto Bonafede «che, fin dalle prime avvisaglie dell'epidemia, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si è mosso per salvaguardare la salute e la sicurezza di tutti coloro che lavorano e vivono in carcere». Ne è seguito un elenco (neanche troppo lungo) di provvedimento amministrativi presi in questi giorni, alcuni dei quali rimasti sulla carta come la nota del 26 febbraio che richiedeva ai direttori degli istituti penitenziari di avviare una capillare attività di informazione e di sensibilizzazione della popolazione detenuta.

Forse inconsapevolmente Bonafede, durante il suo speech ha poco dopo candidamente ammesso che «la task force all'interno del Ministero sta preparando possibili interventi per garantire da un lato i poliziotti penitenziari e dall'altro lato i detenuti». “Sta preparando” e quindi non ha ancora preparato “possibili” e quindi ancora di la dà venire. E poi che tipo di interventi? Quando e come saranno messi in pratica? Con quali risorse umane ed economiche?

Oggi nelle carceri italiane fra gli oltre 60mila detenuti (a fronte dei 50.688 posti disponibili) e i circa 38mila agenti penitenziati serpeggia il panico. Il panico, ministro. La violenza non va mai ammessa e mai giustificata, ma nelle carteci la situazione è fuori controllo. Lo sanno i tanti operatori (sono circa 9mila quelli volontari a cui si aggiunge il personale medico e socio-sanitario), lo sanno i direttori, lo sanno gli agenti, lo sanno i familiari e lo sanno i detenuti. Le proteste non si fermeranno. Oggi di fronte al Parlamento e a un Paese sotto shock bisognava fare una sola cosa: illustrare precisi protocolli di prevenzione contro il virus da applicare in tutti gli istituti e presentare un piano d’azione nel malaugurato caso in cui il coronavirus entrasse in un carcere. Solo così si potrà (forse) garantire la sicurezza di chi sta dentro, ma anche di chi sta fuori. Per costruire un piano di crisi però bisognava e bisognerebbe ascoltare e confrontarsi con chi il carcere lo conosce e lo vive nella quotidianità: direttori, agenti, volontari, personale medico e sociosanitario. Ministro, convochi urgentemente un tavolo con questi soggetti in via Arenula e stia ad ascoltarli; a quel punto sì venga in Parlamento, a dirci come avete in mente di gestire la crisi nei prossimi giorni. Questo sarebbe un atto, seppur tardivo, di responsabilità a prescindere dall'opportunità o meno, valuti lei, di dimissionare Basentini.

“È nostro dovere chiarire tutti insieme che lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità”, in questo modo Bonafede ha chiuso il suo intervento in Senato. E ci mancherebbe altro che non fosse così, caro ministro. Ma la retorica irresponsabile oggi non basta e non serve. Servono coscienza e conoscenza. Altrimenti il virus avrà davanti un’autostrada. Nelle carceri, ma non solo lì.

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