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#Covid19

La scuola che resiste

12 Marzo Mar 2020 1747 12 marzo 2020
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«Non c’entra quasi più nulla la necessità di andare avanti nei fantomatici “programmi”, di verificare, di esercitarsi: tutto importante, ma non essenziale. Essenziale, anzi fondamentale direi, è piuttosto “prendersi cura” di loro, non abbandonarli alla pigrizia e all’imbarbarimento che è sempre sintomo di latente disperazione e sconforto. Essenziale è, oggi più che mai, “essere scuola” insieme»: la testimonianza di un prof

È stata dura per tutti, soprattutto all’inizio. Per noi docenti, che seppur già avvezzi alle nuove tecnologie e alle classi virtuali, certo non eravamo preparati a fare di queste il veicolo principale del nostro insegnamento. Per le scuole, che hanno dovuto in tempi record allestire o aggiornare piattaforme, dotarsi di strumenti e risorse, individuare strategie condivise. Ma ancor di più per gli alunni: abituati a fare del loro smartphone tutt’altro che scuola, ormai lontani dal pc, che molti di loro non hanno proprio o non usano più; ma soprattutto, ancor di più, naturalmente impreparati e disorientati dinanzi ad una situazione di emergenza quale quella che stiamo vivendo. Lo smarrimento si legge nei loro occhi, nelle pieghe dei loro sorrisi, in quella voglia di mostrarsi comunque scherzosi, quando nel loro animo serpeggia l’incertezza, la confusione, la paura.

Didattica a distanza ha significato e significa tutto questo, e molto altro ancora. Non c’entra quasi più nulla la necessità di andare avanti nei fantomatici “programmi”, di verificare, di esercitarsi: tutto importante, ma non essenziale. Essenziale, anzi fondamentale direi, è piuttosto “prendersi cura” di loro, non abbandonarli alla pigrizia e all’imbarbarimento che è sempre sintomo di latente disperazione e sconforto. Essenziale è, oggi più che mai, “essere scuola” insieme: laddove la distanza non è mai reale, ma solo virtuale, così come la presenza.

Dove tutto si misura con un metro diverso, che è difficile definire una volta per tutte, forse quasi impossibile. Il metro che si matura solo essendo scuola, vivendo dal di dentro tutte le frustrazioni, le difficoltà, ma anche gli entusiasmi e le emozioni inattese che ogni giorno, per anni, dentro e fuori dalle nostre aule, ci hanno fatto essere ciò che siamo. Facile, come sempre, giudicare dall’esterno, così come troppo facile è dare lezioni teoriche, bellissime e affascinanti alcune, ma sempre troppo lontane, perché provenienti dal di fuori. E spesso senza l’umiltà necessaria di riconoscersi ignoranti, nonostante tutto. Di mettersi ogni tanto anche in ascolto, di provare a vivere la scuola un po’ dal di dentro, prima di teorizzarne e giudicarne limiti e insufficienze.

“Prof vi manchiamo, vero?”. Sì, è vero. Siete forse soprattutto voi a mancare a noi: i vostri volti, che cerchiamo e scrutiamo nelle videochat più o meno improvvisate, le vostre voci, la vostra presenza sempre vivace… a volte anche troppo, ma meglio così. Perché è di quella vivacità, di quel sentirsi vivi e pieni di energie che abbiamo bisogno di nutrirci ogni giorno noi prof, generazione forse più fortunata di voi, forse ancora non del tutto derubata di ogni speranza di futuro, di ogni “passione felice”. Così ci hanno insegnato a pensarvi: come immersi in un questa “epoca delle passioni tristi”, della “società liquida”, del “nichilismo attivo”. Ma è proprio così? Siete proprio questi, voi? Qualcuno veramente ve lo ha mai chiesto? Qualcuno ha provato a mettersi semplicemente e umilmente in ascolto?

Nei tanti post e commenti di questi giorni, alcuni bellissimi davvero, di tante colleghe appassionate e indaffarate nella didattica a distanza, ho percepito le tracce più vere e più vive di quel senso a volte perduto, a volte confuso, che ognuno di noi tenta di dare al proprio vissuto quotidiano. Laddove quello che dovrebbe essere, ma non è mai semplicemente e solo, un “lavoro”, diviene il filo profondo di una presenza che, anche nel tempo sospeso che stiamo vivendo, riempie di senso le nostre vite.

«Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi». Avevo evidenziato per loro questa frase dal capitolo sesto della Coscienza di Zeno, analizzato e commentato stamattina in videochat. Mi pareva fosse utile a capire il senso profondo di quella pagina, ma rileggendolo adesso trovo ancor di più che sia utile e bello per tentare di capire il senso di ciò che stiamo ora vivendo, insieme.

Photo by Todd Trapani on Unsplash

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