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Lettera dal fronte sociale: “Noi non cediamo”

20 Marzo Mar 2020 1442 20 marzo 2020

Oliviero Rottigni, educatore in una comunità per persone con disabilità, in provincia di Bergamo ci scrive: “In questi giorni, cosi tribolati, m’è sembrato di scorgere meglio l‘importanza della nostra professione e il suo valore; è come se il tempo, lo spazio e il luogo si fossero dati l’appuntamento allo zenit, e perpendicolarmente precipitassero nella mia vita: ciò che accade, non può che accadere, perché deve accadere”

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Disabilità Nathan Anderson Unsplash
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Oliviero Rottigni, educatore in una comunità per persone con disabilità, in provincia di Bergamo ci scrive: “In questi giorni, cosi tribolati, m’è sembrato di scorgere meglio l‘importanza della nostra professione e il suo valore; è come se il tempo, lo spazio e il luogo si fossero dati l’appuntamento allo zenit, e perpendicolarmente precipitassero nella mia vita: ciò che accade, non può che accadere, perché deve accadere”

Nella comunità in cui lavoro vi sono, ad oggi, tre casi di coronavirus tra le persone che vi abitano e, inoltre, tre colleghe sono a casa di cui due con febbre: siamo rimasti in sei a fronteggiare l’emergenza. La situazione è durissima, sia fisicamente che psicologicamente.

Le persone più fragili stanno cadendo come foglie secche. Una è ricoverata nell’ospedale e per ora è stabile.

Un'altra è stata all’ospedale di Lovere, perché la almeno hanno l’ossigeno che noi non riusciamo più a trovare. All’indomani del ricovero ci hanno telefonato dicendoci che con i parametri erano sufficienti per la dimissione, così da liberare il posto per altre persone. Per noi questi significa farci carico della alta probabilità che dovremo farci carico dell’accompagnamento ad un decorso che potrebbe anche essere negativo.

Una terza persona tra quelle accolte, per ora, resta con noi in comunità con febbre alta. Questo si riflette naturalmente su tutti quanti, le persone con disabilità nostre che vivono qui ci osservano disorientate, tutti coperti con camici e maschere, occhiali e guanti, ci chiedono cosa succede; si chiudono in camera e c’è chi cucina come se non ci fosse un domani.

In questi giorni, cosi tribolati, m’è sembrato di scorgere meglio l ‘importanza della nostra professione e il suo valore; è come se il tempo, lo spazio e il luogo si fossero dati l’appuntamento allo zenit, e perpendicolarmente precipitassero nella mia vita: ciò che accade, non può che accadere, perché deve accadere.

Quando regnava la calma, prima della “catastrofe”, sembrava che tutti potessero fare tutto; non è così. Se non volevamo affrontare tutto questo potevamo fare il barista, il fresatore, l’insegnante.

Ora è più nitido il confine: qui non può starci che un educatore e là un infermiere. Confrontandomi con una infermiera ci siamo detti: “Chi, se non noi, qui e ora deve prendersi il carico, la responsabilità etica e morale di reggere l’urto, di sorreggere, di accompagnare, di curare, di rinfrancare, di parlare, di imboccare, di osservare, di vegliare, di rischiare il tutto per tutto per dare vita alla vita, per dargli fiato ancora, per aggiungere vita ai giorni”. Ma, contro quel maledetto nemico invisibile, no, mai, noi non cederemo!

Ci sarà il tempio del cordoglio, delle riflessioni, delle recriminazioni, ma non ora, non adesso.

Questa è la guerra dei nostri giorni. Noi siamo la prima linea, e la prima linea ha deciso di non cedere.

È chiaro a me e a quanti, negli ospedali stanno affrontando di petto l’epidemia, che, ad oggi, soffriamo e ci sentiamo sopraffatti.

Più che di distruzione fine a se stessa parlerei di ri-formulazione, di ri-orientamento sul campo, in azione, con la storia in diretta, non in differita, tra le mani. Perché ciò che ci sta istruendo si chiama esperienza.

I miei figli, di 18 e 16 anni, sono impauriti, più consapevoli della loro vulnerabilità e di quella dei loro genitori. Del mio essere, per loro, una potenziale minaccia: “Hai messo la mascherina e i guanti?”

Della necessità di essere disciplinati e rigorosi: “Mi abbracci papà? - No, sai che non posso”.

Da giorni dormo nella camera di mia figlia e lei con mia moglie: “è comodissimo il lettone papà”.

Mia figlia ha aderito a fare consegne di medicinali a domicilio in paese, si fa carico del suo pezzo di responsabilità.

Quando porto tra le “sicure” mura domestiche l’insicurezza di ciò che ho vissuto, di ciò che è accaduto, mio figlio mi guarda il viso, mi osserva, come faceva da piccolo, per capire se sono allarmato, se si deve preoccupare e, se non legge nel mio viso sfiducia o paura, riprende a fare il simpatico giullare.

Devo e dobbiamo reggere l’incerto, aiutarlo, che è il tempo della speranza, che è il tempo necessario alla speranza perché si realizzi.

È ora di cena. Ti saluto. Vi penso tutti tra lacrime e rabbia.

A presto.

Oliviero

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