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Un "nemico invisibile": il virus, la storia e lo straniero

20 Marzo Mar 2020 1447 20 marzo 2020
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Da sempre ai virus si attribuisce un'origine esterna, straniera. Il problema vero è la difficoltà a riconoscere che l’altro siamo noi e che noi siamo l’altro

I virus non sono parte della Storia, i virus fanno la Storia. Lo sostiene Laura Spinney, autrice del libro “1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo”. In un articolo pubblicato da “Internazionale”, scrive che «le epidemie e le pandemie sono sempre state fenomeni politici, con inevitabili conseguenze sulla gestione dei conflitti».

La “spagnola” aveva seminato oltre cinquanta milioni di morti e cinquecento milioni di contagiati, un terzo della popolazione mondiale: le persone affette assumevano un colore bluastro, richiamando il colera, e perdevano sangue dal naso e dalla bocca.

I virus fanno la Storia

Le conseguenze, sia di breve che di lungo periodo, hanno avuto un carattere epocale, anche perché le vittime sono state, per la maggior parte, giovani maschi adulti con un’età media di 28 anni. L’onda breve degli effetti politici e sociali si è proiettata sulla fine della Prima Guerra Mondiale, ma anche sulla Conferenza di Pace di Versailles, con decisioni e proiezioni negative che sono arrivate fino alla Seconda Guerra Mondiale. Niente è stato più come prima, nel bene e nel male: in India si è andati verso la lotta per l’indipendenza con il Mahatma Gandhi; in Sudafrica si è radicato l’apartheid. La Svizzera (la Svizzera!) è stata attraversata da tensioni sociali vicine alla guerra civile.

Ma la “spagnola” è stata gravida anche di cambiamenti sociali e sanitari dirompenti e innovativi come l’istituzione del servizio sanitario universale.

L’avevano chiamata “spagnola” perché quando è apparsa, nella primavera del 1918, la Spagna era un Paese neutrale e i giornali, al contrario degli Stati in guerra, non venivano sottoposti a censura. Quando la guerra è finita, le persone di tutti i paesi coinvolti hanno festeggiato in massa, contribuendo a diffondere la fase più acuta della pandemia.

In realtà, aveva avuto origine in una base militare del Kansas. Ma i virus e le malattie infettive, nell’immaginario collettivo, hanno sempre un’origine straniera. Nel suggestivo “L’AIDS e le sue metafore”, Susan Sontag ci ricorda che «una caratteristica ricorrente nelle descrizioni sulla pestilenza è che la malattia viene sempre da un altro luogo…Ma ciò che può sembrare una battuta sull’inevitabilità dello sciovinismo rivela una verità ben più importante: che esiste un rapporto tra il concetto di malattia e il concetto di ciò che è sbagliato, arcaicamente identico al non-noi, all’ “alieno”. Una persona infetta ha sempre torto, come ha osservato Mary Douglas. D’altra parte, è vero anche l’opposto: una persona che si ritiene abbia torto viene vista, almeno potenzialmente, come fonte di infezione.

L’origine straniera di gravi malattie (come dei repentini mutamenti del tempo atmosferico) non è necessariamente più remota di un paese confinante. La malattia è infatti una sorta di invasione: non è casuale che sia spesso portata da soldati».

Tornando alla “spagnola”, in Spagna era stata chiamata “il soldato napoletano”; in Brasile “la tedesca”, per i polacchi ovviamente era “la bolscevica”, per i persiani semplicemente “l’inglese”.

Sempre straniera. Ai tempi della diffusione dell’AIDS negli Stati Uniti era stata attribuita l’origine all’Africa nera; nell’Africa nera a una guerra batteriologica americana sfuggita di mano.

Stranieri a se stessi

Oggi l’origine del Covid-19 viene attribuita alla Cina o, in Europa, all’Italia. Ma poi si scopre che il paziente zero in Italia è tedesco e negli Stati Uniti il direttore dell’Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive (NIAID) Antony Fauci ha parlato di un numero anomalo di morti per polmonite a dicembre 2019. La Cina allude ai soldati americani: di nuovo la metafora militare dell’invasione. Che sposa un nemico invisibile, come la notte in cui tutte le vacche sono nere.

Il problema vero è la difficoltà a riconoscere che l’altro siamo noi e che noi siamo l’altro. Angela Merkel dice che alla fine il virus colpirà il 60% dei tedeschi: forse per questo ha assunto, a differenza dei suoi tratti duri, un atteggiamento tenue; il primario del Policlinico di Milano Antonio Pesenti sostiene che potrebbe toccare il 30% degli italiani: sessanta milioni, in cui sono compresi finalmente oltre cinque milioni di cittadini, di prima o seconda generazione, provenienti da altri Paesi.

Il virus modifica anche i significati del linguaggio. Ma queste proiezioni contengono anche un dato drammatico: se il tasso di mortalità tra le persone contagiate è, come si dice, del 3%, potrebbero morire due milioni di cittadini tedeschi e seicentomila cittadini italiani. Una cifra uguale ai soldati morti nella carneficina sul Grappa, l’Ortigara, il Pasubio nella Prima Guerra Mondiale.

Per questo sono importanti sia la corsa a cocktail efficaci di farmaci già esistenti che la ricerca di nuovi vaccini: paradossali, da questo punto di vista, gli strepiti di chi, ai tempi vacui dell’ubriachezza molesta di massa, cioè ieri, vezzeggiava anche l’isteria dei no vax.

Ma è fondamentale attenersi alle prescrizioni dei comportamenti che possono ridurre sensibilmente la trasmissione del virus.

Il Covid-19 porta comunque a conseguenze di breve e di lungo periodo in tutti gli ambiti delle nostre vite: sul piano sanitario, viene riconosciuta la primazia del servizio pubblico e dei suoi operatori, con le immagini che socializzano le realtà fino a oggi nascoste agli occhi di un pubblico distratto dei reparti di terapia intensiva e di infettivologia come luoghi essenziali della vita; ed è stata cancellata la dimensione cosmetica, generosa con il superfluo e avara con l’essenziale, della spesa pubblica. Diventano più intense, anche se a distanza, le relazioni umane e il presente, da consumo ossessivo del nulla, torna come possibilità di cogliere le riflessioni intime sul senso della vita, del silenzio pieno, del senso anche drammatico della dimensione esistenziale evaporata sui banconi degli happy hour.

Che torneranno, ma in maniera diversa. E, speriamo, con un senso diverso. Perché niente sarà come prima. Un silenzio pieno che ci ricorda “Inverno” di Fabrizio De André: «Sale la nebbia tra i prati bianchi, come un cipresso nei camposanti. Un campanile che non sembra vero segna il confine tra la terra e il cielo».

Sul piano economico, ci troviamo di fronte al primo vero choc dell’economia reale nell’era postmoderna, non indotto dalla finanza e dalle sue bolle; ed è cambiato, irreversibilmente, il mondo del lavoro, con l’accentuazione delle postazioni in verticale solitudine e la separazione sempre più netta tra lavoro manuale e lavoro cognitivo, con il lavoro sociale in mezzo.

E poi la scuola, con gli alunni a casa e la diffusione delle lezioni a distanza, che possono diventare uno strumento anche in futuro, ma non devono diventare un nuovo modello, perché la scuola è relazione e socializzazione. Senza contare che molte famiglie non hanno la possibilità di seguire i figli, rischiando di accentuare le distanze sociali.

Certo, non sappiamo quando e come ci sarà la fuoriuscita da questo buio disorientante e intenso, ma sarà fondamentale mantenere e diffondere la dimensione collettiva del noi di fronte all’arrogante fragilità dell’io. Dalle iniziative, cui siamo stati chiamati a partecipare nel Municipio 4, di “Milano aiuta” alle migliaia di iniziative semplici e spontanee del tipo: «Buongiorno a tutti condomini, siamo Luisa e Mattia e abitiamo al terzo piano. Scriviamo a tutte le persone anziane del palazzo: vorremmo aiutarvi in qualche modo, con la spesa ad esempio, facendola al posto vostro. Se può servire, chiedete a Michele, il nostro contatto».

O alla tromba di “O mia bela Madunina”. Ma l’immagine che dovrebbe scorrere in tutti fotogrammi futuri è quella dell’infermiera dell’ospedale di Cremona che si addormenta stremata sul computer, ripresa con grande tenerezza dalla dottoressa in turno con lei.

La Cina (ci) è vicina

Laura Spinney scrive anche che «i virus sono sempre un passo avanti rispetto agli esseri umani: quando ne arriva uno nuovo, noi stiamo rispondendo ancora al precedente». La Cina, chiamata per prima ad affrontare il Covid-19, ha dimostrato al mondo di essere un Paese serio ed efficiente nella risposta a una situazione drammatica. L’Italia, dopo i primi giorni di sbandamento sconfinante in una spensierata irresponsabilità da parte di molte persone, ci sta provando con un forte impegno condiviso.

Ancora in assenza di farmaci in grado di arginare e depotenziare l’impatto invasivo del virus e nell’attesa di un vaccino, che in questi casi assume le caratteristiche di un’aspettativa magica. Il luogo comune dice che la Cina ha potuto muoversi con grande efficacia perché ha una forma di governo autoritaria.

Non è così: o, almeno, non è solo così. E non è soltanto una forma di biopotere dispiegato. Il governo cinese si è rivelato autorevole e non solo autoritario per diversi motivi: perché il Paese, come ha riconosciuto l’OMS, è ormai all’avanguardia nella ricerca, nella tecnologia e nel sistema di cura; ma anche perché la rigidità del sistema cinese è un’illusione occidentale.

Lo scrive un esperto sinologo come Simone Pieranni in un articolo pubblicato nella rubrica “Omnia sunt communia” di EuroNomade: «Si dice che i cinesi abbiano un’anima taoista (quasi sempre sottovalutata in Occidente) e un abito confuciano. L’anima taoista abita nella lontananza dal potere, nello spirito di rivolta, nella lotta per la libertà; il vestito confuciano sta nell’adesione all’ordine costituito, considerato come parte integrante dell’armonia sociale.

Le due posizioni interagiscono, anziché negarsi.

Il Partito Comunista Cinese è l’ago della bilancia sociale in Cina, unica istituzione a ora in grado di mantenere la stabilità. La popolazione lo sa e quando bisogna evitare il caos, il luan, segue le direttive del partito, si mobilita. Ma di fronte ad abusi e ingiustizie la popolazione si ribella. Ancora una volta siamo di fronte a due elementi, obbedienza e ribellione al potere, che non si annullano ma creano un nuovo campo di confronto, in continua evoluzione». Lo yin e lo yang, che scivolano nella notte e si affacciano sull’alba inestricabilmente intrecciati. La Cina ha dimostrato non solo efficienza, ma anche di possedere una visione di mondo, in cui la salute pubblica è apparsa fondamentale. Una prova che, con tutte le difficoltà di un sistema sanitario pubblico penalizzato dagli insistiti tagli alla cura e all’assistenza negli scorsi anni, anche l’Italia sta provando ad affrontare.

Quello che non accade negli Stati Uniti, e ancora meno nel Regno Unito, dove si afferma una forma iperrealistica ed estrema di darwinismo sociale, perché è evidente che a pagare le conseguenze più drammatiche della scelta di lasciar correre il virus fino alla sua saturazione saranno le persone più fragili e vulnerabili: lì si autoisola solo chi ne ha la possibilità: per capirci, i calciatori ma non gli operai.

E chi non ha casa, ma questo anche da noi. Si comprende come in questi Paesi il termine democrazia, governo del popolo, sia ormai destituito di ogni parvenza di credibilità. La prova per gli Stati e gli organismi sovrannazionali è oggi più che mai quella del “siamo umani”, non del siamo francesi, o messicani, o vietnamiti. O, peggio, del siamo inglesi. Non a caso il primo Paese (e, a oggi, unico Paese) ad aiutare concretamente l’Italia è stato la Cina, con l’invio di ventilatori polmonari, macchinari respiratori, elettrocardiografi.

E medici. Quei macchinari che altri Stati non esportano, anche se non ne hanno bisogno. Anche questo non rimarrà senza conseguenze. L’Unione, o forse meglio, la Disunione Europea uscirà dall’invasione invisibile ma assordante del corona virus con un nuovo assetto comune rispetto alla sanità, all’economia, alla società, o la frammentazione già in atto diventerà dirompente.

La dimensione sociale

Arrivando al nostro mondo, in campo, come sempre ma in maniera diversa da sempre, ci sono, l’io, il tu, il noi, il contesto. L’io con le sue paure, il tu da tenere a distanza, il noi che sembra sullo sfondo, il contesto che oscilla tra il silenzio e il bisogno di comunicare.

Ma l’io e il tu sono la stessa cosa, perché il virus lo può avere l’io e non solo il tu, così come chi cura e non solo chi è curato. E la dedizione di chi cura e la speranza di chi è curato diventano un noi più saldo e vicino, in grado di superare le distanze.

Così come il contesto che oscilla tra inquietudine e solidarietà diffusa.

Soldati

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

Giuseppe Ungaretti

Rendendo attuale quello che scrive Ivo Lizzola in “Vita fragile, Vita comune”: «Viviamo un tempo molto particolare che a me piace definire un tempo d’esodo. È un tempo nel quale siamo avviati a delineare una forma di convivenza nuova. E a lasciare provando a ereditare. Tra le cose che lasciamo, ereditando, c’è anche la grande stagione dei diritti, che va ri-declinata in una complessa stagione dei riconoscimenti delle responsabilità reciproche. Delle obbligazioni, direbbe la Simone Weil de “La prima radice. Preludio a una Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano”.

Le obbligazioni sono la sorgente del diritto, l’origine del diritto, se il diritto non viene riconosciuto da altri semplicemente non esiste».

Le obbligazioni sono degli impegni derivanti da un vincolo. Morale sul piano privato, etico sul versante pubblico. Rappresentano un’istanza più forte del semplice dovere. Sono complementari, non opposte, al diritto.

Richiamano alla corresponsabilità. O, come ricordava spesso padre Camillo de Piaz, “non esiste libertà senza responsabilità”. Libertà e responsabilità, migrando dall’io al noi, diventano condivisione. Soprattutto in un momento e di fronte a un fenomeno che supera le barriere tra chi cura e chi è curato, perché tutti siamo esposti al virus. Che non solo non conosce confini, ma neanche ceti sociali o differenze di ruoli. Il Covid-19 è intriso di una democrazia radicale: non rispetta nessuno. Neppure la suddivisione, come sembrava all’inizio, tra vecchi e giovani, se non per il tasso di mortalità molto più elevato tra i primi. Come è però, nella logica della natura.

E pare salvaguardare i bambini, in una logica di futuro.

Il Gabbiano

Nell’incontro che ho avuto via whats app con i ragazzi ospiti della comunità minori, che dopo le prime, comprensibili, istanze di rivolta davanti ai divieti hanno iniziato a metabolizzare la realtà, ho detto loro che questa è una situazione con un carattere così epocale che se la ricorderanno in maniera vivida anche tra cinquant’anni.

Come una delle esperienze forti della loro esistenza.

Tanto più se sapranno affrontarla in gruppo.

Il pensiero va a loro, a tutti i nostri ospiti e operatori che, insieme, stanno affrontando questi giorni difficili per tutti, con un’apprezzabile coesione e una consapevolezza decisiva: l’altra sera, a fronte di un momento di tensione e baruffa tra due ospiti, nella comunità di Tirano si sono fermati nella notte tre operatori. Ma penso anche alla serenità degli educatori di Pieve nei giorni in cui il lodigiano sembrava un lazzaretto diffuso, ai nostri operatori di tutte le comunità che si muovono tra ambulatori, farmacie, negozi di alimentari per provvedere alle esigenze di tutti, alle operatrici stremate dopo giorni di tensione. Penso al senso di responsabilità degli ospiti e alla forza del gruppo in comunità nell’affrontare la lontananza forzata dalle loro famiglie. E alla situazione emotiva dei nostri ospiti e delle nostre ospiti migranti, chiusi tra il Covid-19 e l’incertezza del futuro.

Mi sembrano segnali forti, che vanno oltre le legittime preoccupazioni e paure, e che dobbiamo essere capaci di raccogliere e trasformare in forza collettiva.

Il pensiero va anche ai nostri compagni, ai nostri fratelli detenuti, perché vivere ristretti e sovraffollati è un’esperienza ancora più drammatica rispetto a quanto stanno vivendo le persone fuori. E le rivolte sono un segno di paura, oltre che di rabbia. Ricordo quando, all’inizio della diffusione dell’AIDS, i giornali scrivevano che si trasmetteva attraverso le zanzare e, con i miei compagni, mi trovavo a San Vittore. Avevamo passato di tutto nelle carceri speciali fino a quel momento, ma è stato comunque un passaggio difficile. Forse anche per questo, una buona parte di noi dopo ha cominciato a prendersi cura delle persone che stavano male, nel corpo o nella testa.

E il pensiero va, naturalmente, a chi, malato o curante, si trova in quello scenario da guerra che sono oggi i reparti di terapia intensiva. E alle persone che non ce la fanno, costrette a morire nella solitudine più totale.

Passerà.

Ma non dobbiamo dimenticare che sul confine turco-greco migliaia di profughi sono ridotti in condizioni disperate, respinti dal cinismo cieco dell’Unione Europea e dalla lucida ferocia di un altro campione della “non democrazia” come Recep Erdogan.

Con Idlib al centro di bombardamenti, massacri, nuovi esodi.

Non sono lontani da noi.

Anche per questo non sappiamo se andrà tutto bene, ma so che possiamo cogliere questa crisi per trasformarla in un’opportunità per uscirne tutti insieme, con una dimensione di futuro. La corresponsabilità è progetto sociale in atto o, come direbbe don Lorenzo Milani, la generosità della politica che supera le miserie dell’avarizia.

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